La vocazione del profeta Amos
Floridia 13 aprile 2018
Qualche rapido cenno biografico: la vocazione del profeta Amos.
Amos è il primo dei grandi profeti di Israele, È un pecoraio di Tekòa, un villaggio di Giuda, vicino a Betlemme.
Visse al tempo dei re Ozia e Geroboamo, nel sec. VIII a.C.
Amos è uno che, nel mondo in cui sta “vede” cose che altri non vedono. Ma la cosa rilevante è che la “visione” che egli rivendica, non l’attribuisce a sé – alla sua intelligenza o alla sua lungimiranza – ma a Dio che, attraverso di lui parla e si esprime. Non a caso il testo biblico ci tiene a precisare che egli era un “pecoraio”: cioè non apparteneva alle classi dominanti, non disponeva del potere religioso, né di quello politico o culturale. Lui, che in Israele era nessuno, ha una “visione” e una missione per Israele. Ciò significa che ciò che il profeta dice non proviene da lui, ma da Dio che lo ispira, per cui il suo dire è un dire divino.
- A Bet-El, nel santuario reale fondato da Geroboamo I, Amos si scontra con Amasia, il sacerdote del santuario, che è funzionario del re e responsabile del servizio divino. Non sappiamo come Amos abbia suscitato la sua ira, ma chi conosce i suoi discorsi può facilmente immaginare come si sia giunti allo scontro decisivo. Amasia dice ad Amos: “Vattene, veggente, ritirati verso il paese di Giuda; là mangerai il tuo pane e là potrai profetizzare, ma a Bet-El non profetizzare più, perché questo è il santuario del re ed è il tempio del regno” (7,12-13). Esilio, espulsione dal paese. Nel santuario reale è il re che stabilisce quale genere di messaggio debba essere annunciato. Imponendo il divieto di parola, si censura tutto ciò che non si ama ascoltare.
Ma Amos non può assoggettarsi a questo. Egli, infatti, non è profeta per professione: “Non ero profeta nè figlio di profeti; ero un mandriano e coltivavo piante di sicomori” (7,4). C’erano, a quel tempo, profeti stipendiati che vivevano presso il tempio o alla corte del re e, molto spesso cedevano alla tentazione di dire le cose che facevano piacere al padrone. Amos, no. Egli venne prelevato dal suo gregge e venne inviato esplicitamente al popolo di Israele: “Il Signore mi prese, mi chiamò mentre seguivo il gregge. Il Signore mi disse: Va’, profetizza al mio popolo Israele” (7,15).
Dunque, all’inizio della sua vocazione c’è la gratuita iniziativa di Dio, espressa in due frasi: il momento della scelta (“il Signore mi prese”) e il momento dell’invio (“Va’, profetizza”). Sono i due elementi tipici di ogni vocazione: la chiamata e la missione. A queste, poi, si aggiunge la certezza interiore. Amos è certo che la sua parola è Parola di Dio. Dice, infatti: “Il Signore mi ha detto”, “Il Signore mi ha fatto vedere”, “Parola del Signore”.
Ma donde trae il profeta questa sua certezza? Donde ricava la sorprendente lucidità con cui legge gli avvenimenti e li giudica? Senza dubbio è qui in gioco un’esperienza religiosa personale, profonda, sotto diversi aspetti unica e irripetibile. Il profeta ha una conoscenza immediata della volontà di Dio. e questo lo rende una persona forte, libera, decisa. La sua parola profetica è come il ruggito del leone, come un segnale di guerra. Sconvolge i poteri consolidati, penetra nell’intimo delle strutture sociali, è forza di rinnovamento. Parla con una passione viscerale per la difesa dei poveri e della giustizia, desideroso di impedire lo sfacelo verso cui è incamminato il popolo.
Niente e nessuno lo piega. E proferisce imperterrito il giudizio di Yahweh per la famiglia del sacerdote: la moglie di Amasìa diverrà una prostituta, i suoi figli e le sue figlie cadranno di spada, la sua terra sarà spartita fra altre persone; Amasìa stesso morirà in terra straniera e nulla è mutato nel giudizio di Dio. Israele dovrà andare in esilio.
L’ambiente sociale del tempo di Amos
Il tempo in cui Amos esercita il suo ministero è di grande euforia economica, ma anche di gravissimo malessere sociale e religioso. È rivoltante la sperequazione tra il lusso di pochi e la povertà dei contadini. Le figlie della povera gente sono preda dei ricchi gaudenti. Gli usurai costringono il povero a impegnare persino la propria persona. Il desiderio del guadagno spinge i commercianti a svalutare la moneta diminuendone il potere d’acquisto, e tutto a danno dei poveri. Le imposte governative sono esose a tal punto da costringere i contadini a frodare il fisco per sopravvivere. Così passano dalla parte del torto e vengono spogliati ulteriormente.
L’amministrazione della giustizia è in mano a magistrati legati alla classe dominante: così il povero ha sempre torto. Dalla parte del povero c’è la legge di Dio, ma coloro che la leggono e la spiegano non sanno cogliere la forza di provocazione che essa contiene: vivono tranquilli nel loro benessere troppo deboli per condannare i ricchi che affollano il tempio e offrono vittime abbondanti.
Data questa situazione religiosa e sociale, si capisce che il tema più ostinatamente ripetuto nel libro di Amos sia la minaccia del giudizio, incombente e meritato. Dio ha pazientato e perdonato, ma ora non perdona più: vedi cap. 9, 1-4.
- Tuttavia il messaggio di Amos non è privo di speranza. Lo mostra anzitutto la struttura del libro, che si apre con la minaccia e si chiude con la promessa. E tra i molti indicativi che presentano il giudizio come un fatto, non mancano alcuni imperativi che mostrano come la situazione non sia irreversibile: “Cercate me e vivrete” (5,4) Lo stesso senso è suggerito dal ritornello: “Ma non siete ritornati a me” ( cfr 4, 6-11 cinque volte).
E, infine, c’è un passo che fa intravedere che la distruzione non sarà, in ogni caso, totale: Dio, anche quando castiga, non distrugge totalmente, ma purifica e ricomincia da capo (9, 11- 15).
Tutto questo dimostra che il giudizio è il tema più ripetuto, ma non quello centrale. Lo scopo, sia della minaccia che della promessa, è il ritorno al Signore.
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Amos combatte per difendere i diritti umani, conculcati dagli uomini che detengono il potere. Infatti, dove i grandi redigono i loro progetti, ci sono sempre dei piccoli che cadono sotto le ruote. In un’epoca in cui domina il benessere, Amos annuncia il giudizio di Dio, il no deciso di Jahweh ai progetti e ai comportamenti degli uomini. Il suo discorso è vivo, la sua parola è vibrante, il suo modo di esprimersi è tagliente. Amos appare come il prototipo del profeta: non teme di confrontarsi con le autorità, è un uomo libero, dedito all’annuncio della Parola di Dio, con una passione viscerale per la difesa dei poveri e della giustizia, e desideroso di impedire lo sfacelo verso cui è incamminato il popolo.
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Amos non è l’unico ad occuparsi dei poveri e della giustizia sociale. Anche Michea (730 – 700 a. C.) nel duro linguaggio del contadino stigmatizza l’avidità dei grandi proprietari terrieri, la mancanza di scrupoli dei commercianti. Ingiustizia, corruzione, oppressione dei poveri sono all’ordine del giorno. Michea giunge alla conclusione che nel paese non esiste più alcuna lealtà; nessuno può più fidarsi dell’altro.
Sul banco degli imputati troviamo spesso i capi e i giudici (cfr 3,1-4). L’elenco delle loro colpe non è breve: i giudici accettano regali e mance, i sacerdoti insegnano per lucro, i profeti proferiscono oracoli per denaro. Come può il povero far valere il proprio diritto? Come si può imporre e affermare, in mezzo al popolo, il diritto divino? Venalità e brama di denaro sono un pessimo fondamento per la vita comunitaria.
In mezzo a tanta corruzione il profeta continua a farsi voce di Dio, ad annunciare il sogno divino. Il sogno divino è un mondo umano.
Lo stesso dicasi di Isaia. Qualche testo: “Dio dice: “Quale diritto avete di schiacciare il mio popolo, di pestare la faccia ai poveri? (Is 3,15)
E ancora Is 58,1-10. “Grida a squarciagola, non avere riguardo;
alza la voce come il corno,
dichiara al mio popolo i suoi delitti,
alla casa di Giacobbe i suoi peccati.
2Mi cercano ogni giorno,
bramano di conoscere le mie vie,
come un popolo che pratichi la giustizia
e non abbia abbandonato il diritto del suo Dio;
mi chiedono giudizi giusti,
bramano la vicinanza di Dio:
3“Perché digiunare, se tu non lo vedi,
mortificarci, se tu non lo sai?”.
Ecco, nel giorno del vostro digiuno curate i vostri affari,
angariate tutti i vostri operai”.
4Ecco, voi digiunate fra litigi e alterchi
e colpendo con pugni iniqui.
Non digiunate più come fate oggi,
così da fare udire in alto il vostro chiasso.
5È forse come questo il digiuno che bramo,
il giorno in cui l’uomo si mortifica?
Piegare come un giunco il proprio capo,
usare sacco e cenere per letto,
forse questo vorresti chiamare digiuno
e giorno gradito al Signore?
6Non è piuttosto questo il digiuno che voglio:
sciogliere le catene inique,
togliere i legami del giogo,
rimandare liberi gli oppressi
e spezzare ogni giogo?
7Non consiste forse nel dividere il pane con l’affamato,
nell’introdurre in casa i miseri, senza tetto,
nel vestire uno che vedi nudo,
senza trascurare i tuoi parenti?
8Allora la tua luce sorgerà come l’aurora,
la tua ferita si rimarginerà presto.
Davanti a te camminerà la tua giustizia,
la gloria del Signore ti seguirà.
9Allora invocherai e il Signore ti risponderà,
implorerai aiuto ed egli dirà: “Eccomi!”.
Se toglierai di mezzo a te l’oppressione,
il puntare il dito e il parlare empio,
10se aprirai il tuo cuore all’affamato,
se sazierai l’afflitto di cuore,
allora brillerà fra le tenebre la tua luce,
la tua tenebra sarà come il meriggio.
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Ma, per ovvii limiti di tempo, noi ci fermiamo ad Amos, in un brano in cui la sua parola contro l’ingiustizia sociale, il lusso, l’autosufficienza umana, il falso culto, diventa tagliente, anzi incandescente.
Prendiamo il cap. 2°, nei versi 6-15. Siamo all’ottavo oracolo – l’ultimo: è contro Israele, a cui Amos rimprovera quattro peccati.
a) ingiustizia, durezza e cupidigia dei creditori che riducono al rango di schiavi degli innocenti o dei poveri (v.6c). venduti come schiavi perché impossibilitati a restituire il denaro, sebbene la somma dovuta fosse minima, corrispondente al prezzo di un paio di sandali. Questi ricchi creditori calpestano la testa dei poveri, prostrati nella polvere a supplicare clemenza.
b) oppressione dei poveri, a cui la legge invece ordina di prestare soccorso. Se questi miseri ricorrono al tribunale per ottenere giustizia, i potenti riescono a pilotare l’iter giudiziario, in modo da avere una sentenza a loro favore.
c) immoralità sessuale (v. 7b). Ci troviamo così di fronte ad una perversione del pellegrinaggio religioso: quello che essi considerano “culto” è invece una “porcata”.
d) opere di pietà costruite sulle ingiustizie praticate nei confronti dei debitori (contro le prescrizioni esplicite di Es 22,25 e Dt 24, 12.17) (v 8). Invece di compiere offerte di libagione, si ubriacano con il vino che hanno sottratto come risarcimento ai loro debitori.
Questi quattro peccati toccano tutta la vita di Israele: il tribunale, la vita sociale, la famiglia, il culto. Essi rivelano quel disprezzo della persona umana che Amos ha condannato negli oracoli precedenti; inoltre qui assurgono alla loro autentica dimensione: oltraggiare l’uomo significa oltraggiare la santità di Dio. Quello che essi ritengono culto è una profanazione. Non vanno a “lodare” il Signore ( hallel), vanno in realtà a “lordare” (challel), cioè a profanare il suo Nome santo! Si attirano così il severo giudizio di Dio.
“La traiettoria è quanto mai interessante: dall’ingiustizia all’idolatria, dall’oppressione dell’uomo al disonore di Dio. La ricchezza – che qui è vista come accumulo e avidità – porta a preferire i soldi agli uomini (di qui l’ingiustizia e l’oppressione), fa perdere il senso morale e induce a instaurare un rapporto con Dio completamente distorto: il ricco si pone di fronte a Dio nell’atteggiamento di chi è in grado di pagare, di chi dà, non di chi riceve. Il ricco tende a costruirsi un Dio a sua immagine, cioè un Dio avido di doni, sacrifici e offerte, e pronto a lasciare tutto il resto. In altre parole, l’avidità acceca: genera oppressione e crea, o favorisce, un falso rapporto con Dio” (B. Maggioni).
Giustizia e diritto sono due parole chiave della predicazione di Amos.
La prima giustizia è verso Dio. Da questa deriva quella verso gli uomini. Se si turba il primo rapporto, si turba anche il secondo. A una falsa concezione di Dio corrisponde un falso rapporto con gli uomini. Le varie forme di ingiustizia e oppressione si riassumono per Amos in una sola parola: violenza.
Una violenza diffusa, penetrata dovunque, eretta a sistema. Amos arriva a parlare di “regno di violenza” (6,3). Tale ingiustizia viene perpetrata nei grandi palazzi, nelle case lussuose, nei tribunali, nei santuari, nella piazza del mercato e nella pubblica via.
Amos non dice espressamente chi sono gli oppressori, ma con ogni probabilità si riferisce ai grandi proprietari terrieri, ai ricchi commercianti, ai funzionari dello Stato e agli altri sacerdoti.
Non condanna queste classi sociali come tali, in blocco, né vuole abolirli; ma condanna tutti coloro che, approfittando della propria posizione, corrompono il diritto e la giustizia. Amos non predica la lotta di classe. Denuncia tutte le forme di violenza, dovunque si trovino.
In sintesi, potremmo dire così: la situazione sociale che Amos descrive e denuncia presenta due gravissime falle. 1) un benessere sfacciato e mal distribuito che porta ad una vita lussuosa, incurante della miseria che sta accanto; 2) un culto falso, fatto di parole ma non di vita. In questa situazione il profeta è colui che smaschera l’ingiustizia dietro il benessere e la falsità dietro il culto, ed è colui che – nella generale sonnolenza – getta un grido di allarme per la rovina imminente.
Amos non è politicamente schierato. Egli è semplicemente e totalmente dalla parte di Dio. Non ha altri interessi. Non critica un sistema sociale e politico a partire da un altro. Il suo è un discorso religioso. Amos non predica la politica, ma le esigenze di Dio sulla società e sulla politica. Amos critica il culto di Israele, non perché voglia fare il riformatore liturgico, ma per indirizzare il popolo a cercare Dio nel modo giusto, cioè praticando la giustizia: cfr Am 5,4-6; 14-15.
“Cercate me e vivrete”; “cercate il Signore e vivrete”; “cercate il bene e non il male se volete vivere”; “odiate il male e amate il bene, e ristabilite nei tribunali il diritto”.
Questa è la vera ricerca di Dio. La ricerca di Dio non è un puro cammino cultuale, né una ricerca teorica, intellettuale e speculativa, né una ricerca mistica, chiusa nell’intimo, bensì una ricerca pratica, nell’amore concreto alla giustizia e al diritto. La vera ricerca è desiderio di Dio: cercate me. Questo è il fine a cui tutto deve tendere. E il frutto di questa ricerca è la vita. “cercate me e vivrete”.
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Non possiamo leggere brani come questo del profeta Amos e di tanti altri profeti senza chiederci che cosa ne abbiamo fatto di queste parole che, dopo quasi tre millenni, sembrano una radiografia del nostro tempo. Infatti, una delle caratteristiche del mondo di oggi è lo scandaloso abisso esistente tra una minoranza molto ricca, potente e sovralimentata e una minoranza estremamente povera, impotente e sottoalimentata. La Parola di Dio, perennemente attuale, interpella la nostra intelligenza e orienta la nostra coscienza. Ci aiuta a comprendere che l’uomo, per esistere, ha bisogno di un minimo di beni materiali, ma non ha affatto bisogno di avere sempre di più per essere di più. Dobbiamo imparare ad “essere di più” pur avendo di meno. Dobbiamo imparare cosa significa “avere abbastanza”. Ciò è “tanto più attuale oggi, quando un uso egoistico e smodato delle risorse del globo da parte delle nazioni ricche minaccia di causare danni irreparabili agli elementi essenziali della vita umana, (aria, acqua) e di compromettere lo sviluppo delle nazioni povere”.
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Scendendo ancora di più sul concreto, non possiamo eludere la domanda dello scriba evangelico: “e chi è mio prossimo?” Il tema del prossimo e dei suoi bisogni è tornato ad essere oggetto della riflessione di molti autorevoli uomini di cultura. Alcuni studiosi, come lo psicanalista Luigi Zoja, ritengono che la cultura occidentale, oltre alla morte di Dio – dichiarata dalla rivoluzione francese, e poi da Nietzsche – oggi debba elaborare un nuovo lutto: quello della morte del prossimo, la persona vicina che si vede, si sente e si tocca. La vicinanza, a livello sociale, è avvertita come un pericolo, mentre la lontananza è considerata una (pseudo) salvezza. Se nel passato incontrare da vicino uno straniero era una ricchezza, oggi ciò si è trasformato in una sorta di minaccia.
Questa nuova dimensione antropologica trova un terreno fertile nella comunicazione in Rete, che favorisce i rapporti tra lontani e la lontananza tra vicini, fra chi vive nella stessa città, nella stessa via, lavora nello stesso ufficio o abita nella stessa casa.
Questa dinamica di allontanamento – se ci badiamo – si riflette anche nello spazio vitale dell’interiorità, che l’uomo contemporaneo abita sempre meno, a causa dei ritmi di vita e degli impegni. È da qui – dall’interiorità – che crescono in lui la fiducia o la paura. La paura mi chiude all’altro, mi rinserra nel mio egoismo; la fiducia mi apre il cuore a compatire, ad accogliere e a soccorrere il prossimo che è nel bisogno. Il Vangelo ci racconta l’esperienza del buon Samaritano, che si ferma ad aiutare il prossimo, l’uomo spogliato e picchiato, lasciato mezzo morto sul ciglio della strada. L’evangelista Luca, nel capitolo 10, descrive colui che si fa prossimo attraverso dieci verbi precisi:
“lo vide” “si mosse a pietà” “si avvicinò”, “scese”, “versò”, “fasciò”, “caricò”, “lo portò”, “si prese cura”, “pagò”; fino all’undicesimo verbo: “Al mio ritorno salderò”. Esattamente il contrario dell’indifferenza! Il samaritano vede l’uomo massacrato sulla strada e non si chiede se è povero o ricco, connazionale o immigrato, credente o ateo … Il suo cuore si muove a compassione e subito si mette all’opera per guarirne le ferite. Non basta, in questi casi, commuoversi, bisogna muoversi, cioè darsi da fare per aiutare l’altro.
Ignorare il prossimo – come spesso accade – porta a fare i conti con una nuova solitudine.
Scrive Luigi Zoja: “Dopo la morte di Dio, la morte del prossimo è la scomparsa della seconda relazione fondamentale dell’uomo. L’uomo cade in una fondamentale solitudine. È un orfano senza precedenti nella storia. Lo è in senso verticale – è morto il suo genitore celeste – ma anche in senso orizzontale: è morto chi gli stava vicino. È orfano dovunque volti lo sguardo. Circolarmente, questa è la conseguenza ma anche la causa del rifiutare gli occhi degli altri: in ogni società, guardare i morti causa turbamento” (cfr “La morte del prossimo”).
Riscoprire il prossimo, dunque. Perché gli ultimi non restino senza speranza. Riscoprire il prossimo, perché ci sia una società più giusta, più fraterna, più umana. La Bibbia ha dato due indicazioni fondamentali. Nell’A.T. Tobi, da ottimo educatore, dava al figlio Tobia questa regola di condotta: “Non fare a nessuno ciò che non piace a te … dà del tuo pane a chi ha fame e fa’ parte dei tuoi vestiti agli ignudi” (Tob 4, 15 sg). E Gesù nel NT : “Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro” (Mt 7,12).
† Giuseppe Costanzo
