Essere cristiani oggi

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15   dicembre   2018

Oggi, cioè in un tempo di secolarismo; in un tempo di indifferenza, di diffidenza, di ostilità. In un tempo di chiusura alla trascendenza (l’uomo cammina “ la tete baissée”), di consegna di sé al consumismo, cristiano è colui che sa preferire la perfezione difficile alla mediocrità facile.

        Sia chiaro: né il denaro, né il potere, né il successo bastano a renderci felici.

  • Cristiani, oggi: in un tempo così complesso e confuso; in un tempo caratterizzato da   sei “senza”
    • sesso senza amore
    • amore senza matrimonio,
    •  matrimonio senza figli.
    • economia senza etica
    • scienza senza sapienza
    • piacere senza la gioia del dono di sé.
  • Cristiani, oggi: in un tempo in cui predomina l’egoismo, che rende gli uomini incapaci di fraternità, di solidarietà, di condivisione, mentre nella primitiva comunità cristiana:
  • “erano tutti un cuor solo ed un’anima sola”. All’impostazione egocentrica della vita dobbiamo sostituire l’impostazione oblativa.

Questo vuol dire:

  • passare dal vivere per sé al vivere per gli altri;
  • dal calcolo alla gratuità.  

Diceva Don Mazzolari: “Sono due le possibili grandi avventure del cuore umano: l’egoismo e l’amore. Nessuno dei due dice mai “basta”. Però, l’egoismo pretende, l’amore dona.”

E’ questa la via della pienezza e della riuscita e a questo il Signore ci chiama quando ci comanda di amare, perché la realizzazione di sé passa attraverso una vita progettata e vissuta in dimensione oblativa.

Il vivere ripiegati su sè stessi, eternamente preoccupati di se stessi, incapaci di attenzione e di dono agli altri, è fonte e segno di infelicità.

Ognuno di noi – non dimentichiamolo – ha bisogno non solo di cibo, di vestito, di istruzione, ma anche e soprattutto di senso, di valori, di ideali.

  • “Cristiani” vuol dire innestati in Cristo, come tralci alla vite, perché “senza di me – dice – non potete far nulla”.

Chi è Cristo per noi? Che cosa diciamo di Lui? E’ una domanda ineludibile. Ne va del senso della nostra vita. La risposta è impegnativa.

Alcune tendenze culturali pericolose, tipiche del nostro tempo:

  1. la tendenza a ridurre la verità a razionalità empirica: il positivismo si è imposto riducendo la verità al “sapere come” (Know how): tutto il resto (il senso, il perché, il valore della vita) è opinione soggettiva e sottoposta a totale relativismo;
  2. la tendenza a ridurre il bene all’utile; la bellezza a godimento effimero; la gioia al piacere,
  3. la tendenza a ridurre l’esperienza della bellezza da vera contemplazione a sensazione emotiva: il giudizio finale sulla qualità della vita, sulla bellezza, sulla verità e bontà di un’esperienza, è dato in base a quello che “sento” e che “mi eccita”.
  4. Serpeggia poi una certa “cultura del nulla”: è quello che solitamente viene definito “nichilismo pratico”.

Oggi la libertà è identificata col capriccio individuale;

la felicità con il successo;

il piacere con il denaro;

la ragione è sfiduciata.

Il senso del limite e delle regole sembra un insulto alla dignità: l’individuo è il centro di sè stesso. La vita viene presentata come il mito dell’eterna giovinezza, fatta di trionfi e soddisfazioni, dove tutto è facile e spesso dovuto, dove la fatica e il sacrificio sono banditi, dove l’essenziale è apparire, essere visti e ammirati.  E’ l’affermazione del nulla: nulla di senso, nulla di valore, nulla di rapporti veri e costruttivi. E’ il nichilismo. Ma la vita non è così e se non siamo educati alla vita reale, non a quella virtuale, saranno delusioni gravi e pericolose per i singoli e per la società intera.

Non dimenticatelo mai: le strade pianeggianti non conducono in alto.

Tensioni e contraddizioni del nostro tempo:

  • sviluppo tecnico e regresso spirituale;
  • cultura di massa e solitudine individuale;
  • anelito a sempre nuove conquiste e ricadute            nella paura e nell’angoscia;
  • cresce la conoscenza dei mezzi e diminuisce                     la percezione dei fini e dei valori;

Ancora:

Esplode la violenza: verbale, sessuale, psicologica, intrafamiliare, femminicidio.

C’è bisogno di solidarietà, fraternità e condivisione; non solo di legalità e moralità.

La crisi, oggi, non è solo economica e sociale ma è anzitutto culturale, morale, spirituale. E’ crisi antropologica. Occorre educare alle virtù umane, ai valori, agli ideali: sul piano dottrinale e sul piano esistenziale. Non si tratta di fare un trattato di cristologia.

Mi sovviene il discorso di S. Paolo VI ai giovani dell’Asia (Manila, 29 Nov. 1970): “Gesù è il Cristo, Figlio di Dio vivo (Mt. 16,16) ; Egli è il Rivelatore di Dio invisibile, il primogenito di ogni creatura; è il fondamento di ogni cosa; Egli è il Maestro dell’umanità, è il Redentore; Egli è nato, è morto, è risorto per noi; Egli è il centro della storia e del mondo; Egli è colui che ci conosce e che ci ama; Egli è il compagno e l’amico della nostra vita; Egli è l’uomo del dolore e della speranza;  è Colui che deve venire e che deve un giorno essere il nostro giudice e, noi speriamo, la pienezza eterna della nostra esistenza, la nostra felicità. Io – continua il Papa – non finirei mai di parlare di Lui. Egli è la luce, è la Verità. Anzi: Egli è la via, la verità e la vita (Gv. 14, 6). Egli è il Pane, la fonte di acqua viva per la nostra fame e la nostra sete; Egli è il Pastore, la nostra guida, il nostro esempio, il nostro conforto, il nostro fratello. Come noi, e più di noi, Egli è stato piccolo, povero, umiliato, lavoratore, disgraziato e paziente. Per noi Egli ha parlato, ha compiuto miracoli, ha fondato un regno nuovo, dove i poveri sono beati, dove la pace è principio di convivenza, dove i puri di cuore e i piangenti sono esaltati e consolati, dove quelli che aspirano alla giustizia sono rivendicati, dove i peccatori possono essere perdonati, dove tutti sono fratelli … Gesù Cristo è il principio e la fine; l’alfa e l’omega; Egli è il Re del nuovo mondo; Egli è il segreto della storia; Egli è la chiave dei nostri destini; Egli è il Mediatore, il ponte tra la terra e il cielo; Egli è per antonomasia il Figlio dell’uomo, perché Egli è il Figlio di Dio eterno; è il Figlio di Maria, la benedetta fra tutte le donne, sua madre nella carne e madre nostra nella partecipazione allo Spirito del Corpo Mistico”.

  • La via della fedeltà che ci è richiesta passa attraverso l’intimità con Cristo, attraverso la contemplazione amorosa di Colui che è il “Pastore grande delle pecore”. Siamo chiamati a tenere fisso lo sguardo su Cristo. (Eb. 12, 2).

Ora, la cultura in cui viviamo registra una vera crisi della verticalità.  C’è, sì, tanta gente animata da una certa filantropia che si traduce in solidarietà con il prossimo, ma c’è pure una diffusa chiusura al trascendente, una incapacità di guardare in alto, di cercare Dio e di parlare con Lui. L’uomo è un essere relazionale non solo in direzione orizzontale, ma anche e prima di tutti in direzione verticale. “L’amore del prossimo senza l’amore di Dio è come un albero senza radici; l’amore di Dio senza l’amore del prossimo è come un albero senza frutti” (Mons. Lambiasi).

  • E’ urgente che l’uomo d’oggi riscopra il gusto della contemplazione. Non dimentichiamolo: l’uomo diventa quel che contempla; l’uomo è quello che ama: “Ami la terra? Sei terra; Ami il cielo? Sei cielo” (S. Agostino) Un autore che non puzza certo di sacrestia ha scritto:

“Per ritrovare l’idea dell’uomo vero, ossia una vera fonte di energia, bisogna che gli uomini ritrovino il gusto della contemplazione e del silenzio. La contemplazione è la diga che fa risalire l’acqua nel bacino, colmandolo. Essa permette agli  uomini  di accumulare di nuovo l’energia di cui l’azione li ha privati” (A. Moravia, un uomo lontano dalla fede).

  • Teniamo fisso lo sguardo su Cristo. Assimiliamone i tratti. Imitiamone gli atteggiamenti. Lasciamo che lo Spirito Santo plasmi il nostro cuore, ci trasformi in Lui, ci conformi a Lui. Accogliamo il suo invito accorato: “Imparate da me” (nel testo greco ”imparate me”). “Rimanete in Me”, “Rimanete nel mio amore”.

Quando volle affidare a Pietro il suo gregge da pascere, Gesù non gli chiese: sei un bravo amministratore, sei un bravo oratore? Un bravo organizzatore? No. Gli chiese soltanto: “Mi ami tu?” Chi non ama non può essere pastore del gregge di Cristo: tutt’al più può essere mercenario, funzionario, burocrate. Solo chi ama sa dare la vita per il gregge. Come Cristo. Perciò questa è l’unica condizione: “Si diligis, pasce”. Prima veniva richiesto l’amore e poi imposto l’onere, perché dove maggiore è l’amore, minore è il peso della fatica. (S. Agostino).

E ancora: “amatur, non laboratur, et si laboratur, labor ipse amatur”.

Se vogliamo diventare come Gesù ci vuole, dobbiamo curare al massimo la familiarità con la Parola di Dio, che è “saldezza della fede, cibo dell’anima, sorgente pura e perenne della vita spirituale” (DV. 21).

La Parola di Dio, che “interpella, orienta e plasma l’esistenza”

( NMI 39), ascoltata quotidianamente e divenuta a noi familiare, genera quel “dialogo d’amore” di cui parla il Santo Papa Giovanni Paolo II. Tale dialogo, coltivato con docilità al Maestro interiore, arriva a “rendere la persona umana totalmente posseduta dall’Amato divino, vibrante al tocco dello Spirito, filialmente abbandonata nel cuore del Padre” ( NMI, 33).

Se arriviamo a questi livelli, le nostre comunità cristiane diventeranno “autentiche scuole di preghiera”, dove l’incontro con Cristo non si esprime soltanto in implorazione di aiuto, ma anche in rendimento di grazie, lode, adorazione, contemplazione, ascolto, ardore di affetti, fino ad un vero “invaghimento” del cuore ( NMI 33).

Torniamo al nostro rapporto con Cristo, al nostro rimanere in Lui e Lui in noi, perché senza di Lui non possiamo far nulla (cfr Gv. 15).

Gesù è il centro e il senso della nostra vita. Solo nell’intima unione con Lui sono possibili la pace del cuore, la santificazione personale, la fecondità apostolica. Questo vuol dire che non dobbiamo mai dimenticare il primato della grazia, la priorità assoluta dell’azione preveniente e gratuita di Dio. Non possiamo fare assolutamente nulla senza di Lui! Noi lavoriamo, organizziamo, facciamo le strutture, strutturiamo, razionalizziamo … Rischiamo di pensare che queste sono le cose più importanti …

In realtà, importante e decisiva è l’assoluta gratuità della grazia, che la cultura del nostro tempo ha enormi difficoltà ad accettare.

Dobbiamo imparare dai Santi: dal Santo Curato d’Ars, da S. Giovanni Bosco, da Madre Teresa di Calcutta … Allora diremo anche noi, con la stessa convinzione e con lo stesso slancio del Salmista: “Ma io sono con te, sempre, / Tu mi hai preso per la mano destra. / Mi guiderai secondo i tuoi disegni …/ Chi altro avrò per me in cielo ?/ Con Te non desidero nulla sulla terra. / Vengono meno la mia carne e il mio cuore; / ma la roccia del mio cuore è Dio, / è Dio la mia sorte per sempre … Il mio bene è stare vicino a Dio, / nel Signore Dio ho posto il mio rifugio, / per narrare tutte le tue opere”. (Sal. 72 (73), vv23 – 28). E’ una delle pagine più pregne di serenità e di luce di tutto l’A.T.

Caratteristiche del cristiano oggi

  1. Impegnato  nel  sociale  e  nel  politico, vigilante di fronte ai problemi della vita, della salute e della moralità … senza rinunce e  senza deleghe, consapevole dei diritti e delle responsabilità. Viviamo in un tempo assai complesso: serpeggiano il secolarismo e il relativismo; trionfano il consumismo e l’edonismo; emergono paurose ingiustizie e vistose sperequazioni; si è arroganti nella trasgressione della legge e nell’offesa alla pubblica moralità; regnano sovrani il soggettivismo esasperato e la confusione delle idee … I “buoni”, impauriti e rassegnati, sembrano dire: “quando sono scosse le fondamenta, il giusto che cosa può fare?”  ( Sal. 11,31).

Il giusto non può starsene a guardare: deve intervenire, deve essere luce nelle tenebre, sale nella corruzione, lievito nell’appiattimento generale. Non può far finta di niente, quando la situazione precipita; gli è chiesto il coraggio della verità: Non togliere dalla mia bocca la parola vera” ( 119, 43 ) dice il Salmista. Amare la verità, lottare per la giustizia, significa esporsi. La carità evangelica ci impone di farlo con rispetto e mitezza, ma non si può confondere la mitezza con la pavidità e la viltà, né il rispetto con la passività di chi si lascia mettere il bavaglio. Un conto è non essere intolleranti e aggressivi e altro conto è tacere per paura di essere insultati e scherniti.

Si ha l’impressione di una resa ingiustificata, mentre vengono scosse le fondamenta del vivere comune. Invece, una reazione illuminata e garbata è un doveroso atto di amore e un servizio a chi è accecato dall’errore. La testimonianza di verità, di moralità, di coerenza è per noi cristiani un dovere: “Mi sarete testimoni” ci ha detto Gesù. In un tempo in cui l’umanità sembra impazzita ( cfr Rm 1, 24-32) e i valori vengono calpestati, diventa più forte il compito di “ splendere come astri nel mondo “, tenendo alta la parola di vita” (Fl 2,15). “Se le tenebre scendono sulla città degli uomini, non si spenga la fede nel cuore dei credenti”.

Un popolo che pensa, che crede e che prega è il migliore antidoto alla superficialità, al vuoto e alla volgarità di quanti, in nome della libertà, si fanno schiavi delle mode e degli idoli.

Si tratta di impostare un modo di vivere diverso, sottratto ai condizionamenti della pubblicità, fedele al progetto di Dio e alle esigenze dell’uomo.

2)  Costruttori di pace.  

     “Per costruire la pace si richiede anzitutto che vengano sradicate le cause di discordie tra gli uomini e in modo speciale le ingiustizie. Sono esse che fomentano la guerra. Molte di queste cause provengono dalle troppe stridenti disuguaglianze sul piano economico, come pure dal ritardo dei rimedi necessari.  Altre invece nascono dallo spirito di dominio, dal disprezzo delle persone e, se guardiamo alle radici più recondite, dall’invidia umana, dalla diffidenza, dalla superbia e da altre passioni egoistiche” ( GS 83).

3)  Testimoni coraggiosi

        Si pensi ai tanti cristiani che accettano di morire per restare fedeli al loro Credo. Penso in particolare ai martiri del Pakistan. Penso ad Asia Bibi, una contadina cattolica di 45 anni, madre di 5 figli, che ha subìto anni di prigionia, di isolamento, la  sua testimonianza di cristiana e che alla fine, minacciata di morte, vorrebbe lasciare il Pakistan perché non si sente sicura.

       Si pensi a Shahbaz Bhatti, ministro federale delle minoranze religiose del Pakistan, ucciso il 2 marzo 2011 da terroristi islamici perché “cristiano infedele e bestemmiatore”. E così di seguito.

Conclusione

        La nostra fede deve essere:

  • “virus” che contagia, non “vaccino” che        immunizza;
  • “sale”, non zucchero; sale, non miele;
  • luce, non lucignolo fumigante;
  • lievito, non vaniglia;
  • forza anticipatrice, trasformatrice, trascinatrice.

Altrimenti siamo insignificanti!

  • “Se tu non ardi di amore, molti altri morranno di freddo” (F. Mauriac)
  • “E’ bello, partendo o morendo, lasciare dietro di sé un posto pulito” (A.Sinyavskij.)

† Giuseppe Costanzo