Carissimi…,
eccovi davanti all’altare del Signore per coronare il sogno della vostra unione d’amore. È un momento di gioia profonda, di speranza viva, di comprensibile trepidazione. È un momento solenne, in cui, davanti all’assemblea cristiana e al ministro di Dio che la presiede, voi vi fate reciprocamente dono di voi stessi per una comunione fedele e feconda.
Col vostro amore, benedetto dal Signore, voi diventate segno dell’amore di Cristo per la sua Chiesa. Sta qui la bellezza e la grandezza del matrimonio visto e celebrato nella fede: l’amore è l’esperienza umana più evocativa dell’amore divino e soprattutto è il luogo in cui si rende presente il Cristo, con la sua grazia e la sua forza, la sola capace di dare vigore all’amore umano soggetto all’impeto effimero dell’eros e al logorio delle stagioni della vita. Si sa che l’amore conosce anzitempo la stanchezza, la scontatezza, la parabola discendente. Il tempo che passa sembra ingigantire le ombre e smorzare le luci brillate nella stagione dell’innamoramento.
È molto pericoloso, carissimi, escludere Gesù dal rapporto sponsale.
Purtroppo spesso molte famiglie si disgregano col passare degli anni e davanti alle inevitabili difficoltà della vita coniugale.
Mancano valori essenziali, profondi, che soltanto la fede sa dare. Mancano ideali che non troviamo da soli, ma che Dio può darci la grazia di comprendere e la forza di perseguire. Troppe volte l’uomo si illude di bastare a sè stesso, di poter fare tutto da solo, di tenere in mano il proprio destino. La Bibbia ci dice che è illusione, presunzione o ingenuità. L’uomo adulto e maturo sa che la sua verità è la dipendenza da Dio, e non si sente per questo umiliato, bensì garantito.
Solo Dio, infatti, può rinnovare il miracolo dell’amore fedele oltre la crisi; del dialogo paziente oltre i silenzi; della gioia pasquale oltre la croce; della porta aperta oltre i ripiegamenti e le chiusure; della vita nuova oltre la stanchezza dell’egoismo calcolatore.
“Tre per sposarsi”, era il titolo di un libro di Thomas Merton negli anni ’50. Il terzo, evidentemente, è Gesù. Desideratelo, invocatelo, tenetelo costantemente in mezzo a voi.
Il brano di Vangelo (Gv15,9-17) che voi avete scelto mette a fuoco un punto cruciale: la fedeltà coniugale. “Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi”.
Oggi la fedeltà coniugale sembra irrisa da una mentalità diffusa, che dichiara in crisi alcuni valori evangelici fondamentali; presentandoli come qualcosa di utopico, difficilmente praticabile dalla massa che va in ben altra direzione.
La cultura egemone sta mettendo in cassa integrazione i fondamentali valori dell’indissolubilità matrimoniale, del celibato sacerdotale, dell’amore autentico.
Tali valori, però, non sono problemi, ma risorse, sono la ricchezza di ogni vocazione, che nativamente è chiamata a realizzare in pienezza le virtù umane. Si tratta, allora, di riannunciare e rimotivare la bellezza di questi valori. Si tratta di indicare il fondamento della vera fedeltà, che non è fondata sull’io, ma sull’amore sempre fedele di Dio.
Per essere ancora più concreti, ci domandiamo: che cosa compromette gravemente la fedeltà coniugale? Rispondiamo: l’egoismo, il capriccio, il puntiglio, l’immaturità, una malintesa libertà, concepita come assenza di condizionamenti da una parte e come assenza di responsabilità dall’altra.
Infine, una certa cultura, in cui la sessualità è trasformata in esperienza ludica, senza riferimento all’amore; cercata come gratificazione assoluta, senza riferimento alla vita.
Che cosa favorisce la fedeltà? Tra le tante cose, alcune mi sembrano essenziali:
1) il dialogo e la preghiera in comune.
Ricordatelo, carissimi: tanti nodi non si sciolgono con interminabili discussioni, ma col dialogo leale e con la preghiera umile.
2) Il perdono reciproco. Non vi è una vera fedeltà dove manca la disponibilità al perdono. Esso non è solo una caratteristica fondamentale dell’esperienza cristiana, ma anche una “regola” ineliminabile del cammino coniugale. Il perdono, infatti, riconosce e accetta la fragilità di cui siamo impastati.
Il perdono vero scaturisce dalla fedeltà all’altro, vive della fiducia reciproca, rende capaci di rinunciare a sè stessi per dire all’altro “tu vali più dei tuoi atti” e perciò dona la capacità di riprendere ad amare.
Perdonare è come rinascere: ha la caratteristica pasquale, di morte e di risurrezione.
L’anima di tutto questo è l’amore, come ce lo ha presentato Paolo in questo mirabile inno all’amore che abbiamo ascoltato come seconda lettura.
Senza amore non si vive. L’amore è l’anima di ogni esistenza e “a fortiori” del rapporto tra i coniugi. La vera causa delle crisi matrimoniali è l’incapacità dei due ad uscire da sé e a farsi dono all’altro.
“L’amore – dice l’Apostolo Paolo – tutto scusa”: non per ingenuità, non per debolezza, ma per non identificare il male con colui che l’ha compiuto.
L’uomo non è il suo peccato. Il malato non s’identifica con la sua malattia.
“L’amore tutto crede”: chi ama tiene un atteggiamento di illuminata fiducia nell’altro e non si arrende di fronte a nessuna difficoltà.
“L’amore tutto spera”: amare vuol dire continuare a sperare sempre, anche quando si è rimasti ripetutamente delusi.
Chi non spera più nell’altro è segno che ha cessato di amarlo.
“L’amore tutto sopporta”: sa pazientare, sa attendere, sa ricominciare daccapo, ha il coraggio di fare il primo passo, senza pretendere che sia necessariamente l’altro. Questo non è un fatto di semplice attrazione reciproca, né di generico umanitarismo, né di romantica filantropia.
È l’amore di Dio che, riversato nei nostri cuori, ci abilita ad amare come Lui ama: gratuitamente, tenacemente, incondizionatamente. È Dio, solo Lui, il baricentro della fedeltà. Al suo amore fedele noi oggi affidiamo in preghiera la fedeltà del vostro amore, la fecondità della vostra unione, la felicità della vostra vita.
† Giuseppe Costanzo
