Salmo 39 (38) – L’uomo di fronte alla sofferenza

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Pascal, nei Pensieri, ha scritto:”La conoscenza di Dio senza quella della propria miseria genera l’orgoglio. La conoscenza della propria miseria senza la conoscenza di Dio genera la disperazione. La conoscenza di Gesù Cristo costituisce il giusto mezzo perché noi vi troviamo e Dio e la nostra miseria” (Pensiero 75).

Questo salmo ci presenta un uomo che, esasperato dalla sofferenza e torchiato dalla prova, si sente mozzare il respiro, rasenta la soglia della disperazione. Non per nulla Deissler lo ha definito “una straziante autobiografia” e Ewald ” la più bella di tutte le elegie del Salterio”.

             Vi è descritta con rara efficacia la lotta interiore di un sofferente che in un primo momento si era proposto di sopportare in silenzio, senza lamentarsi con nessuno, neppure con Dio, ma che poi non è più riuscito a trattenere la pressione della propria angoscia ed è esploso, come Giobbe, come il Qoèlet, come Geremia. Alla “confessione” di Geremia rimandano, infatti, il silenzio, il travaglio interiore, e il tono autobiografico dei vv.2-3. Ma è soprattutto il Qoèlet che viene immediatamente richiamato alla mente dai vv. 5-7 del Salmo 39. Esso sembra sia stato scritto da un suo fratello spirituale, pessimista come lui. Il Qoèlet – lo sappiamo – è un libro amaro, “è un’aspra meditazione sul nulla della vita, sul vuoto dell’uomo, sul non-senso della storia e delle cose” (Ravasi).

            Ora nel nostro Salmo per tre volte risuona la parola ebraica “hebel”, che è ricorrente nel Qoèlet e che è solitamente tradotta con “vanità” (“Vanità delle vanità, tutto è vanità”). In realtà il termine “hebel” significa alito di vento impalpabile, ombra inafferrabile, nube che si dissolve al primo apparire del sole. Così, intende suggerire il salmista, è la vita umana: una sequenza vuota di giorni, lunga poche spanne, simile ad un’ombra che segue il sole e presto tramonta.

          Ci agitiamo nel fare, ci affanniamo a colmarci di cose e ad accumulare ricchezze; ci stordiamo con piaceri, ma alla fine siamo come foglie cadute ai piedi di un albero.

        E’ questo il “male di vivere” che tante volte attanaglia anche il credente lasciandolo amareggiato e deluso: “è quel vivere nella noia, lavorando, parlando, muovendoci, cercando, amando, possedendo, senza però trovare un filo d’oro che dia senso a tutta questa massa di atti e di fatti” (Ravasi).

             La preghiera “nuda” che l’orante rivolge a Dio è poverissima, ma suggestiva. Sorprende che la prima cosa che il sofferente chiede a Dio non è la liberazione dalle sue sofferenze, ma la consapevolezza della caducità della vita umana (vv. 5-7).

           Quanta saggezza c’è in questa richiesta! Sapere che la vita è un soffio è condizione indispensabile per una corretta visione di se stessi.

Se la vita è un soffio, allora non c’è più posto per l’arroganza né per l’illusione di poter bastare a se stessi. Solo Dio può dare un senso ad una vita che fugge come un soffio. E’ semplicemente sciocco affidarsi alle cose che passano o agli uomini che deludono o ai sogni che svaniscono. Solo in Dio possiamo trovare un’ancora di salvezza¸ perché solo Lui dà consistenza a tutto. E perciò “Lui solo è mia rupe e mia salvezza, mia roccia di difesa: non potrò vacillare” (Sal. 62 (61),vv. 3. 7.).

      Si chiude così la meditazione sul senso della vita e sul radicale limite che avvolge e permea ogni realtà. La sintesi neotestamentaria possiamo trovarla nel testo di Giacomo:“Ma che cos’è mai la vostra vita? Siete come vapore che appare per un istante e poi scompare” (4,14).

        Liberato dalle speranze illusorie e dai sogni inutili, il salmista è pronto a porre in Dio, solo in Dio, tutta la sua speranza (cfr Sal. 62,6). Ha capito che – se solo Dio dà senso alla vita – allora la cosa più grave che egli possa fare è staccarsi da Lui. Solo quando facciamo l’esperienza della nostra impotenza, comprendiamo la stupidità di voler bastare a noi stessi.

            Dalla meditazione davanti a Dio ora egli passa alla supplica rivolta a Dio. Egli non è solo consapevole della fugacità della vita, ma anche della gravità del suo peccato e della severità del giudizio di Dio. E qui vien fuori la tesi della funzione pedagogica e catartica del dolore.

         Dio ci libera dalla colpa e ci purifica attraverso la correzione del castigo: “Castigando il suo peccato tu correggi l’uomo, corrodi come tarlo i suoi tesori” (v.12). Limiti, dolori, pene sono visti dal salmista come un bagno purificatore. La punizione del peccato è vista dal salmista come un tarlo che gli corrode tutte le false certezze e i falsi tesori.

         Dopo la riflessione teologica, il salmista si mette ancora una volta in silenzio: non più di fronte al mistero della vita, ma di fronte all’azione di Dio. E’ un silenzio simile a quello di Giobbe, che davanti alla teofania, “si mette ormai la mano sulla bocca” (40,4).

        L’espressione del v. 10 “sto in silenzio, non apro bocca, perché sei tu che agisci”, non è però, una atterrita accettazione dello strapotere insindacabile di Dio”, ma “una positiva intuizione della superiore logica divina”. Il dolore che si accanisce sull’uomo è sentito come il segno del giudizio divino, che fa dire al salmista: “Allontana da me i tuoi colpi: sono distrutto sotto il peso della tua mano” (v,11). Come non pensare alla parènesi di Eb. 12, 7-11.

         A questo punto la supplica ritorna ad essere invocazione (v.13). L’orante si presenta a Dio con lo stesso atteggiamento del figlio prodigo nella parabola di Luca: sa di non aver diritto ad essere accolto come un figlio, ma ugualmente si affida alla bontà del Signore, come uno straniero che, non potendo accampare diritti di cittadinanza, si affida alla protezione del popolo che lo ospita. “Ascolta la mia preghiera, Signore, … non essere sordo alle mie lacrime, poiché io sono un forestiero, uno straniero come tutti i miei padri” (v. 13).

         Questi due termini “forestiero” e “straniero” sono una definizione puntuale della miseria e della fragilità umana. “Forestiero” rimanda a colui che non ha la cittadinanza in una terra, “straniero” (pellegrino) come tutti i miei padri” richiama l’epoca patriarcale ( Dt 26,5), in cui “mio padre era un arameo errante”, in cui “per fede Abramo obbediva a Dio partendo senza sapere dove andasse” (Eb 11,8 ) e “soggiornava nella terra promessa come in una regione straniera” ( Eb 11,9).

           L’instabilità, precedente al dono della terra, diventa il paradigma della vita umana che si trascina per le vie del mondo

Questa intuizione della relatività della vita e delle cose umane è stata recuperata in senso positivo dalla teologia cristiana della vita come pellegrinaggio. Ma la differenza è fondamentale: questo pellegrinaggio del singolo o della “chiesa che soggiorna come una straniera” (S.Policarpo) ha una meta, la Gerusalemme celeste, dove “non si è più stranieri né ospiti, ma concittadini dei santi e familiari di Dio” (Ef. 2,19).

          Questa spiritualità del pellegrinaggio è oggetto di riflessione anche nella prima lettera di Pietro: “Carissimi, io vi esorto come stranieri e pellegrini ad astenervi dai desideri della carne che fanno guerra all’anima” (2, 11) E anche l’autore della lettera agli Ebrei scrive :“Nella fede morirono (i patriarchi), pur non avendo conseguito i beni promessi, ma avendoli solo veduti e salutati da lontano, dichiarando di essere stranieri e pellegrini sopra la terra” (Eb. 11, 13).

        “Questa reinterpretazione del Salmo 39,13 – scrive Ravasi – doveva probabilmente appartenere alla catechesi primitiva che considerava l’esistenza cristiana come una vita in esilio (1Pt 1,1. 17; Col. 3, 1-4; Fil. 3,20), sempre però con una meta escatologica all’orizzonte”.

  La meta è la Gerusalemme del cielo, a cui siamo destinati, dove Gesù Risorto ci attende, dove Egli tergerà ogni lacrima dai nostri occhi, dove non ci sarà più tristezza, né affanno, né lamento, né lutto, né morte. Il Vaticano II° riprende questa simbologia nella “Lumen Gentium” (n.7-8).

         Interessante la tradizione rabbinica che, riprendendo il nostro v.13, distingue tre modalità della preghiera: ” La preghiera è fatta in silenzio, il grido ad alta voce, ma le lacrime sorpassano tutto” (citato da Ravasi).

         Il Salmo si chiude con uno straziante appello finale, che ci ricorda Giobbe (7,8.21; 10,21). Solitamente l’orante nella sua supplica implora lo sguardo benevolo di Dio; qui, invece, egli ne chiede l’allontanamento: ” Distogli il tuo sguardo, che io respiri, prima che me ne vada e più non sia” ( v.14). Lo sguardo divino infatti, è irato, è fonte solo di maledizione e di rovina. E’ uno sguardo da cui il salmista si sente come perseguitato. Proprio come Giobbe quando dice:

 “Quando la finirai di spiarmi e mi lascerai inghiottire la saliva?” (7,19; cfr 10,21). Attraverso questa metafora ( “inghiottire la saliva”), l’orante chiede a Dio di dargli un attimo di tregua, di lasciarlo respirare un istante, o – come dice la colorita espressione del testo ebraico – di “lasciargli inghiottire la saliva” , espressione usata ancor oggi in arabo per indicare un momento di pace e di serenità. E poi sia quello che Dio vuole: siamo stati sempre stranieri e pellegrini sulla terra, ci avvieremo con la morte per l’ultimo viaggio verso il silenzio e la tenebra, verso la terra senza ritorno, verso lo sheol (cfr Gb. 10, 20-22).

     Quest’ultimo viaggio, che l’orante dell’A.T. vedeva ancora in modo oscuro e tragico, per il cristiano ha una meta luminosa che rischiara anche i giorni pesanti e spesso vuoti del presente.

E’ la Pasqua di Cristo che squarcia la tenebra e apre le porte degli inferi.

    Torna molto opportuno – per concludere – il Pensiero 74 di Pascal: “Non vi è nulla sulla terra che non mostri o la miseria dell’uomo o la misericordia di Dio; o l’impotenza dell’uomo senza Dio o la potenza dell’uomo con Dio”.

  Noi cristiani sappiamo con certezza che la misericordia e la potenza di Dio possono “guardare” e chinarsi sulla nostra miseria e sulla nostra impotenza per sanarle. Al ladrone che diceva a Gesù morente:” Ricordati di me quando sarai nel tuo regno”, Egli rispose:” Oggi sarai con me in Paradiso”. E’ la speranza che non delude. E’ la certezza consegnataci da Cristo, “speranza della gloria” (Col. 1,27).

† Giuseppe Costanzo