Salmo 51 (50) – L’uomo davanti al suo peccato

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Ecco uno dei salmi più celebri, più meditati, più interpretati, più musicati da una schiera immensa di uomini pentiti e convertiti (cfr Ravasi).

         Ecco finalmente un uomo che non punta il dito sugli altri, che non addita la loro colpa, ma riconosce con onestà la propria colpa, e la detesta con coraggio: ” Riconosco la mia colpa, il mio peccato mi sta sempre dinanzi” (v.5). “Egli non stava a badare ai peccati altrui – commenta S. Agostino – Citava sè stesso, non dimostrava tenerezza con sè stesso, ma scavava e penetrava sempre più profondamente in se stesso. Non indulgeva verso sè stesso”.

         La lucidità e l’umiltà di quest’uomo contrasta con la cecità e l’arroganza di quanti, incuranti dei loro peccati e pronti sempre a giustificarli, s’impancano a giudici severi dei propri fratelli: “Quanto meno badano ai propri peccati, tanto più si occupano di quelli altrui. Infatti cercano non che cosa correggere, ma che cosa biasimare. E siccome non possono scusare sè stessi, sono pronti ad accusare gli altri”.(S. Agostino)

         ” Pietà di me, o Dio, secondo la tua misericordia; nella tua grande bontà cancella il mio peccato” (Sal.51, 3). I due versetti iniziali attribuiscono il Salmo al re Davide, a quell’uomo “che l’Altissimo ha innalzato, a colui che fu “il consacrato del Dio di Giacobbe ” (2Sam. 23, 1) e che tuttavia fu capace di scandalo fino all’adulterio e all’omicidio.

         Sappiamo tuttavia che la tradizionale attribuzione del Salmo a Davide lascia perplessi gli esegeti. Essi adducono argomenti che non mancano certo di peso, ma che qui non è il caso di menzionare.

         Sembra di potere accogliere la conclusione a cui giunge L. Jacquet dopo aver ponderato i diversi e contrastanti argomenti: all’origine dovette esserci un canto davidico di pentimento, ripensato e rifuso da un penitente dell’era dei Profeti, alla luce di una teologia morale del peccato, della contrizione e del perdono più evoluta. Nel suo stato definitivo, il Salmo 51 è da ritenersi come la traduzione, in chiave deuteronomista, dei sentimenti di Davide, da parte di un peccatore che ha accostato il suo caso a quello del grande re. Sarebbe insomma la “rilettura” – con stile e pensiero dei Profeti – dell’antico dramma psicologico vissuto da Davide e “rivissuto” da “un povero peccatore” molto simile a lui.

         Ed è la confessione straordinariamente lucida di questo peccatore, la sua coraggiosa introspezione, la sua implorazione umile ed audace, che fanno di questo Salmo la preghiera penitenziale più celebre del Salterio e la più amata lungo i secoli.

         Il Salmo si apre con un’invocazione iniziale: “Pietà di me, o Dio, secondo la tua misericordia; nella tua grande bontà cancella il mio peccato, lavami da tutte le mie colpe, mondami dal mio peccato” (vv. 3-4), che rivela un senso di colpa di inaudita profondità. Già in queste prime righe troviamo raccolti   insieme tre termini abitualmente usati nell’A.T.  per designare il peccato, e tre termini abitualmente usati per designare la misericordia, giacché – secondo la Bibbia – non si può parlare del peccato dell’uomo senza parlare contemporaneamente della misericordia di Dio.

          E’ sufficiente, a questo proposito, un solo esempio: “il Signore passò davanti a lui proclamando: ” Il Signore, il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di grazia e di fedeltà, che conserva il suo favore per mille generazioni, che perdona la colpa, la trasgressione e il peccato ” (Es. 34,6-7).

         Vediamo, allora, le tre parole adoperate per designare il peccato.

  • La prima è “feshac”. Essa indica fondamentalmente un atto di ribellione e di infedeltà, di ostilità e di rancore. Si potrebbe tradurre con il termine “trasgressione” o meglio “tradimento”.     La nuova versione della CEI dice:” nella tua grande misericordia cancella la mia iniquità”.     Suppone, dunque, che fra Dio e l’uomo vi sia un legame, un’alleanza di cui il peccato è rottura. Implica, perciò, come nota saliente, l’ingratitudine (cfr. Is. 1,2-3).
  • La seconda parola è “awon”, tradotta abitualmente con “colpa”: Lavami tutto dalla mia colpa” (v.4a). “Non indica tanto l’atto della trasgressione, quanto piuttosto la situazione del peccatore – scrive Maggioni – una situazione disordinata e contorta, schiacciata come un uomo che cammina curvo per un fardello troppo pesante”.
  • La terza parola è “hatta” che abitualmente è tradotta con “peccato”, ma forse sarebbe meglio tradurre “sbaglio”. Significa infatti sbagliare il bersaglio, non raggiungere l’obiettivo.

       “Il senso fondamentale è quello di azione mancata: è la posizione di chi sbaglia strada o bersaglio” (Maggioni).  L’analisi del vocabolario ci dice una cosa importante: il peccatore crede di raggiungere lo scopo, ma si illude. Va incontro, invece, al vuoto e alla delusione. Questo, in realtà, è il peccato: vuoto e delusione. E’ l’esperienza fatta dal figliol prodigo, che abbandona la casa paterna in cerca di libertà e di pienezza, e invece trova la fame e la schiavitù. Ma il peccato è anche la delusione di Dio, che – come dice Isaia nell’allegoria della vigna – si aspettava uva pregiata e trovò uva scadente. Il peccato dunque delude Dio e l’uomo.

       Il concetto di peccato si chiarisce ulteriormente con le tre immagini espresse dai tre verbi:

cancella, lavami, rendimi puro (vv. 3-4).

       Si evince che il peccato è visto come qualcosa che rimane dentro l’uomo. E difatti è così. Il peccato costruisce l’orientamento della persona. A forza di moltiplicare le colpe e le scelte sbagliate, l’uomo diventa tenebroso, cieco, incapace di vedere e di accogliere la verità. La cecità può arrivare a tal punto da scambiare la verità con l’errore e l’errore con la verità.

       L’orante del salmo sa che il peccato è profondamente radicato nell’uomo: ” Ecco, – dice – nella colpa sono stato generato, nel peccato mi ha concepito mia madre” ( v.7). Il salmista si scopre peccatore fin dal concepimento nel grembo materno. Accanto però a questa esperienza di peccato (e della propria impotenza a liberarsene), egli vive anche un’altra esperienza, quella della misericordia di Dio, alla quale egli si affida con accorata implorazione: ” Crea in me, o Dio, un cuore puro, rinnova in me uno spirito saldo” (v.12).

       “Il peccato – nota Maggioni – è talmente radicato nel cuore dell’uomo che solo Dio può strapparlo. Non basta che lo dimentichi: l’uomo continuerebbe a rifarlo. Occorre un intervento divino capace di operare una profonda trasformazione, tanto profonda da essere paragonata a una nuova creazione.”

       Il verbo usato è “bara” (creare), che indica un’azione esclusiva, straordinaria e salvifica di Dio. Tali sono la creazione del cielo e della terra, la liberazione del popolo dall’Egitto, la creazione dei cieli nuovi e della terra nuova. Fa davvero impressione: per strappare il cuore dell’uomo dal dominio del peccato, occorre la stessa potenza che Dio impiegò per creare e liberare. Perciò il perdono di Dio non è solo un gesto di bontà, ma anche di potenza che cambia il cuore e lo strappa alla sua schiavitù. Il perdono è nuova creazione, è potente liberazione, è sconfinata misericordia. E tuttavia anche questa potenza di Dio può essere vanificata dalla nostra libertà. Perché il perdono di Dio ci rigeneri è necessaria la sua potenza, ma anche il nostro consenso (qui fecit te sine te, non salvabit te sine te).

       Nel vers. 2 è detto che questa preghiera è stata pronunciata da Davide quando il profeta Natan andò – in nome di Dio – a rimproverarlo per avere commesso il duplice peccato di adulterio (con Betsabea) e di omicidio di Uria (l’ingombrante marito). Un fatto ignobile e scandaloso, che tuttavia Davide pare abbia compiuto con grande disinvoltura. La sua coscienza fu ridestata solo dalle parole di aperto rimprovero rivoltegli dal profeta in nome di Dio.

       Ecco un tema di fondamentale importanza: è la Parola di Dio che svela al peccatore la natura profonda del peccato commesso.

       Le Scritture del Primo e del Nuovo Testamento affermano unanimi che il senso del peccato si fa chiaro solo all’interno di un’autentica esperienza di fede. “Per capire il peccato occorre una luce che venga dall’alto”, scrive Maggioni. “Adamo prova vergogna della sua colpa all’avvicinarsi dei passi di Dio” (Gen. 3,10).

       Isaia diviene consapevole della propria impurità quando vede la gloria del Signore (c.6).

E’ quando intuisce la grandezza di Gesù, che Pietro si proclama peccatore (Lc. 5,8), come pure il pubblicano Zaccheo (Lc 19,8). Ed è quando è folgorato da Cristo, che Paolo percepisce il suo stato di tenebra (At 9,8). A questo punto, è lecito concludere che quando l’umanità perde il senso di Dio, perde parallelamente il senso del peccato. Anzi, “più la colpa si aggrava, più essa si cela agli occhi del peccatore” (Max Scheler). Il quale continua dicendo:” Ma più cresce l’umiltà, più si diventa sensibili alla minima mancanza”.

       Confrontandosi con sè stesso e con i propri ideali, l’uomo può certo scoprire le proprie incoerenze, ma non il senso cristiano del peccato in tutta la sua estensione e profondità.

       Inoltre, Davide ha commesso un’ingiustizia contro un uomo e tuttavia esclama:” Contro di te, contro te solo ho peccato” (V.6) Ciò vuol dire che il peccato ha sempre una dimensione verticale. Certo, la Bibbia sa che il peccatore non può colpire Dio; tuttavia è anche vero che il peccato lo raggiunge. E’ l’amore per l’uomo che lo ha reso vulnerabile. Ciò che colpisce l’uomo, fatto a sua immagine e oggetto del suo amore, lo riguarda.

       Ma il Salmo non parla solo del peccato, bensì della misericordia di Dio che lo cancella. Come dicevamo all’inizio, accanto ai tre termini per indicare il peccato, troviamo anche tre parole classiche per designare la misericordia: “Pietà di me, o Dio, secondo la tua misericordia; nella tua grande amore cancella il mio peccato” (v.3). Dunque :pietà, amore, misericordia.

       Questi tre termini rendono molto debolmente il significato dei termini ebraici.

        La prima parola (hanan) “indica – scrive Maggioni – il gesto di chi abbassa lo sguardo verso un suddito. La sua nota essenziale è la gratuità, e quella signorile discrezione che non fa pesare il gesto che compie e non fa abbassare lo sguardo di chi lo riceve.

       La seconda parola (rahamin) evoca il grembo materno e allude a quel sentimento ricco di emotività, di ostinazione, di tenerezza, che è appunto l’amore materno (cfr. Is. 49,15).

       Il terzo vocabolo è il più ricco ( hesed) e indica la condotta da tenersi fra persone strette da un legame, e potremo tradurlo “con solidarietà fedele, o, anche meglio, “con solidarietà ostinata”.

       Certo la fedeltà di Dio esige la corrispettiva fedeltà dell’uomo. Tuttavia è anche vero che la fedeltà di Dio resiste anche se l’uomo viene meno alla propria.

L’uomo si ostina nel peccare, Dio si ostina nel far misericordia.

E l’ultima parola è sempre la sua. Ed è grazia grande, giacchè senza la divina misericordia l’uomo rischia di piombare nell’angoscia, e l’angoscia paralizza. Le parole di Gesù ai peccatori dicono sempre l’una e l’altra cosa: “Va’ e non peccare più” (Gv 8, 11) Non peccare più – dice la colpa, “va” dice il perdono.

       Prima il perdono, poi l’ammonimento.

       Se il senso della colpa è vivissimo, più intensa è, però, l’esperienza del perdono, della novità dello Spirito e della gioia che il Signore misericordioso effonde sul peccatore pentito.

       Testimoniare la misericordia

       “Insegnerò agli erranti le tue vie e i peccatori a te ritorneranno. Liberami dal sangue, Dio, Dio mia salvezza, la mia lingua esalterà la tua giustizia. Signore, apri le mie labbra e la mia bocca proclami la tua lode.” (vv. 15-17)

       E’ il proposito di missionarietà del Salmista. Egli vuole far capire a chi è senza strada che una strada c’è, anzi, che il Signore gli sta venendo incontro. E lo fa non con l’aria di chi vuol fare una lezione, ma con l’atteggiamento di chi dà testimonianza di ciò che ha vissuto. Chi è uscito da un tunnel, riesce a dire con più efficacia: coraggio, anche per te c’è sicuramente una via d’uscita. E lo fa con la lingua, con le labbra e con la bocca, cioè con una testimonianza che ha la forza di convincere e di coinvolgere.

       Una tale testimonianza è quella – per esempio – della Samaritana nel 4° Vangelo (Cap.4).

       La donna ha fatto un cammino penitenziale e ha scoperto Cristo come salvatore e come amico. E così, alla fine del cammino, il suo cuore e le sue labbra si aprono e, lasciata la brocca, va in città e dice alla sua gente :“Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto.

Che sia lui il Cristo?” (Gv 4,29). Alla Samaritana si sono aperte le labbra, si è sciolta la lingua e, in una esplosione di gioia, parla con semplicità e con verità della misericordia di Dio verso di lei.

       “Insegnerò ai ribelli le tue vie”. Consapevoli però della nostra pochezza, dobbiamo spesso ripetere: ” Crea in me, o Dio, un cuore puro, rinnova in me uno spirito saldo, rendimi la gioia di essere salvato, sostieni in me un animo generoso”  ( Sal. 51, 12. 14).

Conclusione

       Ecco un Salmo di cui ciascuno di noi ha bisogno per la vita di ogni giorno: una vita che scorre tra il Miserere e l’Alleluia, tra il De profundis e il Magnificat, tra Rahab la meretrice e Maria Immacolata.

       E’ un Salmo in cui s’intrecciano sentimenti profondamente umani, schiettamente religiosi. Vi troviamo la lucida consapevolezza del proprio peccato, ma anche la fiducia che il perdono divino rigenera il cuore e ricrea lo spirito. C’è il riconoscimento della propria fragilità, ma accompagnato dal sincero pentimento per la colpa. E’ acuta la coscienza della propria indegnità di fronte alla santità di Dio, ma è presente e viva la certezza che la misericordia divina ridona all’uomo la forza di impegnarsi a ricostruire in sé l’originario disegno di Dio tradito col peccato.

       Un Salmo per la vita, dunque, perché ci insegna a non presumere mai delle nostre forze, a “temere gli scogli dell’orgoglio, su cui tanta gente dabbene fa naufragio” (S.Ambrogio), a cercare e ad alimentare costantemente la contrizione del cuore, poiché “il solo ed irreparabile guaio è di trovarsi un giorno senza pentimento davanti al volto che perdona” ( Bernanos).

       Un Salmo che ci insegna il valore della penitenza, non solo come atteggiamento del cuore, ma anche come sacramento. Su quest’ultimo Paolo VI così si è espresso:”Scuola di sapienza morale, la confessione educa la mente a discernere il bene dal male; palestra di energia spirituale, essa allena la volontà  alla coerenza, alla virtù positiva, al dovere difficile; dialogo sulla perfezione cristiana, essa aiuta a scoprire le vocazioni proprie delle singole anime e a corroborarne i propositi per la fedeltà e per il progresso verso la santificazione propria ed altrui”.

       La santità rimane sempre la meta e l’anelito costante di chi intende vivere con serietà e rispondere con generosità. Santità, che, se non è fatta di innocenza, può costruirsi nella penitenza; se non consiste nell’essere sempre rimasti nella casa del Padre, può consistere nel ritorno umile e fiducioso.

                                                                                             † Giuseppe Costanzo