Salmo 55 (54) – L’uomo di fronte al tradimento dell’amico

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Una pagina profondamente umana. Un dramma personale intensamente vissuto, percorso da fremiti di sdegno e di malinconia. C’è il dramma dell’uomo, vittima   in tutti i tempi, dell’iniquità e del sopruso, della persecuzione e della sopraffazione dei potenti e dei prepotenti.

        Vi compaiono tre personaggi, attori del dramma: l‘io dell’orante, l’ “essi” dei nemici (in questo caso ex-amici) e, infine, Dio.

        Tre sono anche i tempi: nello sfondo il passato di amicizia, cancellato dal presente fatto di ipocrisia e tradimento, in prospettiva il futuro del giudizio di Dio.

        Forte è il contrasto tra immagini pacifiche e immagini bellicose. Esso rende bene il dramma dell’ ipocrisia che questa supplica esprime in forma molto viva. Alla base, infatti, c’è la storia di un tradimento:

” Se mi avesse insultato un nemico, l’avrei sopportato; se fosse insorto contro di me un avversario, da lui mi sarei nascosto. Ma sei tu, mio compagno, mio amico e confidente; ci legava una dolce amicizia, verso la casa di Dio camminavamo in festa” (vv. 13-15).

        Tutto il lessico dell’amicizia e dell’intimità è qui concentrato per rendere più amara la sorpresa del tradimento! (Ravasi) E il traditore è appunto un amico carissimo, legato a lui da consuetudine e familiarità, e soprattutto da una comune fede religiosa. (“verso la casa di Dio camminavamo in festa”) (v.15).

        Di fronte al crollo di questo valore sacro, il salmista vede piombare nel buio tutto il suo mondo. E’ come se tutto gli crollasse addosso. Non esita a manifestare il suo stato d’animo, che è di grande agitazione e delusione: ” Mi agito nel mio lamento e sono sconvolto al grido del nemico, al clamore dell’empio. Contro di me riversano sventura, mi perseguitano con furore. Dentro di me freme il mio cuore,

( Davide Turoldo traduce: “dalle viscere il cuore mi urla” ) piombano su di me terrori di morte” ( vv. 3-5).

        E’ turbato, sconvolto, spaventato: ” Timore e spavento mi invadono e lo sgomento mi opprime” (v. 6) La sofferenza è sentita dal Salmista come un’ondata che avanza devastando, sommergendo tutto, seppellendo nel suo abbraccio di morte anche l’orante. Uno “tsunami” psicologico! E’ vero che “è più vergognoso diffidare dei propri amici che esserne ingannati” (De la Roche  Foucauld ), ma è altrettanto  vero che il tradimento può passare nell’anima di chi lo subisce come una tempesta che distrugge una delle realtà più belle della vita: la fiducia nell’amore e nell’uomo e il gusto dell’amicizia che – come diceva il grande S. Agostino – “è la più dolce delle dolcezze umane sulla terra”.

        Il mondo gli sembra un inferno da cui vorrebbe scappare volando lontano, decollando dalla realtà amara verso orizzonti di silenzio e di pace: ” Dico: chi mi darà ali come di colomba, per volare e trovare riposo? Ecco, errando, fuggirei lontano, abiterei nel deserto. Riposerei in un luogo di riparo dalla furia del vento e dell’uragano” (vv. 7 – 9).

        L’orante usa immagini potenti, di rara efficacia. Ai simboli di morbidezza (olio, burro) oppone immagini acute e pungenti di battaglia, di penetrazione, e di taglio (guerra e pugnali sguainati):

” più untuosa del burro è la sua bocca, ma nel cuore ha la guerra: più fluide dell’olio le sue parole, ma sono spade sguainate”(v. 22).

        Sotto il manto apparentemente tenero e dolce dell’ipocrisia si celano lame affilate e manovre di guerra. E’ una grande tristezza, giacchè – come dice S. Teresa d’Avila – “senza amore tutto è nulla” (“sin amor todo es nada”).

        In questa situazione di sofferenza e di solitudine, anche la città santa, un tempo amata e ora temuta, gli sembra la città del delitto. Essa è abitata da sette figure criminali, che l’hanno trasformata in una ” spelonca di ladri”. All’esterno, le murasono vigilate da una terribile coppia:

” violenza e discordia”.

        Il centro cittàè abitato da ” cattiveria”, “dolore”, e “insidia”.

        Nelle piazze(la piazza è il luogo degli incontri, dei saluti, degli affari, delle relazioni più comuni) “sopruso” e “inganno” (vv. 10 – 12 ). La violenza si è insinuata nel tessuto di tutti i rapporti. Il Salmista ne è profondamente disgustato. Vorrebbe fuggire lontano, abitare nel deserto, al riparo dal vento e dalla bufera (vv. 7-9).

        Il Salmista avverte tutto il peso di questa solitudine che nasce dall’amore tradito e questa è una malattia dell’anima più grave di qualunque malattia fisica. C’è una pagina della Bibbia che riflette con intensità l’amarezza di questa malattia che non può essere curata da nessuna medicina (cfr. Giobbe, 19, 13 – 19). “La solitudine – nota Ravasi – è un deserto inospitale, è vuoto, è povertà, è un segno di morte”. E cita un proverbio tedesco che dice che “l’isolamento è impoverimento” ( Isolierung  ist  Verarmung”).

        Anche Gesù ha vissuto drammaticamente quest’esperienza. Non per nulla questo Salmo è stato applicato dalla tradizione cristiana al tradimento di Giuda. Ma non è l’unica delusione sofferta da Cristo:

c’è il rinnegamento di Pietro, che giura di non conoscere il suo Maestro; c’è l’abbandono da parte di tutti i discepoli nell’ora della Passione; c’è l’insulto dei passanti e del ladrone mentre egli è in croce. C’è il voltafaccia delle folle quando Egli fa discorsi “duri”; c’è l’incredulità di Gerusalemme che gli strappa lacrime di delusione: “Quando fu vicino, alla vista della città, pianse su di essa, dicendo: “Se avessi compreso … (Lc. 19, 41 sg). E ancora: “Gerusalemme, Gerusalemme, … quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli come una gallina la sua covata sotto le ali e voi non avete voluto!” (Lc. 13, 34)

        Come vedete, Gesù ha voluto vivere e impersonare questo affanno e ne ha assaporato la feccia fino alla nausea nella notte del Getsemani.

        Anche Paoloha conosciuto il tradimento dei cristiani di Corinto nonché quello dei “falsi fratelli”.  A Timoteo, discepolo a lui caro¸ nella seconda lettera a lui indirizzata, scrive: ” Nella mia prima difesa in tribunale nessuno mi ha assistito: tutti mi hanno abbandonato” (4.16).

        E’ duro sentirsi soli, abbandonati, traditi, incompresi, calunniati.

        Come reagisce l’orante del nostro Salmo?

” Io invoco Dio e il Signore mi salva. Di sera, al mattino, a mezzogiorno mi lamento e sospiro ed Egli ascolta la mia voce, mi salva, mi dà pace da coloro che mi combattono: sono tanti i miei avversari. Dio mi ascolta e li umilia, Egli che domina da sempre” (vv. 17-20).

        Reagisce con la preghiera accorata, insistente, fiduciosa.  Non si chiude. Non si deprime. Non si inasprisce con Dio. E’ pieno di sdegno contro i suoi avversari, ai quali augura la confusione babelica delle lingue (“confondi le loro lingue” v.10) e la discesa nello Sheol, dove non c’è vera vita. Dice che “il male è nelle loro case e nel loro cuore” (v.16) cioè si annida nelle loro città e nel loro intimo, e ” non temono Dio”. “Per essi – dice il Salmista – non c’è conversione” (v.20).

        Poi, però, passa dall’imprecazione ad un soliloquio molto bello: pacato, pieno di fiducia e di speranza. Si rivolge a Dio, roccia della sua salvezza, il solo che ha, anche per noi, la risposta ai “perché” dell’oppresso. Si rivolge a Lui con una supplica ininterrotta: ” Di sera, al mattino, a mezzogiorno mi lamento e sospiro” (v.18). Notate i verbi della supplica: ” invoco, mi lamento, e sospiro”. La risposta di Dio è espressa dal verbo “ascoltare”: “Egli ascolta la mia voce” (v.18).         Come si manifesta questo ascolto? Anche qui tre verbi: “mi salva, mi dà pace … li umilia” (vv 19-20).

        La certezza della liberazione riposa su Dio, il grande difensore della sua creatura oppressa e umiliata. E’ Lui l’arbitro della storia Colui che siede sul trono del giudizio e della salvezza. E’ Lui l’Eterno che col suo sguardo abbraccia e supera – tutto l’arco della storia e dell’essere.

        E’ a Lui che l’orante affida in ultima istanza la sua causa, perché ha la certezza che Egli non è indifferente alle vicende della storia e alle ingiustizie perpetrate sul nostro pianeta. Davvero, “i suoi occhi sono aperti sul mondo, le sue pupille scrutano ogni uomo” (Sal. 11 (10) v. 4).

        Il Salmista sa bene cosa pensa l’empio nella sua arroganza:

” L’empio – dice – disprezza Dio e pensa:  “Non ne chiederà conto?”  (Sal 9 (10) v.34). Ma il Salmista proclama la sua fede e la sua speranza, dicendo, ” Eppure tu vedi l’affanno e il dolore, tutto tu guardi e prendi nelle tue mani. A te si abbandona il misero, dell’orfano tu sei il sostegno.” (ivi v.35).

        Questa viva consapevolezza dà all’orante la forza di continuare un’esistenza così duramente provata. Dio interviene e demolisce le illusioni di impunità e di protezione degli empi, perché Egli è l’Eterno e il Giusto: “Gli idoli – dice il Salmista – periranno, ma tu rimani, tutti si logorano come veste, come un abito tu li muterai ed essi passeranno. Ma tu resti lo stesso ed i tuoi anni non hanno fine” (Sal 102, 27-28).

        Da questa incrollabile fiducia sgorga l’esortazione di stampo sapienziale che troviamo nel v. 23:” Getta sul Signore il tuo affanno ed egli ti darà sostegno” . (La nuova versione CEI dice:”Affida al Signore il tuo peso ed Egli ti sosterrà”), mai permetterà che il giusto vacilli”.

        Questo versetto è citato da S. Pietro nella sua prima lettera: “Umiliatevi sotto la potente mano di Dio perché vi esalti al tempo opportuno, deponendo in Lui ogni vostro affanno perché Egli ha cura di voi! (1Pt5, 6-7). E’ un invito all’abbandono fiducioso in Dio, anche quando il dolore ci torchia, quando i tunnel bui dell’esistenza ci sgomentano, o il tradimento degli amici ci riempie l’animo di amarezza. Non giova imprecare – anche se il Salmista non rinuncia ad esporre il suo desiderio di punizione-: ” Piombi su di loro la morte, scendano vivi negli inferi” (v. 16) e nel v. 24:

“Tu, Dio, li sprofonderai nella tomba gli uomini sanguinari e fraudolenti: essi non giungeranno alla metà dei loro giorni”. Non siamo ancora nel N.T. Non ha ancora ascoltato il discorso della montagna! Non serve fuggire lontano, rifugiarsi nel deserto. L’angoscia non si scioglie fuggendo: la porti con te. E neppure la società migliora se gli onesti si allontanano: bisogna restarvi dentro e fare azione di bonifica con la testimonianza della propria vita.

        Il Salmista non chiude la sua preghiera col desiderio di punizione né di fuga, ma col proposito che apre allo sguardo e ai sentimenti un orizzonte diverso: “Ma io, Signore, in Te confido”. Con quest’atto di filiale, fiducioso abbandono, il Salmista placa il suo tormento interiore e sigla la sua speranza. Dalla delusione degli uomini, nasce la fiducia in Dio, l’Amore sempre fedele. I suoi giudizi sono insondabili, le sue vie sono inaccessibili, ma Egli rimane sempre il Padre affidabile. A volte a noi sembra che Dio non ascolti le nostre domande: dobbiamo chiederci invece se non siamo noi che non ascoltiamo le sue risposte. Talora pensiamo che Dio non ci ascolta, perché la strada che Egli ci addita passa per il Golgota, e quella ci fa paura, ci ripugna, ci fa sentire non amati da Lui. Invece proprio quella è la strada che ha percorso suo Figlio, il nostro Salvatore, che ci ha preceduto nella risurrezione e nella gloria: “Per crucem ad lucem“.

        A Lui, amico segreto dei giusti sofferenti, rivolgiamo l’invocazione di S.Agostino:

        “Salvami, Signore, dalla paura, dalla voce della disperazione, dall’incubo dell’abbandono, dal tradimento degli amici e mostrami il tuo volto luminoso, perché io non mi senta solo ma protetto dalla tua mano amorosa.”

† Giuseppe Costanzo