Aurora del cuore nuovo: Maria

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(Lc. 1, 26-38)

Maria rappresenta la manifestazione più affascinante del cuore nuovo:

  •  cuore che sa ascoltare
  • cuore che sa amare
  • cuore che sa ubbidire
  • Cuore che sa ascoltare:

Non capita frequentemente di incontrare un cuore che sappia ascoltare. Infatti, saper parlare è dono di molti, saper tacere è virtù di pochi, saper ascoltare è carità di pochissimi. Ed è segno di saggezza e di amore.

“Ascolta, Israele”, è l’invito che Dio rivolge spesso al suo popolo, sempre incline a dimenticare. E difatti esso è spesso accompagnato dall’altro: “ricorda”, “non dimenticare”.

“Ascoltare” non vuol dire soltanto “udire”, ma anche accogliere, custodire, meditare. Maria è “la Vergine in ascolto”. Leggeva assiduamente le Scritture; sostava a lungo su quelle parole che nutrivano la sua fede; custodiva nella sua memoria le promesse che Dio aveva fatto al suo popolo; “ricordava” – cioè richiamava al suo cuore  – i vaticini dei profeti; era, per dirla con Paolo VI, “la sapienza riflessiva”.

Maria custodisce nel cuore fatti e parole: li ricorda, li approfondisce con la luce dello Spirito Santo, li medita, li rumina. Custodisce anche parole oscure, fatti che non comprende, realizzazioni inadeguate alle divine promesse, ma accetta umilmente di non sapere tutto, di non comprendere tutto e impara a restare nell’attesa del giorno in cui ciò che è nascosto sarà rivelato, ciò che è segreto verrà alla luce, ciò che è povero ed umile sarà esaltato. Ella vive illuminata dalla fede, non dalla visione. La sua vera grandezza non è tanto la sua maternità fisica ( da quella  Gesù prende le distanze!), quanto il fatto che Maria è donna che ascolta e medita. Il suo cuore è uno scrigno dove lei custodisce la Parola che l’aiuta a vivere, ma anche quella che la fa trepidare. Davanti a tutto quello che vedeva e ascoltava, davanti alle parole misteriose che la riguardavano o che si riferivano al Figlio suo, Maria fa silenzio, tace. Però – dice Luca – “serbava tutte queste cose – parole (rémata) meditandole in cuor suo” (Lc. 2,19).

Leggere le Scritture, meditare le promesse, pregare la Parola: questa era l’attività quotidiana di questa donna dalla fede grande. Questo le permetteva di far fronte agli eventi più inattesi e più sorprendenti con grande maturità, libertà e senso di responsabilità, come nell’ Annunciazione, perché la Parola di Dio era lampada per i suoi passi e luce sul suo cammino” (cfr. Sal. 119, 105). In ogni circostanza della sua vita, anche in quelle più drammatiche, lei poteva dire con grande pace: “Signore, nella tua volontà è la mia gioia, mai dimenticherò la tua parola” (Sal. 119,16).

  • Cuore che sa amare.

Tutta la vita di Maria volle essere una risposta appassionata all’invito di Dio che, attraverso il profeta Osea dice: “Voglio l’amore, non il sacrificio” (6,6).

Per amore Maria aveva maturato la decisione di restare vergine, di essere tutta di Dio, di dedicare a lui la totalità del suo affetto. Per restare fedele a quest’amore, davanti all’annuncio dell’Angelo che sembrava rovesciare completamente i suoi propositi, Maria chiede: “Come è possibile?”, intendendo dire: aiutami a capire, affinché, io possa dire quel si consapevole e libero che Dio vuole da me. E quando l’angelo la illumina e la rassicura, sottolineando che “nulla è impossibile a Dio”, Maria, col cuore colmo di amore e di gioia, senza esitazione, dice: “Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me secondo la tua parola” (Lc. 1,38).

Per amore Maria si reca a far visita alla cugina Elisabetta, gravida e avanti negli anni, prevedendo che potesse avere bisogno dei suoi servizi, e così avvenne l’incontro tra due donne e due bimbi di particolare grandezza.

Ma, tornata a Nazareth, il suo amore a Giuseppe fu passato al crogiuolo della prova più dura. Le persone la guardavano con sospetto, con occhio cattivo, come se volessero dire: “Che hai fatto? Di chi è questo figlio? Non ti vergogni? A chi avrebbe potuto dire che quel bimbo era figlio suo….e figlio di Dio? Chi le avrebbe creduto? Anche la sua famiglia era in subbuglio e Giuseppe visse un momento particolarmente drammatico: amava e stimava Maria immensamente, conosceva la rettitudine dei suoi sentimenti e la purezza del suo cuore, ma non sapeva spiegarsi che cosa fosse accaduto.

Maria non si affrettò a dare spiegazioni. Aspettò che passasse la bufera, nascondendosi tra le braccia di Dio. Taceva, soffriva, pregava e attendeva….Era sicura che Dio sarebbe intervenuto a difenderla e a liberarla. E fu così!

Un angelo apparve in sogno a Giuseppe e gli disse: “Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perché quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo. Ella partorirà un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati” (Mt. 1, 20-21). E Giuseppe ubbidì e la prese con sé. La tempesta si placò. Maria potè dire, col Salmista: “Il Signore fu mio sostegno; mi portò al largo, mi liberò, perché mi vuol bene” (Sl. 18,19 sg.).

Solo un amore forte e fedele può reggere a prove così terribili. Solo un’affettività matura preserva da lacerazioni e rotture irrimediabili. L’amore di Maria per il suo sposo si è certamente rinsaldato e si è caricato di particolare tenerezza e riconoscenza.

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La vicenda del censimento voluto da Cesare Augusto ha aggiunto un altro tassello al rapporto sponsale di Maria con Giuseppe. Originari di Betlemme, dovettero mettersi in viaggio per essere registrati in quel luogo. Il viaggio fu lungo e faticoso, non esente da rischi e da umiliazioni. Maria, in quell’occasione, sperimentò l’amore, la delicatezza, il senso di protezione di Giuseppe, che contrastavano con la durezza e la freddezza del cuore umano. Maria ha visto il dispiacere e l’amarezza, forse anche le lacrime, di Giuseppe, impotente a trovare a Betlemme un angolo di casa dove accogliere la sposa che stava per dare alla luce…..

Si è sentita profondamente amata e lo ha riamato con particolare intensità.

Quale emozione, poi, nel dare alla luce il Bambino Gesù, il tesoro dell’umanità, la speranza per tutti i popoli. Maria lo guardava con stupore, lo contemplava con emozione, lo avvolgeva col suo amore, lo baciava come il frutto delle sue viscere, lo adorava come il Dio dell’universo. E quando la perfidia di Erode vuole ucciderlo, l’amore di Maria intrecciato con l’amore di Giuseppe, lo mette in salvo. Scappano nella notte, fuggono in Egitto, accettano di vivere come profughi, come esiliati!

Amare è dimenticare se stessi e le proprie esigenze per occuparsi degli altri. Amare è uscire da sé per andare incontro agli altri. Amare è donarsi, senza calcoli, senza tornaconti, senza rimpianti.

Morto Erode, l’angelo appare ancora una volta a Giuseppe e gli ordina di rientrare nella terra d’Israele.

Giuseppe ubbidisce e si mette in cammino insieme con Maria e il bambino. Nuova fatica, nuova avventura, nuovi rischi…, ma identico amore.

Un cuore che ama non risparmia energie, non lesina sacrifici, anzi si rimotiva sempre di nuovo.

Giungono a Nazareth e lì Maria si dedica a quel Figlio. Ripensa alle parole dell’angelo “Sarà grande e chiamato figlio dell’Altis simo” e, vedendolo crescere e atteggiarsi come ogni altro bambino, attende il compiersi dei piani di Dio e rinnova il suo proposito di stargli sempre accanto qualunque cosa accada, costi quel che costi!

Quando Gesù aveva dodici anni, Maria e Giuseppe lo portarono a Gerusalemme per la Pasqua. Al ritorno Gesù se ne rimase nel Tempio a discutere coi dottori della legge. I genitori lo credevano in compagnia degli altri bambini e stavano tranquilli. Ma quando si accorsero che mancava e non sapevano dove cercarlo, Maria ebbe come un colpo al cuore: “Dov’è? Cos’è accaduto? E come è stato possibile?”

Mille domande, come lampi, le attraversarono la mente. Scattò immediatamente l’ansia, che la fece trepidare per il suo bambino. Spuntò un senso di colpa come se non l’avesse custodito abbastanza. Se ne sentì responsabile. Passò la notte insonne, col cuore in tempesta. Pregava, ma senza sollievo. Solo una mamma può capire ciò che prova una mamma quando si accorge che suo figlio non c’è più: sparito nel nulla, nel vuoto, nell’incognito. Sono passati due giorni e due notti, ma invano, nessuna traccia del Bimbo. Maria credeva di morire…tanto era grande il suo dolore.

Il dolore è l’altra faccia dell’amore.

Il ministero pubblico di Gesù procurò al suo cuore di madre tante gioie e tante pene. Maria era felice di tutto il bene che Gesù faceva, dei malati che guariva, dell’entusiasmo che suscitava…..ma si affliggeva per la cattiveria degli avversari, per la perfidia con cui tramavano insidie contro di lui, per il livore e l’odio con cui pensavano di metterlo a morte. Ognuna di queste brutte notizie era per il suo cuore una vera pugnalata. Cominciava a compiersi la profezia di Simeone: “A te una spada trafiggerà l’anima” (Lc. 2,35). Ma lei, anche nei momenti più bui, non perdeva mai la fiducia: “Confidate nel Signore sempre, perché il Signore è una roccia eterna” (Is. 26, 4).

A Cana Gesù manifestò la sua gloria e lei mostrò in pieno il suo cuore di madre. Lei, solo lei, si accorse che stava per mancare il vino e intercedette efficacemente presso il Figlio, che cambiò l’acqua in vino. Maria intervenne con prontezza, con discrezione, con amore sollecito. Quando il cuore è puro e libero da ogni egoismo, si vive attenti a dare gioia e ad accendere   speranza.

Ma è sul Calvario, ai piedi della Croce, che il cuore di Maria manifesta tutta la sua capacità di amare, e perciò di comprendere e di perdonare. Sul Calvario, dove si condensa l’odio di tutta la storia umana, dove si concreta il peccato di tutti i secoli, Maria rivela il suo amore e la sua fedeltà. Quando vede il Figlio rifiutato, condannato e umiliato, Maria non fugge, non grida, ma rimane accanto, “amorosamente consenziente all’immolazione della vittima da lei generata” (L. G. 58), convinta, che la forza di Dio è l’Amore e che con l’amore Dio affronta e vince tutta la cattiveria della storia umana. Maria perdona Pietro, forse gli asciuga le lacrime del suo amaro pianto dopo il triplice rinnegamento; perdona Giuda, che aveva tradito l’amore con un gesto d’amore; perdona i crocifissori, che le avevano straziato l’anima non meno di quanto avevano straziato il corpo del Figlio; “ripete per tutti la preghiera del Figlio: “Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno” (Lc. 23,34). Maria ha compreso che la croce non è la vittoria dell’odio umano, ma la vittoria dell’amore divino, e la lascia passare nel suo cuore di madre, per raccontarla ad ogni figlio, a tutta l’umanità.

  • Cuore che sa obbedire

Quel “fiat” – pensato, voluto, mai più ritrattato – , detto all’ Arcangelo Gabriele, è l’espressione del suo cuore docile, della sua sottomissione filiale al progetto salvifico di Dio. Maria è pronta ad assumere nella maniera più piena il servizio cui Dio l’ha chiamata e sta di fronte alla volontà del Signore come l’ “ancilla domini” con piena fede e radicale obbedienza. Con un intervento di Dio e con un atto di fede di Abramo era iniziata la storia della salvezza, con un intervento di Dio e con atto di fede di Maria essa raggiunge la sua pienezza.

Maria, di fronte alla parola di Dio che l’angelo le ha trasmesso, si è mostrata donna di fede e di obbedienza, e dicendosi “serva di Iahweh” ha dato la sua disponibilità più totale al servizio cui Dio l’ha chiamata. Essa non è solo figlia di Abramo perché ebrea, ma perché credente e obbediente. L’incarnazione del Verbo non è solo opera del Padre e dello Spirito Santo, ma è anche opera della fede di Maria che dà il suo consenso offrendo il suo corpo a Dio in sacrificio vivente. Maria concepisce il Figlio di Dio fisicamente perché l’ha concepito spiritualmente.

A questa generazione del Verbo ognuno di noi è chiamato: si tratta di accogliere con fede e obbedienza la Parola, di farla scendere dalla testa nel cuore, di lasciarla fecondare in noi dallo Spirito Santo e in noi sarà generato il Cristo. Ecco il mistero di Maria e del cristiano. La fede di ogni cristiano si radica nel gesto di valore universale compiuto da Maria, nel suo fiat, che l’ha immessa in un mistero di portata universale: Colui che è stato generato dal seno del Padre è concepito nel seno di una donna, il trascendente si fa terrestre, l’inaccessibile si fa palpabile, l’invisibile si fa vedere e si lascia contemplare. Grazie alla fede e all’obbedienza di Maria l’umanità è stata unita al Creatore. C’è da pregare perché venga presto il giorno in cui tutta l’umanità farà l’obbedienza della fede.

Intanto cominciamo noi, che siamo stati costituiti guide. Chiediamo, come Salomone, “un cuore che sappia ascoltare”, che vuol dire anche un cuore che sappia obbedire. Nell’obbedienza stanno tre grandi beni: la pace del cuore, la santificazione personale e la fecondità pastorale.  

†Giuseppe Costanzo