Parte 1: La consolazione di Dio
La consolazione parte sempre da una situazione di sofferenza, di oppressione o di dolore che può essere fisica o morale, individuale o comunitaria. L’uomo ha bisogno di consolazione nella malattia, nella persecuzione, nel lutto, nella tristezza.
Nel linguaggio corrente “consolare” equivale, il più delle volte, a pronunciare parole di conforto, comunicare un po’ di serenità o a chi è afflitto, far sentire la propria vicinanza e la propria partecipazione, ma non modifica la situazione penosa che causa dolore.
La S. Scrittura va oltre questa consolazione. Senza negare o sottovalutare la consolazione umana, la Bibbia offre una consolazione che va in una dimensione più profonda. Una consolazione di altro livello: non resta ai margini, non si ferma alla superficie, ma raggiunge le profondità della persona, parla al cuore, centro dei sentimenti e delle decisioni, e ne cambia la vita.
- Un testo chiave nell’A.T. è Is 40,1-11: un testo teologico e poetico, in cui Dio comanda al profeta: “Consolate, consolate il mio popolo … parlate al cuore di Gerusalemme e gridatele che la sua tribolazione è compiuta”. Cioè: è finito il tempo dell’esilio, è finita la punizione, è arrivata l’ora del ritorno. Egli rivela un amore appassionato per il suo popolo, per ogni uomo. Dio è passione, compassione e consolazione per l’uomo. Al cap. 51 Egli dice: “Io, io sono il tuo consolatore. Chi sei tu perché tema uomini che muoiono e un figlio dell’uomo che avrà la sorte dell’erba?” (v.12)
Come vedete, la consolazione di Dio non si riduce ad una tenera carezza che rincuora: Dio consola soccorrendo chi si trova in condizioni disperate; consola il misero sollevandolo dalla polvere (1 Sam2,8), mutando il suo lamento in danza e il suo grido in canto di gioia (Sal 30,12). Dio consola con la bontà di un pastore; con l’affetto di un padre; con l’ardore di un fidanzato e di uno sposo; con la tenerezza di una madre.
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Nella nuova economia di salvezza la consolazione ha la sua espressione in Cristo e nello Spirito Santo Paraclito.
Gesù comincia la sua missione dopo essere stato presentato da Giovanni come redentore/consolatore dei secoli. Egli stesso si presenta nella sinagoga di Nazaret, proclamando il testo di Isaia che promette la consolazione divina ai poveri, ai prigionieri, ai ciechi, agli oppressi, agli schiavi (cfr Lc 4,18 sg).
Zaccaria,nel Benedictus, lo proclama “sole che sorge per rischiarare quelli che stanno nelle tenebre e nell’ombra della morte” (Lc 1, 78 sg) e Simeone lo dichiara “luce per illuminare le genti e gloria del tuo popolo Israele” (Lc 2,32).
Gesù si presenta come il Consolatore di tutti coloro che gemono e si piegano sotto il carico: “Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò. Prendete il mio giogo sopra di voi, e imparate da me che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime. Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero” (Mt 11, 28 sg).
Apporta agli afflitti, ai poveri, il messaggio di consolazione, il Vangelo della felicità nel Regno del Padre (Mt 5= le beatitudini). Viene a ridare coraggio a coloro che sono oppressi dai loro peccati o dalla malattia. (Mt 9, 2-22).
Il momento cruciale di tutta la consolazione è quello della passione. Sì Gesù ci dà la prova massima d’amore: quell’amore che giunge fino al dono della vita.
Il Vangelo nel suo insieme è un messaggio di consolazione, di liberazione e di salvezza per i poveri, gli afflitti e i piccoli.
E’ un invito alla speranza. Una testimonianza dell’amore misericordioso di Dio. Gesù è il medico divino venuto a curare e guarire i peccatori (Mc 2,17).
Egli è il Sommo Sacerdote misericordioso capace di compatire le nostre infermità.
Egli, perciò, ci invita ad “accostarci con piena fiducia al trono della grazia per ricevere misericordia e trovare grazia ed essere aiutati al momento opportuno” ( Eb 4, 15-16).
L’Apocalisse ci attesta che Egli vuole tergere ogni lacrima dai nostri occhi ed eliminare la morte, il lutto, il lamento e l’affanno (cfr 21,3-4).
- Questa consolazione non ha fine con il suo ritorno al Padre: Gesù non abbandona i suoi “Non vi lascerò orfani”. Lo Spirito della Pentecoste che ha donato loro non cessa di colmare la comunità cristiana degli incoraggiamenti intimi che le consentono di affrontare ostacoli e persecuzioni (cfr At 9, 31= “la Chiesa cresceva e camminava nel timore del Signore, colma del conforto dello Spirito Santo”).
Lo Spirito Santo è il “Consolatore perfetto”, “l’Ospite dolce dell’anima”, il “Dolcissimo sollievo”. Egli ci consola perché con la sua venuta “rinnova la faccia della terra”.
I Pastori, ai quali il Signore ha affidato la sua Chiesa, a loro volta le assicurano la loro parola di conforto (cfr At 15,31). L’apostolo Paolo, ha gettato le basi di una teologia della consolazione. Il testo è nella 2 Cor 1, 3 ss.
Paolo si è trovato a fronteggiare situazioni difficilissime, disperate: “lotte fuori – dice – timori dentro” (2 Cor 7,5). A proposito della tribolazione che gli è capitata in Asia, dice che lo ha “colpito oltre misura”, “al di là delle sue forze”, tanto da “disperare perfino della sua vita”. Il Padre però lo ha strappato dagli artigli della morte e gli ha dato liberazione e salvezza. Più in generale, nella sua esistenza intessuta di afflizioni e sofferenze, l’apostolo ha sperimentato che la consolazione di Dio si è concretizzata in una straordinaria forza d’animo, nella lucida consapevolezza che così si realizza una profonda comunione e partecipazione al destino di Gesù Crocifisso. L’ombra della croce si proietta nella vita quotidiana dei credenti. Questo, però non come masochismo né come rassegnazione passiva, ma come esercizio di costante fermezza e saldezza nelle prove, spesso crocifiggenti, della vita. In tutto questo il Padre è sempre intervenuto a confortarlo e a renderlo capace di confortare gli altri. Afflitto e consolato. Consolato e consolatore. L’esperienza limite gli ha insegnato a spostare la sua fiducia da sè stesso in Dio. Là dove le sue forze si sono dimostrate assolutamente impotenti, là si è disvelata la potenza divina. Sta qui il significato pedagogico del dramma vissuto e il valore decisivo dell’intervento liberatore di Dio.
Paolo, col suo esempio, ci insegna come consolare: come un padre (1Ts2,11), come una madre (Gal4,19), come un fratello (Rm 12,1) come amico e con sentimento di bontà e mansuetudine (2Cor 10,1).
Uno dei mezzi fondamentali per consolare è la Parola di Dio (non le nostre parole che spesso urtano, feriscono, infastidiscono).
La Parola di Dio ha forza vivificante: “Questo mi consola nella miseria: la tua parola mi fa vivere” (Sal 119,50).
Parte II: le lacrime di Maria
Premesse
- Le lacrime della Madonna sono da collegare con il Cuore di Dio: rivelano la sua capacità di amare, e di amare per primo; la sua disponibilità a compatire e a perdonare, a comprendere e ad usare misericordia. Dio non rimane indifferente davanti alle vicende dei suoi figli, non è come un “monitor” freddo e distaccato. Egli, invece, è sensibile di fronte alle nostre sofferenze e interviene, e si coinvolge e manda la Madre del suo Figlio quale messaggera delle sue paterne preoccupazioni, della sua materna tenerezza e del suo appassionato, immutabile amore.
- La sofferenza non è una realtà estranea alla Madonna, anzi, alla luce della rivelazione biblica, Maria ha scritto con la sua vita il “Vangelo della sofferenza” (S.D. 25), così che ne è diventata “icona vivente”. Nella sua vicenda terrena Ella conobbe il dolore della povertà a Betlemme, dell’esilio in Egitto, del nascondimento a Nazaret; sperimentò l’angoscia per lo smarrimento di Gesù e soprattutto la spada nel cuore quando il Figlio, moriva Crocifisso sul Calvario. Là, sul Calvario, la sua sofferenza, animata dalla fede, si unisce a quella di Cristo, e diviene spazio di amore e strumento di salvezza per tutti i figli di Dio, di cui Ella è dichiarata Madre (cfr Gv 19, 25-27).
La sua compassione, unita alla passione del Figlio, diventa generatrice di una nuova umanità. Maria Addolorata è quella donna partoriente che nel travaglio del parto, dà alla luce i discepoli amati da Cristo. Col suo esempio la Madonna ci insegna un modo diverso di porsi di fronte al dolore: né la ribellione, né la rassegnazione fatalistica, ma l’accettazione e la trasformazione in spazio d’amore e strumento di salvezza. La Madre di Gesù è unita al suo Figlio mediante l’offerta del dolore salvifico.
Con la sua testimonianza l’Addolorata ci insegna a soffrire con Cristo, ad amare, credere e sperare. Nella sua condizione di Assunta in cielo, con il corpo glorificato e trasformato dallo Spirito, Ella mostra che non il dolore ma la gioia imperitura costituisce il destino finale dell’umanità. Per questo Ella “risplende davanti al pellegrinante popolo di Dio come segno di sicura speranza e di consolazione”.
- Maria in cielo è avvolta nella gloria, è immersa nella gioia, è sottratta alla sofferenza incompatibile col suo stato glorioso, ma non è insensibile, non è stoicamente impassibile. Ella, invece, pur essendo felice è compassionevole nei riguardi degli uomini torchiati dal dolore; anzi nutre per essi amore e pietà, giacchè il Cristo morente a Lei li affidò come figli. Maria, piena di grazia, rifugio dei peccatori e consolatrice degli afflitti, è la più perfetta espressione umana della misericordia. Ella, madre di misericordia, contribuisce a svelarci il volto di Dio, che resiste ai superbi e dà grazia agli umili. Mi pare umanissimo e suggestivo ciò che ha detto il Card. Martini: “La felicità dei santi non è così imperfetta da non accettare di coinvolgersi nell’umana infelicità”.
E veniamo adesso al cuore della nostra riflessione: le lacrime di Maria.
Sono segno di profonda umanità, di delicatezza materna, di partecipazione profonda alle sorti del mondo. Nelle lacrime la Madre rivela la sua impotenza di fronte al gioco della libertà e responsabilità degli uomini, che si chiudono alla salvezza offerta da Cristo. Maria piange – come ha fatto Gesù su Gerusalemme – per lanciare a noi un ultimo monito a non rifiutare il Regno di Dio, a non respingere ostinatamente il messaggio evangelico. “Le lacrime della Madonna appartengono all’ordine dei segni: esse testimoniano la presenza della Madre nella Chiesa e nel mondo”. Piange una madre quando vede i suoi figli minacciati da qualche male, spirituale o fisico” (Giov.Paolo II omelia a Siracusa).
Maria, che nel Monte Calvario fu “amorosamente consenziente all’immolazione della vittima da lei generata”, piange a causa dei peccati e dei mali dell’umanità; è triste ed afflitta a motivo della silenziosa apostasia delle masse.
Una lettura appropriata delle lacrime della Madonna ce la offre il P. Philippe Sèvean, docente alla Facoltà teologica “Marianum” di Roma: “Maria ha parlato tante volte invitandoci alla penitenza, alla conversione del cuore: ora Ella piange. Le sue lacrime sono un messaggio, e insistiamo su questo punto, un messaggio rivolto agli uomini del nostro tempo. Il suo pianto è la continuazione del messaggio materno di Maria che chiama gli uomini alla penitenza e alla conversione”.
A Siracusa, Maria ha parlato senza parlare.
A differenza degli altri messaggi tanto luminosi come quelli di Lourdes e di Fatima, questa volta Maria ha taciuto completamente. Ma nessuna parola poteva superare l’eloquenza del suo silenzio unito al pianto.
Nessuna sollecitudine, per chi sa capire con intelletto d’amore, può superare le sue mute lacrime. Quando una madre vede respinti ostinatamente i suoi ammonimenti, quando vede i suoi figli ingannati incamminarsi verso la rovina perché non credono più in Lei, Ella trasforma il suo linguaggio in pianti che sono la più vibrante espressione del suo amore, la denuncia della impotenza in cui l’hanno ridotta la resistenza dei suoi figli, il riflesso quasi sperimentale e il ricordo del male dove sono orientati.
- Possiamo dunque affermare che le lacrime di Maria sono anzitutto lacrime di dolore. Dolore di fronte all’indifferenza, alla negligenza, alla resistenza che l’uomo oppone alla Parola di Dio, alla volontà di Dio, ai disegni di Dio. Dolore di fronte alla superbia e alla pretesa autosufficienza della miserabile creatura, che nella sua cecità osa ergersi contro Colui che l’ha creato e lo ama.
- Ma le lacrime di Maria sono anche lacrime d’amore. Ella, come Madre sollecita, soffre e piange per quanti rifiutano l’amore di Dio, ma non li abbandona, bussa invece al loro cuore, cerca di scuotere la loro coscienza, perché sa che lontano da Dio e dal suo cuore tenerissimo, non troveranno pace in questa valle di lacrime. Madre del bell’amore, soffre nel vedere che gli uomini non si amano, perché sa più di tutti che “chi non ama, rimane nella morte”, “chi non ama non ha capito” (S. Agost.).
- Sono lacrime di preghiera: la preghiera accorata della Madre che non si rassegna al vagabondaggio spirituale dei figli; la preghiera perseverante ed efficace di Colei che è “l’Onnipotenza supplichevole”, che è “Madre di misericordia “ e “Avvocata nostra”. E’ la preghiera che si leva supplice anche per quanti non pregano perché ostinatamente chiusi al richiamo di Dio: “La tua benignità non pur soccorre / a chi domanda, ma molto fiate / liberamente al dimandar precorre / In Te misericordia, in Te pietate,/ in te magnificenza, in Te s’aduna / quantunque in creatura è di bontade” (Dante Alighieri).
- “Sono lacrime di speranza, ha detto il Papa Giov.Paolo II, che sciolgono la durezza dei cuori e li aprono all’incontro con Cristo Redentore, sorgente di pace per i singoli, le famiglie, l’intera società”. Se Gesù è l’incarnazione dell’amore e della misericordia del Padre, Maria è Colei che più gli somiglia. La Chiesa lo sa e perciò la invoca “Consolatrice degli afflitti”, “Aiuto dei cristiani” e “Rifugio dei peccatori”. Il Santuario in forma di “tenda”, ci ricorda che qui la Madre chiama e accoglie i suoi figli a braccia aperte e con cuore dilatato. Di più, questo Santuario che può essere visto come un otre, ci trasmette un messaggio stupendo, che vale per Dio e per la Madre nostra: “le mie lacrime nell’otre tuo raccogli” (Sal 55(56),v.9). Questa certezza è motivo di speranza e sorgente di infinita consolazione: nessuna lacrima va perduta, tutte vengono raccolte e santificate.
La Madonna S.Sma fonde le sue con le nostre lacrime. Nelle sue lacrime si condensa il cordoglio di tutte le madri che piangono i loro figli uccisi dalla violenza o dalla droga; il grido dell’umanità dolorante per le molteplici ferite dell’esistenza, per i tanti drammi quotidiani (problemi di casa, di lavoro, di salute), per le tragedie e le follie che sconquassano la famiglia. Nelle sue lacrime si esprime in modo toccante la presenza dolente della Madre accanto a tutti i Crocifissi della storia: bambini abbandonati, fanciulli abusati, adolescenti smarriti, giovani senza ideali e senza prospettive di futuro, adulti frustrati e demotivati, anziani soli e angosciati, famiglie disgregate. E lei asciuga queste lacrime perché è Madre, sempre madre, nostra madre.
Lei, che è la Mediatrice di tutte le grazie, ci ottenga lacrime di pentimento e di vita nuova, che aprono i cuori al dono rigenerante dell’amore di Dio. Ottenga a tutti lacrime di gioia dopo avere sperimentato la profonda tenerezza del suo cuore.
† Giuseppe Costanzo
