Maria donna eucaristica

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Al termine dell’Enciclica “Ecclesia de Eucharistia” Giovanni Paolo II ci convoca alla scuola di Maria “donna eucaristica” ( EE 53-58).

        Egli -coerentemente con la sua profonda “spiritualità mariana”- è convinto che solo guardando a Maria e seguendo le sue orme potremo celebrare e vivere il mistero eucaristico, “il tesoro della Chiesa, il cuore del mondo, il pegno del traguardo a cui ciascun uomo, anche inconsapevolmente, anela” (EE 59).

        Il Papa parla di una “relazione profonda” (EE 53) tra Maria e l’Eucaristia. Tale relazione va collocata nell’affermazione pregnante del cap.8° della “Lumen Gentium” secondo cui “per la sua speciale partecipazione alla storia della salvezza, Maria riunisce e riverbera i massimi dati della fede” (L.G. 65).

        A questi massimi dati della fede appartiene certamente l’Eucaristia, “mysterium fidei” per eccellenza. Ugualmente l’esemplarità di Maria “donna eucaristica” per la comunità cristiana, si

può capire soltanto in base alla dottrina patristica-conciliare della Vergine Madre “tipo della Chiesa” nell’ordine “della fede, della carità e della perfetta unione con Cristo” (L.G. 63).

        Il Papa Paolo VI nella “Marialis cultus” applica tale dottrina alla liturgia e afferma che è da celebrare e vivere ispirandosi a Maria “modello dell’atteggiamento spirituale con cui la Chiesa celebra e vive i divini misteri” (MC 16).

        E il documento esemplifica presentando Maria come “Vergine in ascolto … in preghiera … madre … offerente” ( 17-20) e menzionando la sua presenza nel sacrificio eucaristico “che la Chiesa compie in comunione con i santi del cielo e, prima di tutto,  con la beata Vergine” (MC 20).

        Questo è – potremmo dire – il retroterra”ecclesiale”.  L’enciclica, inoltre, ha un altro sfondo: quello “antropologico”, giacchè presenta Maria nella logica del “dono di sé”, di cui l’Eucaristia è il vertice.

        Già ogni essere umano, creato a immagine di Dio, riflette in sé la natura relazionale di Dio uno e trino, sicchè “non può ritrovarsi pienamente se non attraverso un dono sincero di sé” (G S 24).

        Questo chiede un atteggiamento di accoglienza dell’altro, che giunge alla piena disponibilità e donazione di sé.

        Oggi si tende a superare la concezione del dono come scambio interessato che richiede un contraccambio, si vuole giungere al dono veramente gratuito.

        Già Aristotele aveva osservato l’asimmetria del dono della vita da parte del genitore, per cui tutti i servizi che il figlio gli presterà non possono essere paragonati al dono ricevuto.  Gesù, poi, rompe il cerchio dello scambio invitando i suoi discepoli al dono disinteressato, senza mire segrete di contraccambio o ricompensa (gratuità assoluta): “al contrario, quando offri un banchetto, invita i poveri, storpi, zoppi, ciechi; e sarai beatoperché non hanno da ricambiarti“(Lc 14,13sg).

        Bisogna, dunque, distinguere il dono dallo scambio, poiché il dono in quanto tale non è mai uno scambio: è un donare senza reciprocità, senza ritorno; è un movimento assolutamente non circolare di pura apertura. E’- come dice San Tommaso d’Aquino – l’amore  agapico che non esige alcun contraccambio perché vuole il bene dell’altro.

        Proprio in tale contesto si inserisce l’Eucaristia che esige una cultura del dono di sé e ci aiuta a realizzarlo. Gesù raggiunge il culmine della donazione di sé nella sua passione: ha dato se stesso, la sua vita, il suo corpo. Anzi, egli stesso è il dono per eccellenza che scaturisce dall’amore del Padre: ” Dio ha tanto amato il mondo da donare il suo Figlio Unigenito” (Gv 3,16). Gesù, a sua volta, offre tanti doni agli uomini: la Parola, il Pane di vita, la pace, la Madre; in particolare egli fa due doni preziosissimi: “dona lo Spirito senza misura” (Gv 3,34) e “la vita eterna” (gv 10,28).

        Secondo l’Enciclica EE, l’Eucaristia non è “un dono, pur prezioso fra tanti altri, ma il dono per eccellenza, perché dono di se stesso”.

        Mistero grande! Mistero di misericordia!

        Che cosa Gesù poteva fare di più per noi? Davvero, nell’Eucaristia, ci mostra un amore che va fino “all’estremo” (cfr Gv 13,1), un amore che non conosce “misura” (EE, 11) – cfr S. Agostino: sapientissimo……

        Giovanni Paolo II parte dalla convinzione che ” non possiamo dimenticare Maria perché Ella ha con il SS. mo Sacramento “una relazione profonda” (EE 53).

        Il “binomio Maria ed Eucaristia” è inscindibile (EE 57).

         Maria  donna “eucaristica”

                       con l’intera sua vita  (EE 53)

        Quali sono i vincoli tra l’Eucaristia e Maria? Giovanni Paolo II le dedica il capitolo finale dell’enciclica, intitolato appunto:” Alla scuola di Maria donna “eucaristica” (EE 53-58).

        Il Papa fa una lettura di tutta la vita di Maria in prospettiva eucaristica. Seguiamo, dunque, l’enciclica. Il Papa non si è legato alla cronologia, noi invece preferiamo seguire l’ordine cronologico.

  1. Nell’Annunciazione.

        Riscontriamo “un’analogia profonda tra il fiat pronunciato da Maria alle parole dell’Angelo e l’Amen che ogni fedele pronuncia quando riceve il Corpo del Signore” (n° 55). L’atteggiamento che ci accomuna è quello della fede, per cui Maria crede “nel mistero dell’Incarnazione, anticipando anche la fede eucaristica della Chiesa”.

        A Maria fu chiesto di credere che Colui che Ella concepiva “per opera dello Spirito Santo” era “il Figlio di Dio” (cfr Lc 1, 30-35); in continuità con la fede di Maria, nel mistero eucaristico a noi viene chiesto di credere che quello stesso Gesù, Figlio di

Dio e Figlio di Maria, si rende presente con l’intero suo essere umano-divino nei segni del pane e del vino (n55).

        Chi non vede l’importanza di questa fede per noi sacerdoti e fedeli, abituati a ripetere ogni giorno la cena del Signore e quindi esposti al tran tran quotidiano e al tarlo dell’abitudine? L’Enciclica mira precisamente a suscitare lo stupore della fede dinanzi al mistero eucaristico – mistero della fede – neutralizzando il formalismo e vigilando sull’abitudinarietà.

  •  Nella Visita a S. Elisabetta.

        Qui ci troviamo di fronte a un dato oggettivo e ad uno soggettivo.

Oggettivamente-come mostra il parallelismo col trasporto dell’Arca in casa di Obed-edom – Luca vuole trasmettere la convinzione che Maria è l’arca della nuova alleanza, il luogo incorruttibile della presenza del Signore.          L’enciclica papale, pur consapevole delle differenze tra la dimora personale e quella locale, legge suggestivamente il dato biblico  come prolessi o anticipo di quanto avverrà con l’Eucaristia, che sarà conservata nelle Chiese in apposito tabernacolo per essere adorato

dai fedeli. In ambedue, la presenza di Cristo è recondita: quando nella Visitazione, porta in grembo il Verbo fatto carne, Ella si fa, in qualche modo “tabernacolo”- il primo tabernacolo della storia – dove il Figlio di Dio, ancora invisibile agli occhi degli uomini, si concede all’adorazione di Elisabetta, quasi “irradiando” la sua luce attraverso gli occhi e la voce di Maria (EE 55).

        “E lo sguardo rapito di Maria nel contemplare il volto di Cristo appena nato e nello stringerlo tra le sue braccia, non è forse l’inarrivabile modello d’amore a cui deve ispirarsi ogni nostra comunione eucaristica?”(ivi)

  • Il Magnificat, cantico eucaristico.

        Cantato da Maria dopo che Elisabetta le ha rivelato la sua divina maternità, il Magnificat rimbalza nella Chiesa che nell’Eucaristia si unisce pienamente a Cristo e al suo sacrificio, facendo suo lo spirito di Maria, ossia “rileggendo il Magnificat in prospettiva eucaristica” (n°58).

        Le convergenze spirituali tra la celebrazione dell’Eucaristia e il cantico di Maria sono varie:

  • Lode e rendimento di grazie, poiché in ambedue si loda e ringrazia il Padre“per Gesù, in Gesù, e con Gesù”, cioè si realizza il “vero atteggiamento eucaristico”;
  • memoria dell’Incarnazione redentrice. In ambedue si fa “memoria delle meraviglie operate da Dio nella storia della salvezza”: nel Magnificat si celebra l’Incarnazione redentrice, indicata nelle “grandi cose” compiute da Dio in Maria; nell’Eucaristia si attualizza il mistero pasquale del Signore.
  •  tensione escatologica verso il nuovo cosmo, anticipato nella storia. Maria canta quei “cieli nuovi” e quella “terra nuova” il cui germe è posto “nella povertà dei segni sacramentali” e nella vita degli umili che Dio innalzerà (n°58).

        Maria – scrive il Papa – canta quei “cieli nuovi” e quella “terra nuova” che nell’Eucaristia trovano la loro anticipazione e in certo senso il “disegno” programmatico. Se il Magnificat esprime la spiritualità di Maria, nulla più di questa spiritualità ci aiuta a vivere il Mistero eucaristico.        L’Eucaristia è data perché la nostra vita, come quella di Maria, sia tutta un Magnificat!

  •  Unita nell’offerta del sacrificio.

        Nell’infanzia di Gesù, Maria ci dà l’esempio di due atteggiamenti indispensabili ad una fruttuosa partecipazione all’Eucaristia: l’amore  e l’offerta del sacrificio.

        A Betlemme si rivela “inarrivabile modello di amore” quando contempla con sguardo rapito il volto di Cristo appena nato e lo stringe tra le sue braccia (EE 55).

        Nel tempio di Gerusalemme, l’annuncio di Simeone riguarda “il dramma del figlio crocifisso” e quindi “lo Stabat Mater” della Vergine ai piedi della croce; in conseguenza “Maria vive una sorta di eucaristia anticipata, si direbbe una comunione spirituale di desiderio e di offerta, che avrà il suo compimento nell’unione col Figlio nella passione” (EE 56).

        A Cana emerge una singolare coincidenza: Maria dice “Fate quello che vi dirà”, Gesù dirà ai suoi: “Fate questo in memoria di me”.

        Con la materna premura testimoniata alle nozze di Cana, Maria sembra dirci: (sono parole del Papa nell’enciclica): ” Non abbiate tentennamenti, fidatevi della parola di mio Figlio. Egli, che fu capace di cambiare l’acqua in vino, è ugualmente capace di fare del pane e del vino il suo corpo e il suo sangue, consegnando in questo mistero ai credenti, la memoria  viva della sua Pasqua, per farsi in tal modo pane di vita ” (EE 54).

        Nessuno più di Maria può esserci di sostegno e di guida nel più puro abbandono alla Parola di Dio. Sul Calvario si registra il vertice della partecipazione di Maria al mistero pasquale, di cui l’Eucaristia è l’anamnesi.

        L’enciclica non si attarda a ricordare che l’appuntamento per questa “ora” era stato dato dal Figlio già a Cana, ma si limita a ricordare “ciò che Cristo ha compiuto anche verso la madre a nostro favore” cioè quando a Lei consegna il discepolo prediletto e, in lui, consegna ciascuno di noi: “Ecco tuo Figlio” (EE 57).

        C’è qui una maternità ferita, risanata e moltiplicata: Maria diventa madre spirituale universale. Il Papa ci ricorda che vivere questa consegna nella celebrazione dell’Eucaristia significa prendere con noi – sull’esempio di Giovanni – colei che ogni volta ci viene donata  come Madre. Significa assumere al tempo stesso  l’impegno di conformarci a Cristo, mettendoci alla scuola della Madre e lasciandoci accompagnare da Lei (EE 57).

        Infine, nel periodo post-pasquale, Maria partecipa alla celebrazione eucaristica, presieduta dagli apostoli.

        Il Papa – nell’enciclica – sorvola sulla presenza di Maria nell’ultima cena, giacchè il Vangelo non ne fa menzione e quindi mancherebbe la base biblica diretta per affermare tale presenza. Tuttavia – suggerisce De Fiores – la Madre di Gesù era solita andare “tutti gli anni a Gerusalemme per la festa di Pasqua” (lc 2,41), usanza conservata anche nell’anno in cui Gesù viene crocifisso. Infatti, come nota Laurentin, Maria era a Gerusalemme il venerdì santo (Gv 19, 25-27).

        Vi è da presumere che vi fosse il giovedì. Se prese parte alla cena con coloro cui Gesù ha detto:

“prendete e mangiate“, non fu, in ogni caso, compresa tra coloro  a cui si rivolgevano le parole di istituzione: “Fate questo in memoria di me”.

        Dobbiamo pertanto rifarci all’uso degli israeliti al tempo di Gesù per dedurre che verosimilmente Maria si trovava con Gesù per l’ultima cena. La consuetudine ebraica prevedeva per la cena pasquale, come per altri incontri conviviali, una stanza attigua per le donne, ma la Pasqua veniva celebrata dall’intera famiglia, tanto che avveniva in essa l’interrogazione dei figli circa il perché del rito (Es 12, 3-4.26).

        Anzi pare compito della madre di famiglia accendere le lampade per dare inizio alla cena pasquale. Più certa è la presenza di Maria alla “frazione del pane” (At 2,42), formula indicante l’Eucaristia, che veniva celebrata assiduamente dalla comunità di Gerusalemme e poi da Paolo (cfr At 20, 7.11; 27,35).

        Gli Atti degli Apostoli riferiscono che la Madre di Gesù era tra gli apostoli “concordi nella preghiera” (1,14), nella prima comunità radunata dopo l’Ascensione in attesa della Pentecoste. Questa sua presenza non potè certo mancare nelle celebrazioni eucaristiche tra i fedeli della prima generazione cristiana, assidui ” nella frazione del pane” (At 2,429 (EE 53) .

        Il Papa si immedesima nella situazione verosimilmente vissuta da Maria durante le cene eucaristiche e cerca di immaginarne “i sentimenti” nell’ascoltare dalla bocca di Pietro, Giovanni, Giacomo e degli altri Apostoli le parole dell’ultima cena:” Questo è il mio corpo che è dato per voi” (Lc 22,19). Quel corpo – dice il Papa – dato in sacrificio e ripresentato nei segni sacramentali era lo stesso corpo concepito nel suo grembo!

        Ricevere l’Eucaristia doveva significare per Maria quasi un riaccogliere in grembo quel cuore che aveva battuto all’unisono col suo e un rivivere ciò che aveva sperimentato in prima persona sotto la croce. (EE 56).

        Al di là di questi probabili sentimenti personali di Maria nella comunione eucaristica, uno dei sommari degli Atti (2,42-47) ci offre l’atmosfera spirituale che accompagnava realmente il rito della “frazione del pane”.

        La Madre di Gesù, nominata come membro della comunità cristiana post-pasquale (At 1,14), era tra quei “tutti” che “ogni giorno insieme frequentavano il tempio e spezzavano il pane a casa prendendo i pasti con letizia e semplicità di cuore (At 2,46). Maria partecipa non solo alla celebrazione domestica dell’Eucaristia, ma anche ai sentimenti che animano i discepoli del Signore: la gioia o giubilo che proviene dalla fede e che ella aveva sperimentato ed espresso nel Magnificat e la semplicità di cuore che è propria del povero di Javeh e della persona evangelica.

        Possiamo concludere con Giovanni Paolo II che “Maria è donna eucaristica con l’intera sua vita“ (EE 53),

durante la quale Ella ha sperimentato un insieme di sentimenti che diventano esemplari per tutta la Chiesa: fede, canto, amore, comunione sacrificale, gioia e semplicità di cuore …

        Per la prima volta Maria è presentata come “donna eucaristica”, cioè totalmente relazionale e protesa all’Eucaristia, tanto che tale relazionalità costituisce una chiave ermeneutica per comprendere la vita di Maria ed insieme una tipologia antropologica per la Chiesa e per i singoli fedeli.

† Giuseppe Costanzo