Maria è modello delle madri cristiane non solo per la sua maternità fisica, ma anche per la sua opera educatrice. La maternità non si limita alla generazione, ma si estende all’educazione. I figli non hanno solo bisogno di nutrimento e di vestito, ma anche di istruzione e di educazione.
Compito, quest’ultimo, che non è esente da pene e da difficoltà di ogni genere. Neanche la Madonna ne fu esente. Basti rileggere, per tutte, la scena dello smarrimento di Gesù e del suo ritrovamento nel tempio di Gerusalemme (cfr. Lc 2,41-52). Quando Maria e Giuseppe si accorgono che Gesù non è con loro nella carovana di ritorno, ne sono sconvolti, interiormente tormentati, e lo cercano angosciati per tre giorni, finché lo ritrovano nel Tempio, seduto in mezzo ai dottori, a discutere con loro. Maria a quel punto gli muove un dolce rimprovero: “Figlio, perché ci hai fatto così?”, cioè senza alcun avviso, senza alcuna spiegazione? “Ecco, tuo Padre ed io, angosciati, ti cercavamo” (Lc. 2,48). Le parole di Maria esprimono tutto il dolore e il tormento di quelle lunghe ore di ricerca; dicono il disappunto dei genitori di fronte al comportamento del figlio, mostrano tutto il loro amore per lui e la sofferenza per averlo perduto; rivelano come un senso di colpa, quasi che non siano stati all’altezza del compito che Dio aveva loro affidato. E quando Gesù risponde rivelando la sua identità e rivendicando la libertà nel seguire il suo cammino vocazionale:
“Io devo essere nelle cose del Padre”- Maria e Giuseppe- “non compresero le sue parole” (2,50). È la fatica dell’uomo di fronte al mistero del Cristo e della sua parola. Non basta la rivelazione a rimuovere totalmente il velo né la meditazione a farne penetrare le profondità abissali. Finché siamo sulla terra, l’unico accesso a Cristo è la Fede. Ma la fede non è ancora visione. Perciò Maria custodisce tutto nel suo cuore (2,51): fatti e parole. Ella è la sapienza riflessiva, che, nel silenzio, ricorda e attualizza, interpreta e confronta, si interroga sul significato di parole oscure e accoglie i silenzi di Dio col suo silenzio adorante.
Modello di autentica umanità e maestra di ogni opera educativa.
Oggi questo è il compito più difficile e più urgente. È il compito fondamentale ed irrinunciabile. Nessun genitore può ritenersi dispensato. Il lavoro educativo può essere affiancato da altri, ma non delegato agli altri. E dev’essere fatto con amore e fermezza, evitando lo stile autoritario ma anche l’atteggiamento dimissionario. Bisogna “non esasperare i figli perché non si scoraggino” (Col 3,20). Bisogna educarli alla fede e alla libertà, all’amore e al servizio, alla responsabilità e alla fedeltà, senza mai dimenticare che l’argomento più convincente è sempre l’esemplarità della propria condotta.
La famiglia è una vera palestra di virtù umane e cristiane: lì i genitori educano i figli alla collaborazione e alla solidarietà; lì i figli imparano che nella vita non ci sono solo diritti, ma anche doveri e che il “tutto e subito” non aiuta a crescere.
La famiglia di Nazaret, “esperta del soffrire”, ammonisce i genitori a non far crescere i figli nella bambagia, a non risparmiare loro prove e rinunce, perché un minimo di disciplina è indispensabile per crescere, maturare e riuscire.
La Madonna insegnò a Gesù come si vive e come si prega; Giuseppe lo addestrò nell’umile arte del falegname.
Col loro esempio e con la loro parola diedero a Gesù salde radici, lo aiutarono a vivere con gli altri e per gli altri; a inserirsi in un contesto sociale che certo gli stava molto stretto; a maturare atteggiamenti di rispetto e di convivialità, ma anche di libertà e di coerenza, senza farsi condizionare né manipolare; a “vivere per il Padre” e a “fare sempre la volontà del Padre”.
E come i genitori di Gesù “non compresero” subito le sue parole, così può accadere agli altri genitori di non comprendere parole e scelte dei propri figli, specialmente quando si tratta di una totale consacrazione al Signore. Anche questa è sofferenza che purifica, verifica e distacca. Verifica e purifica la fede dei genitori, chiamati a riconoscere e ad accettare il disegno di Dio sui figli. Ma verifica e purifica anche la “vocazione”dei figli, che, di fronte alle resistenze dei genitori, sono impegnati a riflettere e ad approfondire le ragioni della loro scelta.
Ai genitori è chiesto di non accogliere con tristezza la vocazione dei figli, quasi fosse una disgrazia o una vergogna; ai figli è chiesto di non irritarsi di fronte all’incomprensione dei genitori, ma di pazientare e di pregare, facendo tesoro di tutto, perché – alla fine – tutto è grazia.
Genitori e figli trovano in Maria e nel suo sposo Giuseppe il modello degli educatori che rispettano il mistero del Figlio anche quando non comprendono e nella meditazione orante attingono luce ed energia per aderire a disegni che li superano e li santificano.
† Giuseppe Costanzo
