Il male assume forme infinite sia a livello individuale (fisico, psichico, morale), sia a livello sociale (guerre, genocidi, violenze…), sia a livello cosmico (terremoti, alluvioni, vulcani, uragani, etc.) e suscita da sempre interrogativi inquietanti e sofferti: “Da dove viene il male? Come è possibile il male? Perché esiste?”. Il Profeta Geremia vorrebbe discutere con Dio: “Tu sei troppo giusto, Signore, perché io possa contendere con te, ma vorrei solo rivolgerti una parola sulla giustizia. Perché la via degli empi prospera? Perché tutti i traditori sono tranquilli?” (12, 1). È un Dio capriccioso, insipiente, debole?
È tragica la condizione dell’uomo di fronte al mistero del male. È tragico il non poter fare il bene che vorremmo e il non riuscire ad evitare il male. È un’impotenza che ci umilia. Vediamo solo alcuni testi.
1) La descrizione più forte, la diagnosi più terrificante di questa situazione la troviamo nel cap. 7 della Lettera ai Romani (vv 14-23). Lì l’uomo sperimenta sè stesso come campo di battaglia, come terra disputata tra due contendenti. C’è, in questi versetti, la confessione angosciata dell’uomo che si dibatte registrando le opposte fasi della lotta interiore che lo vede attore e spettatore insieme. L’uomo si sente “venduto come schiavo del peccato” (v. 14), e dice: “Io non riesco a capire neppure ciò che faccio: infatti, non quello che voglio io faccio, ma quello che detesto”. Il suo comportamento è per lui un enigma; egli non si raccapezza più; è un essere totalmente “alienato”, venduto a forze estranee che lo inibiscono, impedendogli di essere sè stesso. E continua: “c’è in me il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo. Infatti io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio” (vv 18-19). La spietata diagnosi si conclude con la disperata esclamazione: “Me infelice!” con un’accorata invocazione di libertà: “Chi mi libererà da questo corpo di morte?” (v 24).
2) Il Libro dell’Apocalisse (6, 1-8) ci presenta il mistero del male che agisce nella storia personificato in quattro cavalieri: il cavaliere che siede sul cavallo bianco (colore della vittoria), con la corona (segno del trionfo), con l’arco (strumento bellico) incarna probabilmente il potere vincitore. Poi c’è il cavaliere che cavalca un destriero rosso come sangue e che regge l’enorme spada della guerra e della violenza. In questo quadro fosco si riassumono secoli e secoli di storia striati dal sangue di infinite vittime, macchiati dall’odio e dalla vendetta, segnati da sfruttamento e oppressione. Poi, terzo, viene il cavaliere assiso su un cavallo nero e che tiene in mano la bilancia con la quale si misura la fame del mondo. È un dramma di cui oggi siamo più consapevoli, di fronte a un Terzo Mondo indebitato e a un Occidente opulento, sfruttatore ed egoista. E infine, il cavaliere che avanza su un cavallo verdastro, colore della decomposizione dei cadaveri, il cui nome è Morte.
Potere, guerra, fame e morte sono i nomi diversi del male, cavalieri ben lungi dall’essere piegati.
3) Nella preghiera del “Padre nostro” insegnata da Gesù ai suoi discepoli, l’ultima invocazione è “ma liberaci dal male” o “liberaci dal maligno” (Mt 6, 13). Notate: la preghiera si apre con il Padre e termina con il maligno, l’avversario. L’uomo è nel mezzo, conteso, sollecitato da una parte e dall’altra. Si invoca il Padre perché “venga il suo Regno” nella consapevolezza però che c’è una realtà che si oppone a questa venuta e per questo si prega il Padre di intervenire compiendo un’opera di liberazione.
4) Genesi 4, 1-16: Caino uccide Abele. La prima morte sulla terra è quella di un fratello ucciso dal fratello. L’odio nato dall’invidia (“Il Signore gradì Abele e la sua offerta, ma non gradì Caino e la sua offerta. Caino ne fu molto irritato e il suo volto era molto abbattuto” vv 4-5) rompe l’iniziale fratellanza degli uomini per sempre. Dopo il peccato dell’uomo contro Dio (quello dei nostri progenitori) ecco il peccato dell’uomo contro l’uomo (Caino contro il fratello Abele). Ed è un processo in crescendo. Le circostanze esterne sono una semplice occasione.
Di fronte a questa realtà che scuote il mare della storia si rimane un po’ attoniti. Da un lato affiora una tragica chiarezza: molto male sgorga dalla libertà dell’uomo, che sceglie la strada della superbia, della prepotenza e dell’egoismo. E Dio rispetta questa opzione, perché vuole tutelare la libertà dell’uomo, che non è suo schiavo, ma persona capace di adesione e di rifiuto, e quindi capace di fare il male. Dio Onnipotente rispetta l’uomo nella sua autonomia e libertà fino ad apparire impotente o indifferente.
Dall’altro lato, però, le tempeste della storia e quindi la forza del male sono troppo colossali per essere riducibili solo alle pur feroci capacità umane. Scrive Ravasi: “Come la verità e il bene, anche il male sembra eccedere il perimetro dell’azione dell’uomo e rivelare i connotati di una sua trascendenza. È quello che ininterrottamente sospetta Giobbe nella sua torrenziale protesta-domanda che rigetta certe risposte della teologia, schematiche come ricette preconfezionate, rigide come stampi incapaci di contenere l’incandescenza degli interrogativi, “decotti di malva” che non placano certo il dolore lancinante dell’uomo, come egli ironizza. Giobbe è convinto che in questa tempesta deve essere coinvolto anche Dio, è a lui in ultima istanza che dobbiamo avanzare un’interpellanza perché il mistero del male è troppo grande per essere affidato solo alla responsabilità delle nostre mani: “Ecco qui la mia firma! L’Onnipotente mi risponda!” (31-35) (“Guida ai naviganti”, pagg 56 sg).
Di questo tremendo interrogativo che si agita nel cuore dell’uomo e che sale in alto come un’invocazione di senso, si fanno eco Eschilo, per esempio, Epicuro, Boezio… Eschilo nei “Persiani” dice: “Io grido in alto le mie infinite sofferenze, dal profondo dell’ombra chi mi ascolterà?” (v 635). Epicuro, giunto a noi nella citazione di Lattanzio, con logica stringente, diceva: “Se Dio vuole togliere il male e non può, è debole. Se può e non vuole, è ostile nei nostri confronti. Se non vuole e non può, è ostile e debole. Se vuole e può – come si addice a un Dio – perché permette il male e non lo elimina?”. E Boezio, in modo lapidario e incisivo, domanda: “Si Deus est, unde malum? Si Deus non est, unde bonum?”.
Abbiamo già detto che, nel caso della libera scelta dell’uomo, Dio permette il male, perché rispetta la sua creatura a cui ha fatto il dono della libertà. Ma il male che c’è nel mondo è troppo grande per essere addebitato solo all’uomo ed esige perciò una risposta superiore. La realtà del male ha molti volti e molti nomi e non può essere affrontata e spiegata col semplice strumento della ragione. Bisogna evitare – per dirla con Pascal – i “due eccessi: escludere la ragione, non ammettere che la ragione” (cioè, bisogna evitare sia il fideismo sia il razionalismo). “L’ultimo passo della ragione è riconoscere che c’è un’infinità di cose che la sorpassano” (Pensieri, n° 253 e 267). In forma più semplificata Pascal parlava del “cuore che ha le sue ragioni che la ragione non conosce” (n° 477). Marcel Iouhandeau ha detto: “Il cuore ha le sue prigioni che l’intelligenza non apre” (cit da Ravasi).
Giobbe, dopo il colloquio con Dio, fa questa toccante confessione: “Comprendo che tu puoi tutto e che nessun progetto per te è impossibile. Chi è colui che, da ignorante, può oscurare il tuo piano? Davvero ho esposto cose che non capisco, cose troppo meravigliose per me, che non comprendo… io ti conoscevo solo per sentito dire, ma ora i miei occhi ti vedono. Perciò mi ricredo e mi pento sopra polvere e cenere” (Giobbe 42, 2-6). Giobbe, dunque, riconosce la potenza e la sapienza di Dio, confessa umilmente la sua ignoranza, manifesta la sua contrizione, ritratta le sue parole.
E tuttavia possiamo notare alcuni punti. Anzitutto, Dio non ha dato una risposta a Giobbe. A Giobbe peraltro non basta una risposta intellettuale né gli basta un discorso di compassione e di consolazione (soluzione emotiva). La risposta soddisfacente non può essere puramente verbale; occorrerà un fatto, un evento, una risposta viva. Questa risposta è Cristo, e Cristo Crocifisso. Nell’Antico Testamento Dio aveva risposto al lamento di Giobbe col richiamo alla sua trascendente sapienza, dinanzi alla quale l’uomo non può pretendere spiegazioni, ma deve adorare in silenzio; con l’Incarnazione del Figlio Dio non risponde più sfoggiando la sua onnipotenza, ma assumendo la sofferenza dell’uomo mortale: “il rimprovero a un Dio che soffre si spegne sulle labbra di chi lo pronuncia” (Stefano De Fiores). La risposta divina al mistero del male è la Croce di Cristo. Una risposta sorprendente, sconcertante. Dio lascia che il male si accanisca su di lui, lo assume su di sé, per vincerlo più sicuramente. Vince la morte per mezzo della morte; vince il dolore mediante il dolore; vince il male lasciando che il male si diffonda. È un mistero veramente profondo. Una strategia divina che noi non avremmo mai immaginato. Noi ci attenderemmo una vittoria divina evidente, eclatante, trionfante… Dio, invece, sceglie la via di una vittoria umile, umilissima. Gesù in Croce è diventato come il serpente innalzato nel deserto, è diventato l’immagine dell’accanimento del male contro l’innocente, l’immagine della sofferenza, e nello stesso tempo il rimedio della sofferenza e del male. Dio si è lasciato colpire, ferire e sopraffare dal dolore per vincerlo. La risposta di Dio al dolore umano è, dunque, la “compassione”, la solidarietà nel dolore.
Quale il segreto di tutto questo? Il grande amore con cui Dio ci ha amati: “Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio Unigenito” (Gv 3, 16). “Non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha consegnato per tutti noi” (Rm 8, 32). In Gesù Dio viene incontro all’umanità sofferente per liberarla dalla tirannia del male. In Gesù, Dio si comunica e si fa solidale con l’uomo che soffre, anzi, Dio stesso soffre insieme all’uomo, aderisce al dolore della creazione per condurla alla vittoria sul male. Da quanto abbiamo meditato sgorga un’indicazione chiara per la nostra condotta. Come reagire di fronte al male, a questa bestia mostruosa dai mille volti? Seguendo la logica di Cristo. Egli vinse la violenza con la mitezza, la superbia con l’umiltà, l’impazienza con la capacità di attendere, la voglia di possedere con la gioia di donare: “C’è più gioia nel dare che nel ricevere” (At 20, 35), “Non c’è amore più grande che dare la vita per coloro che ami”. Ci ha invitato a vincere l’inimicizia uscendo dalla sua logica, spezzando la sua spirale diabolica. E questo avviene seminando amicizia, annullando il concetto stesso di nemico. È la strategia sottesa dalla parabola della zizzania e del buon grano (proprio quella parabola in cui Gesù identifica il seminatore di zizzania col diavolo). Gesù dice che il cuore dell’uomo, la storia del mondo, è come un campo in cui il diavolo ha seminato, in mezzo al buon grano, la zizzania. Per questo il bene e il male (grano e zizzania) vi intrecciano, talora in modo inestricabile, le loro radici. “Vuoi che andiamo a strappare la zizzania?” chiedono i contadini al padrone. La risposta è perentoria: No. Rischiate di strappare via anche il buon grano. E allora nessuno vincerebbe, saremmo tutti sconfitti. L’uomo violento che è in noi dice: “Strappa subito da te, ma soprattutto intorno a te, ciò che è cattivo. Il padrone del mondo, e del cuore, risponde: No, abbi pazienza, non lasciarti prendere dalla fretta, non farti dominare dalla violenza. Rischi di creare un deserto e di chiamarlo pace, ma è solo un accumulare sconfitte.
L’apostolo Paolo dà questa regola netta ed inequivocabile: “Vinci il male con il bene” (Rm 12, 21). E lo traduce con queste indicazioni concrete: “Non fatevi giustizia da voi stessi, carissimi, ma lasciate fare all’ira divina. Sta scritto infatti: “Spetta a me fare giustizia, io darò a ciascuno il suo”, dice il Signore. Al contrario, “Se il tuo nemico ha fame, dagli da mangiare; se ha sete, dagli da bere” (vv 19-20). Ecco il modo evangelico di disinnescare la violenza.
Nell’esortazione di Paolo, “vincere il male con il bene”, sono implicite due verità fondamentali: 1) il male è stato vinto; 2) l’uomo può vincere il male.
Anzitutto: il male è stato vinto, il diavolo è stato sconfitto. Cristo è venuto a “ridurre all’impotenza colui che aveva il potere della morte, il diavolo” (Eb 2, 14), “a distruggere le sue opere” (1 Gv 3, 8), in altri termini, a sostituire il regno di Satana con quello del Padre suo (1 Cor 15, 24-28). I gesti e le parole di Gesù mostrano che il potere di Satana è finito: “Vedevo Satana cadere dal cielo come una folgore” (Lc 10, 18). Per questo i Vangeli presentano la vita pubblica di Gesù come una lotta contro Satana. Questa lotta comincia con le tentazioni nel deserto, si inasprisce con le liberazioni degli indemoniati (prova che “il Regno di Dio è giunto” e che quello di Satana ha avuto termine), nonché con le guarigioni di semplici malati; continua nello scontro coi Giudei increduli, “figli del diavolo” e “razza di vipere”; raggiunge il suo parossismo nell’ora della Passione. A ragion veduta Luca collega la passione con le tentazioni (Lc 4, 13 e 22, 53) e Giovanni non vi sottolinea la funzione di Satana se non per proclamarne la sconfitta finale. “Satana – come scrive Padre Lyonnet – sembra condurre il gioco; ma in realtà “non ha su Cristo alcun potere”: tutto è opera dell’amore e dell’obbedienza del Figlio (Gv 14, 30). Nel momento preciso in cui si crede certo della vittoria, il “principe di questo mondo” è “gettato fuori” (Gv 12, 31; Ap 12, 9-13); il dominio del mondo che una volta egli aveva osato offrire a Gesù (Lc 4, 6), appartiene ormai al Cristo morto e glorificato (Mt 28, 18; cfr Fil 2, 9)”.
L’uomo può vincere il male, può sconfiggere il maligno.
Con la Risurrezione di Cristo, che consacra la sconfitta di Satana, la lotta non è ancora finita: essa continua nel cristiano. Ognuno di noi si scontra continuamente con l’avversario. È lui che strappa dal cuore degli uomini il seme della Parola di Dio, “per paura che credano e siano salvati” (Mc 4, 15). Pietro lo rappresenta “come un leone ruggente”, che “va in giro cercando chi divorare”, e aggiunge: “resistetegli saldi nella fede” (1 Pt 5 vv 8-9). Come nel giardino dell’Eden, egli fa la parte del tentatore cercando di indurre gli uomini al peccato e di opporli così a Dio stesso. Così il cristiano – e questo è l’aspetto drammatico della nostra vita – deve scegliere tra Dio e Satana, tra il Padre – dicevamo – e il maligno. Nell’ultimo giorno saremo per sempre con l’uno o con l’altro. Mentre siamo, però, pellegrini sulla terra siamo liberati nel dolore, ma non ancora preservati da ogni dolore.
Spirito temibile per le sue “astuzie”, le sue “insidie”, i suoi “inganni”, le sue “manovre”; spirito che “si maschera da angelo di luce”, Satana è non di meno un nemico già vinto. Il libro dell’Apocalisse ce lo presenta sconfitto e umiliato. Dice: “È stato precipitato l’accusatore dei nostri fratelli, colui che li accusava davanti al nostro Dio giorno e notte. Ma essi lo hanno vinto grazie al sangue dell’Agnello e alla parola della loro testimonianza” (Ap 12, 10-11). Unito a Cristo mediante la fede (Ef 6, 10) e la preghiera (Mt 6, 13; 26-41), il cristiano – la cui preghiera d’altronde è sostenuta dalla preghiera di Gesù (Lc 22, 32; Eb 7, 25) – è certo di trionfare: sarà vinto soltanto chi avrà acconsentito ad esserlo (Gc 4, 7; Ef 4, 27).
Si innesta su questo il discorso della libertà e responsabilità dell’uomo. L’uomo è stato voluto da Dio come creatura aperta al dialogo con Lui, ma anche capace di rifiuto e chiusura a Dio e ai fratelli. Il racconto della caduta (Gen 3) illustra plasticamente come il male non sia derivato dall’azione creatrice di Dio, ma sia emanazione di una libertà creata. Il male non è semplicemente una imperfezione o un limite della creazione, ma è conseguenza di una libera scelta umana. Cito, per tutti, un testo dell’A. T. in cui si afferma chiaramente la libertà dell’uomo: “Non dire “a causa del Signore sono venuto meno”, perché Egli non fa quello che detesta. Non dire: “Egli mi ha tratto in errore”, perché non ha bisogno di un peccatore. Il Signore odia ogni abominio: esso non è amato da quelli che lo temono. Da principio Dio creò l’uomo e lo lasciò in balìa del suo proprio volere. Se tu vuoi, puoi osservare i comandamenti; l’essere fedele dipende dalla tua buona volontà. Egli ti ha posto davanti fuoco e acqua (male e bene): là dove vuoi tendi la tua mano” (Sir 15, 11-16). Ben Sira vuole evidentemente difendere Dio dall’accusa di essere all’origine del male. D’altra parte egli vuole evitare che l’uomo giustifichi sè stesso appellandosi a un certo fatalismo o a un determinismo cieco. L’uomo è libero di scegliere tra il fuoco (male) e l’acqua (bene). Libertà, dunque, e responsabilità.
Una breve riflessione sui segni di speranza.
Il primo: Dio è sempre in difesa dell’uomo, anche dell’uomo peccatore.
Dio interviene persino in difesa di Caino e lo protegge quando è braccato. Lui, che aveva dato inizio alla violenza, ora che è ramingo e fuggiasco sulla terra, teme di essere assassinato da chiunque lo incontri. E Dio lo rassicura: “Chiunque ucciderà Caino – dice – subirà la vendetta sette volte! Il Signore impose a Caino un segno perché nessuno, incontrandolo, lo colpisse” (Gen 4, 15 s). È commovente questa scena: Dio continua a “custodire” la vita di Caino, mettendovi un proprio sigillo, di appartenenza e di protezione. Il Dio lontano continua a essere vicino, perché vuole che l’uomo viva, anche se questi deve allontanarsi (4, 11). La maledizione è uno dei due poli della storia; Dio interviene sempre con il segno che salva.
Il secondo: la vittoria è promessa all’uomo; il male sarà sconfitto. Il bene vincerà.
Il primo Libro della Bibbia, nei suoi primi capitoli, fa emergere la forza distruttiva e devastante del male, attraverso il simbolo del serpente. Il serpente è nella cultura antica una delle forze ostili a Dio e al suo piano. Le armi di questa forza demoniaca sono la menzogna e il falso oracolo. C’è stata una vittoria del serpente, perché ha introdotto il male, ma sarà una vittoria limitata, perché il bene vincerà. La discendenza della donna, l’umanità, riuscirà un giorno a sconfiggere quello che sembrava invincibile. Questo è il segno che il male non è vincente, che la sua forza devastante non è inarrestabile. Ma attraverso una lotta: tu – dice il Signore al serpente – “le insidierai il calcagno”. Il male, quindi, può ferire l’umanità, ma può solo ferirla. La discendenza della donna (cioè l’umanità) “ti schiaccerà la testa”. Il male sarà sconfitto, la vittoria è dell’uomo, il bene è più forte. Perché l’uomo ha in sé l’immagine di Dio e non quella del serpente; ha davanti un Eden da raggiungere, non un baratro.
Il terzo: la benedizione, non la maledizione, accompagna Adamo ed Eva fuori dal giardino dell’Eden; e la benedizione di Dio è, agli inizi, il coraggio di lottare contro il male. Un’immagine di donna sta ad indicare questo vantaggio dell’umanità sul male e riassume in sé il percorso di lotta e di vittoria dell’uomo. Il segno grande visto dall’autore dell’Apocalisse è quello di una “donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e sul capo una corona di dodici stelle” (12, 1). Questa donna è Maria, è la Chiesa, è l’umanità.
“Era incinta, e gridava per le doglie e il travaglio del parto” (v 2) “un enorme drago rosso… si pose davanti alla donna, che stava per partorire, in modo da divorare il bambino appena lo avesse partorito” (vv 3-4). È la descrizione del conflitto tra il Regno di Dio e il regno di Satana. Noi conosciamo questa donna luminosa, generante vita, e in lotta contro il male: è l’umanità, è la Chiesa, è la Madonna. Scrive, in modo suggestivo, P. Ermes Ronchi: “Maria è l’anticipo di ciò che avverrà per tutti: è stato possibile estrarre dalla creazione un essere che è solo bontà, uno sguardo che non perde l’innocenza della sua luce, una mano incapace di colpire, una innocenza sempre minacciata e pur sempre vittoriosa, una carezza senza ambiguità, un cuore senza divisioni, un servizio che non teme di essere strumentalizzato, una verginità senza rimpianti, una maternità senza possesso, un frutto non avvelenato dal serpente. Che vince il male con il bene. In Lei la creazione è vergine di nuovo. Riparte la più umana delle avventure: liberare anche noi tutta la bellezza sepolta dentro di noi, il seme di luce deposto in noi dalla mano viva del Creatore”.
Questa “bellezza sepolta dentro di noi” risplende – tra gli altri – in una giovane ebrea come Etty Hillesum, la quale, durante la disumana decisione nazista di sterminare gli ebrei, non vedeva altre soluzioni che smettere di odiare e imparare ad amare, “raccoglierci in noi stessi” e “strappare via il nostro marciume”: “non credo più – scriveva nel suo diario – che si possa migliorare qualcosa nel mondo esterno senza aver prima fatto la nostra parte dentro di noi”, “il marciume che c’è negli altri, c’è anche in noi”. “Infatti, se il nostro odio ci fa degenerare in bestie come lo sono loro, non servirà a nulla”. Si rimane senza fiato nel leggere parole come queste: “L’unica cosa che possiamo salvare in questi tempi e anche l’unica che veramente conti è un piccolo pezzo di te in noi stessi, mio Dio. E forse possiamo anche contribuire a disseppellirti dai cuori devastati di altri uomini. Sì, mio Dio, sembra che tu non possa far molto per modificare le circostanze attuali. Io non chiamo in causa la tua responsabilità, più tardi sarai tu a dichiarare responsabili noi. E quasi ad ogni battito del mio cuore cresce la mia certezza: tu non puoi aiutarci, ma tocca a noi aiutare te, difendere fino all’ultimo la tua casa in noi”. Un’ultima confessione stupenda: “Mi sembra che si esageri nel temere per il nostro corpo. Lo spirito viene dimenticato, s’accartoccia e avvizzisce in qualche angolino. Viviamo in modo sbagliato, senza dignità. Io non odio nessuno, non sono amareggiata: una volta che l’amore per tutti gli uomini comincia a svilupparsi in noi, diventa infinito”.
Ecco come si vince il male con il bene! Ecco come si preparano tempi nuovi e migliori: amando e restando fiduciosi nelle braccia di Dio. Etty diceva: “Non si può essere nelle grinfie di nessuno se si è nelle tue braccia”.
Perché questo sia possibile, occorre accettare la logica del Regno, dove “si nasce morendo, si vince perdendo, si regna servendo”.
† Giuseppe Costanzo
