Custode del sogno di Dio: Giuseppe

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Giuseppe è l’uomo del silenzio: silenzio obbediente, silenzio contemplativo, silenzio eloquente. Il suo nome compare poche volte nei Vangeli: con una certa frequenza nei cc. 1-2 di Matteo; nel Vangelo di Luca è solo nominato, e sempre accanto a Maria (cc. 1-2). Infine, il suo nome si ritrova solo in alcuni passi dove si parla di Gesù, “figlio di Giuseppe”.

Il suo servizio è stato essenziale al compimento del sogno di Dio, del suo disegno salvifico.

Giuseppe appare per la prima volta nei Vangeli all’interno della genealogia di Mt. 1,1-17. In questa genealogia in cui “Abramo generò Isacco, Isacco generò Giacobbe…… Giacobbe generò Giuseppe” ci si attenderebbe che si dicesse: “Giuseppe generò Gesù, detto Cristo, da Maria”, e invece no. Sta scritto:        “Giacobbe generò Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale nacque Gesù detto Cristo”. Gesù è il figlio di David e dunque il Messia, ma non è fatto nascere da Giuseppe, bensì da Maria sua sposa. Scrive E. Bianchi: “C’è stata creazione fino a Giuseppe ed ecco la nuova creazione: non da Giuseppe, ma da Spirito Santo e da Maria! Tuttavia Gesù, nonostante il concepimento verginale, è figlio di David e ha come padre Giuseppe: sarà infatti chiamato “il figlio di Giuseppe” (“Amici del Signore”, p.99).

  • Maria e Giuseppe sono in attesa di celebrare le nozze e quindi di iniziare la loro vita in comune, come sposi benedetti dal Signore. Ma prima che essi comincino a convivere, Maria si trova incinta. Per Giuseppe la notizia di quella gravidanza non causata da lui fu qualcosa di tanto più sconvolgente quanto più inattesa. Fu un piombare nella notte. Si era fidanzato con lei, vergine, perché l’amava, la stimava, voleva avere una prole, ed ecco che la sua sposa è gravida non per causa sua. L’evangelista non dice nulla, neanche una parola, sullo stupore, le preoccupazioni, i dubbi e le perplessità di Giuseppe. Non ci descrive ciò gli che passa nell’anima, mentre deve prendere una decisione. Egli aveva tre possibilità: o denunciarla (in questo caso la legge prevede la lapidazione: Dt. 22,20-29) o ripudiarla (tramite un divorzio ufficiale) o infine rimandarla in segreto. Secondo la scelta di Giuseppe, Maria avrebbe potuto apparire come donna infedele alla legge, avere un futuro di emarginata, divenire una donna segnata per sempre dalla vergogna di generare un figlio illegittimo. Ma Giuseppe è uomo “giusto”, cioè mite, misericordioso, operatore di pace, un giusto che sa essere umano, che ha pietà e condivide, e nella sua notte profonda non si lascia prendere dalla delusione e dalla rabbia, non scaglia pietre contro Maria, non desidera soddisfazione e tanto meno rivalsa o vendetta…..Non fa emergere la propria giustizia a spese di Maria che ne resterebbe infamata o punita. Certo, è smarrito, è tormentato dai mille pensieri che si arrovellano nella sua mente, è macerato interiormente……
  • E’ il giusto provato! Soffre, invoca luce e forza, ma continua a gestire il tutto con dignità, con responsabilità virile, con immenso pudore. Però, come l’orante del Salmo, può dire anche lui: “Mi sono compagne solo le tenebre” (Sal.87).

La visita di Dio non può tardare per il giusto Giuseppe immerso nella prova, giacchè Dio non lascia senza risposta coloro che lo cercano con cuore sincero. Matteo, difatti, annota che a Giuseppe “apparve in sogno un angelo del Signore che gli disse: Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perché quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo. Essa partorirà un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati” (Mt. 1,20 sg). Si tratta di una comunicazione notturna – Giuseppe è l’uomo della notte. Tutta la sua vicenda è contenuta in tre notti.

  1. La prima notte.

Nel suo primo sogno Giuseppe si vede rivolgere dall’angelo del Signore un annuncio che gli fa conoscere la grandezza di Maria e il compito che a lui assegna Dio Padre. Gli dice ciò che deve fare: dichiarare Gesù suo figlio, riconoscerlo quale discendente di David, imporgli il nome Gesù (= Dio salva). Questa la missione di Giuseppe. Si compiono così le due promesse: quella fatta a David e quella di Isaia 7,14, la profezia sull’ Emmanuele, il Dio-con-noi che è concepito solo grazie allo Spirito Santo. Giuseppe può solo accettare, senza contribuirvi in nulla: questa nascita è solo opera dello Spirito di Dio e del sì di Maria sua sposa. “Destatosi dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore e prese con sé la sua sposa, la quale, senza che egli la conoscesse, partorì un figlio, che egli chiamò Gesù” (Mt. 1,24 sg.).

Ecco il giusto obbediente. Egli fa tutto in piena sottomissione: rinuncia a rimandare Maria, la conduce a casa sua rendendola definitivamente sua sposa e salvandone la reputazione e la stessa vita, legittima l’innocente nascituro inserendolo tra i discendenti di Davide, accetta il disprezzo e lo scherno della gente, si dichiara padre di chi non è carnalmente suo figlio, dà il nome come un padre a colui che riceve il Nome da Dio stesso.

Un abisso di umiltà e di obbedienza. Egli dice, senza parlare, ciò che Maria ha detto con le parole: “Avvenga di me quello che hai detto”. Il silenzio obbediente di Giuseppe avvolge il mistero della maternità di Maria e la custodisce. Egli ha capito la differenza che c’è tra l’essere padre e l’essere genitore. Per essere genitore bastano tre secondi, per essere padre occorre tutta una vita.

A Giuseppe è richiesto di rinunciare a generare il figlio della promessa, come ad Abramo fu richiesto di sacrificare il figlio cui era legata una grande discendenza. Giuseppe rinuncia e lascia che Dio agisca. Così ha collaborato da vero figlio di Abramo all’Incarnazione, al compimento di tutta l’Antica alleanza. Quello che Maria accetterà sotto la Croce – la rinuncia al figlio – Giuseppe lo accetta già qui, all’inizio dell’incarnazione.

– Ma c’è una seconda notte: quella dell’ostilità e della persecuzione. Deve fuggire fuori dalla terra santa, andare in esilio, conoscere la situazione dell’emigrato, per proteggere e salvare il bambino dalla ferocia omicida di Erode, terrorizzato dalla notizia che era nato il re dei giudei.

Ancora una volta gli appare un angelo e gli dice “Alzati, prendi con te il bambino e sua madre e fuggi in Egitto, e resta là finchè non ti avvertirò, perché Erode sta cercando il bambino per ucciderlo! (Mt.2,13). Ecco Giuseppe coinvolto in una vicenda che non è sua, ma di quel Bimbo che non è carnalmente suo figlio. Ed egli obbedisce in silenzio: non chiede spiegazioni, non pretende di capire, non fa suoi progetti: compie puntualmente ciò che gli viene detto. Si sentiva obbligato in modo speciale verso quel figlio, che non aveva generato lui, ma che a lui era stato affidato dalla Provvidenza. A lui la Provvidenza aveva affidato i tesori più grandi, Gesù, Figlio di Dio, e Maria, la Vergine Madre. Essi erano le persone più care a Giuseppe, ed egli fa di tutto – accetta le difficoltà, si sobbarca alla stanchezza, supera lo sconforto, decide trepidante – per salvaguardare la vita del Bambino e della Madre. E considera tutto questo come onorifico giacchè Dio gli ha accordato un’immensa fiducia, chiamandolo ad essere “il Custode del Redentore” e lo Sposo purissimo di Maria Vergine. Quanta fede! Quale umiltà! Quanto senso di responsabilità!

  • E c’è ancora una terza notte: “Morto Erode, un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe dicendogli: “Alzati, prendi con te il bambino e sua madre e và nel paese di Israele; perché sono morti coloro che cercavano la vita del bambino”. Egli, alzatosi, prese con sé il bambino e sua madre, ed entrò nel paese di Israele” (Mt. 2,19 ss.).

Anche questa volta Giuseppe obbedisce facendo entrare in terra santa il figlio che Dio ha richiamato dall’Egitto. Un altro esodo, come quello di Israele: il primo però era stato solenne e clamoroso, il secondo umile e silenzioso.    Anche qui il ruolo di Giuseppe è stato essenziale, ma tutto è avvenuto nel silenzio. Quante difficoltà, quante rinunce, quanta fatica a discernere e a decidere volta per volta……ma senza clamori e senza gratificazioni, se non quella della coscienza che approvava il suo operato generoso e silenzioso.

Accanto a Maria e insieme con lei, Giuseppe è stato il testimone dell’Incarnazione del Verbo e lo strumento del compimento delle Scritture. E’ lui il primo testimone della Kénosis del Verbo: ha visto nascere il Messia nella povertà, nell’abbassamento, nella debolezza umana.

Al momento della circoncisione egli – come padre legale – imporrà il nome al bambino e nella presentazione al tempio sarà lui a portare due colombe e riscattare il primogenito in obbedienza alla legge, e sarà testimone dell’incontro tra il Messia e il resto fedele di Israele, stupendosi con Maria delle cose che si dicevano del bambino (Lc. 2,3).

  • Negli annI di Nazareth Gesù chiama Giuseppe “abbà”, “papà” e Giuseppe lo chiama “figlio mio”. In quella relazione “amore paterno e autorità paterna plasmano l’esperienza primaria di Gesù giocando un ruolo densissimo nella formazione della sua personalità psicologica e affettiva”

(E. Bianchi, op. cit. p. 110). E’ in quel clima e in quello spazio familiare che Gesù   impara a pregare, a ubbidire, a leggere le Scritture, a lavorare come falegname. Lì prende coscienza di essere ebreo, riceve la fede che gli viene trasmessa, impara la fedeltà alla legge, forma la sua personalità spirituale…. Gesù giunge alla maturità di uomo e di credente anche grazie a Giuseppe e Maria. Anche grazie all’affetto vissuto nella relazione filiale, Gesù è passato da Giuseppe, padre umano, a Dio suo Padre. Si veda la scena del ritrovamento nel tempio di Gerusalemme (Lc. 2,41-50): quando Maria, angosciata, domanda: “Figlio, perché ci hai fatto questo? Tuo padre ed io angosciati ti cercavamo”, egli risponde che suo dovere è essere nelle cose del Padre suo (Lc. 2,49). Egli cioè ha preso coscienza di sé come “figlio del Padre”. Non più Giuseppe, dunque, è suo Padre, ma Dio. E l’evangelista annota che Giuseppe e Maria non compresero le sue parole (Lc. 2,50). Essi riportarono Gesù a Nazareth dove stava loro sottomesso, continuando a crescere in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini. (Lc. 2,51 sg.).

Qui finisce il compito di Giuseppe: giunge per lui l’ora di eclissarsi davanti alla presenza del Padre di Gesù, davanti a Dio. Comincia per lui un’altra notte: quella che lo condurrà verso la morte. “Adempiuta la sua missione egli scompare: non sappiamo né come né quando è morto, ma l’unica morte che conta è quella che ha fatto a se stesso con una piena obbedienza accogliendo Maria, accogliendo Gesù, accogliendo le parole del Signore ricevute in sogno. Forse proprio per questo è diventato il patrono della buona morte…. Non sappiamo quanto tempo Gesù trascorse a Nazareth dopo i dodici anni, ma in quel periodo l’amore di Giuseppe influì sull’amore filiale di Gesù e certamente le figure di Giuseppe e Maria non sono state estranee alla decisione di Gesù di farsi eunuco in vista del Regno di Dio ( Mt. 19,12). Si, Gesù ha avuto un padre, non prima, ma dopo la nascita, un padre di cui ha avuto bisogno come tutti i bambini, un padre che gli ha rivelato a poco a poco l’obbedienza a Dio e la forza dell’amore. Grazie a suo padre e a sua madre Gesù è cresciuto, ha preso coscienza di sé e si è collocato tra gli uomini.

Certo, il suo inconscio è restato impregnato dalla figura di Giuseppe, dalle sue parole, dai suoi sguardi e dal suo silenzio e così Giuseppe, che non ha generato Gesù secondo la carne, l’ha generato come uomo e l’ha fatto passare dalla relazione della paternità umana a quella di Dio” (E. Bianchi, op. cit. p.111).

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Senza indulgere allo psicologismo vorrei – alla luce del tema generale di questa settimana – sottolineare alcuni atteggiamenti di Giuseppe che sono indice di una affettività matura.

  1. Il suo rapporto con Maria.

L’avere accettato di prenderla in casa come sposa, dopo aver constatato che il figlio di cui era gravida non gli apparteneva, dalla gente sarebbe stata considerata alienazione, o semplicemente follia. Giuseppe, ubbidendo alla voce del sogno che lo aveva esortato a rinunziare ad ogni indagine, desiste dal proposito di ripudiarla in segreto e l’accoglie in casa come sua sposa. Un atto di fede obbediente nei confronti di Dio e un gesto di amore forte verso Maria. Possiamo immaginare quanto gli sia costata la rinunzia ad ogni rapporto fisico con Maria. Una decisione umanamente incomprensibile. Dallo slancio possessivo dell’innamorato era passato al rispetto verso colei che vagamente sentiva superiore. Al rispetto, poi, col tempo, sarà subentrata una specie di attenzione intimorita verso Maria, considerata l’Arca Santa dell’unico vero Signore e perciò posta su una specie di ideale piedistallo. C’era sempre, tra i due, una confidenza senza limiti, colma di affetto e di ammirazione, ma insieme avvolta da grande pudore e custodita da severa ascesi. Maria, dal canto suo, lo ha saputo aiutare in questo rapporto non comune. Lo avrà tante volte rincuorato dandogli tutta la sua castissima tenerezza, dichiarandogli la sua stima, l’ammirazione e la riconoscenza per la prontezza con cui aveva obbedito, per la bontà e la pazienza con cui ne accompagnava il cammino, per i sacrifici con cui aveva difeso la sua vita e quella del Bambino. Maria sicuramente gli avrà ricordato che non sono gli uomini a scegliere la strada da percorrere, ma Dio che lo fa infinitamente meglio. La creatura si domanda perché Dio abbia fatto così, ma tale domanda è impertinente. La coscienza deve seguire sicura, anche se ignora il cammino, anche se non sa dove approderà. Dio è fedele, e dunque affidabile, e la sua mano è pronta a sostenerci nei punti facili e in quelli scabrosi. Chissà quante volte si sono intrattenuti a colloquio intimo e prolungato, tenendo tra le mani e meditando le Sacre Scritture, per attingere luce e conforto da quella Parola che non passa, che è utile ad istruire, a formare alla giustizia, a ravvivare la speranza. Chissà quante volte hanno pregato coi Salmi, trovando di volta in volta la parola che li rincuorava!

“Dio è per noi rifugio e forza, aiuto sempre vicino nelle angosce” (Sal. 46,2). Tra mille oscurità e difficoltà Giuseppe e Maria avranno sperimentato che “la mano del Signore li guida e li protegge nei giorni della prova” (liturgia).

Così Giuseppe è stato l’uomo giusto, l’uomo di fede, l’uomo di pronta obbedienza, l’uomo dal cuore casto, l’uomo del silenzio. Giuseppe è stato l’uomo al totale servizio dell’economia di salvezza.

Modello fondamentale e paradigmatico di ogni ministro del Vangelo.

†Giuseppe Costanzo