Sequela

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Gesù Cristo, il Verbo Incarnato, il Crocifisso per amore proprio Lui un giorno ha letto gli aneliti più profondi del nostro cuore, ha suscitato in noi il desiderio di fare della nostra vita qualcosa di bello; ha mosso la nostra volontà a seguire un ideale grande e a rifiutare di lasciarci inghiottire dalla mediocrità.

Proprio Lui un giorno ci ha fissati, amati e interpellati. Come ha fatto col giovane ricco (cfr Mc 10, 17-22). Noi, davanti alla sua proposta netta ed esigente, non ci siamo allontanati tristi, ma con gioia gli abbiamo detto, come il giovane Samuele: “Mi hai chiamato, eccomi” (1 Sam 3) e gli abbiamo consegnato la nostra vita e ci siamo messi alla sua scuola. E Lui – quasi rassicurandoci – ci ha detto: “Imparate da me” (Mt 11, 29).

         Comincia, così, il nostro itinerario di conformazione a Cristo.

  1. La prima virtù da imparare, quella che più rifulge in Lui, è l’umiltà.  Gesù
  2. nasce da una fanciulla di Nazareth, semplice e sconosciuta, non da una figlia di re o di sommi sacerdoti;
  3. nasce nell’umile Betlemme, non nella splendida Gerusalemme;
  4. è deposto in una mangiatoia, non in una bella culla. È il massimo della “condiscendenza” di Dio! È il vertice dell’umiliazione! Davvero “exinanivit semetipsum”! È anticipata la logica della Croce: Cristo trattato come l’ultimo dei delinquenti di questo mondo, sceglie il posto più infimo per assicurare a tutti il posto nella casa del Padre. Come vedete, Dio ha un modo tutto suo di realizzare i grandi progetti: Egli si serve non dei ricchi, dei potenti e dei forti, ma di coloro che sono poveri e piccoli, ma – come Maria – sono disposti a darGli fiducia e a mettere la loro esistenza nelle Sue mani.

         Emergono con chiarezza i criteri di Dio, che superano quelli umani: Egli sceglie i piccoli e gli insignificanti (Davide contro Saul); Dio sceglie i pastori – quelli cioè che il mondo disprezza – e li trasforma nei primi evangelizzatori; al mattino di Pasqua coinvolge le donne – che non avevano voce nella società – per l’annuncio della sua Resurrezione … Segno di una logica nuova. E questo sarà pure lo stile di Gesù. La sua predilezione per il nascondimento risalta oltre che a Betlemme, in altri tre grandi misteri: sulla Croce, dove il Figlio di Dio nasconde la sua divinità; nell’Eucarestia, dove nasconde e la divinità e l’umanità; nel povero, dove il Figlio di Dio non solo nasconde la divinità, ma presenta un’umanità persino scostante e ripugnante.

In tutte queste realtà domina la virtù di un’umiltà abissale.

         L’umiltà, è oggi una virtù sospetta, screditata, non più di moda. Eppure bisogna che sia fondamento della nostra identità di consacrati. Chi è pieno di sé, chi è troppo consapevole delle proprie risorse, chi è troppo sicuro di sé, fa fatica ad accogliere e custodire il dono di Dio con umiltà.

         L’umiltà alimenta una dedizione incondizionata, l’orgoglio eccita continuamente la bramosia di successo.

  • Un’altra virtù che Gesù c’insegna è la povertà.

Egli ha compiuto la nostra redenzione attraverso la povertà e le persecuzioni. La povertà sta alla base dell’Incarnazione: “Da ricco che era si è fatto povero per Voi” (2 Cor 8, 9), cioè rinunciò alle prerogative, alle ricchezze divine, “perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà” (2 Cor 8, 9).

Stesso tema nella lettera ai Filippesi (2, 6-8), dove Paolo dice: “Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù: egli, pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo la condizione di servo, diventando simile agli uomini …”. È la Kenosi. Vediamo rapidamente alcune tappe.

Betlemme: la stalla, la greppia, non la reggia!

Nazareth, dove c’è la sua casa, è un paesino del tutto insignificante: cfr Gv 1, 46. Gesù vi rimane trent’anni, conducendo un’esistenza semplice e lavorando con le proprie mani.

Vita pubblica: “Il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo” (Mt 8, 20). Per pagare il tributo (per sé e per Pietro) è obbligato a compiere un miracolo: la moneta nella bocca del pesce (Mt 17, 24-27). Una condizione di grande precarietà!

La Croce: è il punto più alto, il vertice della sua povertà. È ridotto nella condizione di criminale. Povero di amici, che lo hanno abbandonato. Trastullo della soldataglia. Privato persino degli abiti. “Consegnato – dice l’Evangelista – nelle mani degli uomini” (Mt 17, 22). Con l’Incarnazione era diventato uno di noi, sulla Croce diventa l’ultimo di noi. Abbandonato anche dal Padre: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” (Mt 27, 46). È la povertà suprema, la più desolata. D’ora innanzi, per quanto noi scendiamo in basso sulla strada della povertà, dovremo sempre ammettere che Lui, il Maestro, è sceso ancora più in basso.

DicevaP. Ch. De Foucauld: “Mi è impossibile comprendere l’amore senza la ricerca della somiglianza, l’amore senza la partecipazione a tutte le pene, senza l’ardente desiderio della conformità della vita e senza il bisogno di condividere tutte le croci”. Ecco il senso della nostra povertà: l’imitazione di Cristo.

Gesù, al giovane ricco che chiede come conseguire la perfezione, risponde con cinque martellanti imperativi: “va’, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo, poi vieni e seguimi” (Mt 19, 21s). La ricchezza è una mancanza perché toglie libertà. Quando, invece avrai dato tutto, allora sarai ricco, perché “avrai un tesoro in Cielo”. “Poi vieni e seguimi”, cioè entra nella mia intimità.

Il distacco è proposto in termini radicali, (lasciare tutti i propri beni), però il motivo è la condivisione coi poveri. Non basta lasciare i beni, bisogna darli ai poveri. È un distacco per la fraternità. È una rinuncia per la libertà. È una libertà per la carità e il servizio.

La “ricchezza” però a cui dobbiamo rinunciare non è necessariamente fatta di beni e di comodità materiali, ma è anche distacco da idee, progetti, ambizioni personali; è fiducioso abbandono in Dio, che è Colui che sa tutto, può tutto e ci ama.

  • Gesù ci è modello di obbedienza che – come dice Von Balthasar – è “la forma più alta della libertà”.

L’obbedienza in una comunità di consacrati consiste nel cercare ciò che piace a Dio e nell’obbedirgli e va esercitata da tutti: da chi presiede e da chi è sottoposto. Cambiano i ruoli, ma identico è l’obiettivo: cercare Dio, piacere a Dio, consegnargli la propria vita per il compimento dei suoi disegni d’amore, testimoniare il primato di Dio nella nostra esistenza attraverso la libera obbedienza alla sua volontà.

Dio solo basta!  Dio è tutto, ha diritto a tutto, merita tutto.

L’obbedienza di Cristo:

Testi fondamentali sono: Filippesi 2, 8 (“Si è fatto obbediente fino alla morte”);

Ebrei 5, 8s (“Imparò l’obbedienza dalle cose che patì e, reso perfetto, divenne causa di salvezza per tutti coloro che gli obbediscono”); Romani 5, 19 (“Per l’obbedienza di uno solo tutti saranno costituiti giusti”). Secondo San Paolo l’obbedienza di Cristo è l’esatta antitesi della disobbedienza di Adamo. Perché la volontà di Gesù si   è pienamente unita e conformata alla volontà del Padre: “Mio cibo è fare la volontà del Padre mio”.

In Gesù rifulge in grado sommo l’obbedienza filiale fino sulla Croce quando dice: “Padre, nelle tue mani affido il mio spirito” (Lc 23, 46). Questa è l’obbedienza fino alla morte. Questa è “la roccia della nostra salvezza”.

  1. Ora tocca a noi. Tutta la vita, giorno per giorno, può essere vissuta all’insegna di quelle parole: “Ecco, io vengo, o Dio, a fare la tua volontà!”. All’inizio di ogni giornata, di ogni lavoro gioioso o faticoso, di un incontro problematico e fastidioso dire: “Ecco, io vengo, o Dio, a fare la tua volontà!”. Nella malattia che pesa, nell’insuccesso che umilia, nell’incertezza del futuro, nella sosta della preghiera, nella morte sentita come incombente o imminente, ripetere con fede: “Ecco, io vengo, o Dio, a fare la tua volontà!”.
    1. Nel compimento della volontà di Dio ci sono assicurati tre grandi beni: la pace del cuore, la santificazione personale e la fecondità pastorale. Parliamo naturalmente di obbedienza vera, quella che nasce da una fede matura, che rifiuta ogni infantilismo, ogni servilismo, ogni formalismo, ogni passività e incostanza.

Tale obbedienza, autentica, robusta, non è esente dalla croce. Ha un costo. Forse costa più della povertà, addirittura più della castità, perché si tratta di rinunciare alle tue idee personali, ai tuoi progetti, alla volontà di gestire da solo la tua vita, per entrare nel piano di Dio.

  • Gesù ci è modello di celibato e verginità consacrata. Questa scelta di Gesù nasce da una dedizione totale, assoluta ed esclusiva alla predicazione e alla attuazione del Regno di Dio. Anche per noi tale scelta è consacrazione di noi stessi, del nostro tempo, delle nostre energie, dei pensieri, dell’affetto e dell’amore personale all’impegno del Regno, cioè al progetto divino di salvezza. “Le prime parole di Gesù – “devo occuparmi delle cose del Padre mio” (Lc 2, 49) – dicono con chiarezza che in Lui l’amore del Padre è primario e totalizzante; è sorgente della sua verginità, misura di ogni sua scelta, fonte di libertà di fronte ai condizionamenti, orientamento costante della sua missione”.

Noi vogliamo seguire l’esempio del nostro Sposo e Maestro, vogliamo accogliere il suo invito, vogliamo vivere per Lui e per il Regno.

Sappiamo che è “un dono inestimabile di Dio”, e che è “testimonianza al mondo del Regno escatologico” (cfr Pastores dabo vobis, n. 29). Sappiamo di “portare questo tesoro in vasi di argilla”, perché noi siamo fragili e perché è un valore continuamente aggredito dalla cultura dominante, che getta su di esso il sospetto e persino il ridicolo. Attingeremo, perciò, forza di fedeltà dalla preghiera confidente, dall’ascolto assiduo della Parola, dal sacramento della riconciliazione, dal servizio generoso, dalla vigilanza premurosa e dall’abnegazione quotidiana. Questo ci permetterà di vivere come “figli della Resurrezione”, cioè secondo le modalità del secolo futuro; ci aiuta a vivere il nostro rapporto sponsale con Gesù, come dice San Paolo: “Senza preoccupazioni”, “Senza divisioni”, “Senza distrazioni” (1 Cor 7). “Senza preoccupazioni” non va grossolanamente confuso con una irresponsabile sottrazione agli impegni e alle difficoltà della vita, giacché Paolo dice chiaramente che sia il vergine sia la vergine “si preoccupa delle cose del Signore” (1 Cor 7, 32.34). L’essere “senza preoccupazioni” non indica quindi una vita tranquilla, ma una totale libertà interiore allo scopo di una adesione e dedizione incondizionata allo Sposo divino e al messaggio salvifico.

Con la castità scegliete Cristo   come il vostro Sposo, l’amato del vostro cuore, l’Assoluto della vostra vita.    

Un rabbino ebreo (Simeone Ben Azzai) assiduo studioso della legge mosaica, vissuto al tempo di Paolo, rifiutò di prendere moglie, dando questa giustificazione: “La mia anima è innamorata della Torah. Altri penseranno a far sopravvivere il mondo!”. A maggior ragione il celibe e la vergine cristiana possono dire: “La mia anima è innamorata di Gesù Cristo; altri penseranno a far sopravvivere il mondo!” e potremmo aggiungere, con umiltà e fierezza: “altri penseranno a far sopravvivere il mondo, noi – con la grazia di Dio – pensiamo a farlo vivere!”. Annunciando e testimoniando. Amando e servendo.

  • Gesù, venuto per servire, ci è modello di servizio.

Non dimentichiamo Isaia 61, fatto proprio da Gesù nella Sinagoga di Cafarnao (Lc 4, 14-22). C’è il programma di vita del Maestro: Egli è venuto (e continua a venire) “per annunziare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione… per rimettere in libertà gli oppressi….”. Questo è il servizio che è venuto a renderci.

Da Gesù buon samaritano dobbiamo imparare la capacità d’avere compassione, di accostarci, di prenderci cura, impiegando tempo, rimettendoci del nostro e accompagnando con cuore tenero. Diceva San Camillo ai suoi: “Più cuore in quelle mani, fratello!”.

E infine, Gesù, l’Orante,è il modello ed il maestro della nostra preghiera. I Vangeli ce lo mostrano spesso in preghiera: non solo comunitaria, cioè nella Sinagoga, dove anche insegna, ma in preghiera personale, solitaria, silenziosa, spesso notturna, o alle prime luci dell’alba, lontano dalla folla e anche dai discepoli. Questo tipo di preghiera appare come la sorgente vitale che nutre la sua fede, lo conferma nella sua vocazione, gli dona perseveranza nel suo ministero, cioè lo radica nella relazione col Padre che l’ha inviato.

Nel contesto del suo ministero Gesù non vive la preghiera in modo funzionale, cioè in vista della predicazione e dell’attività, ma personale e vitale, come bisogno di unione intima col Padre che l’ha mandato e a cui vuole essere obbediente.

          La preghiera fonda la fiducia di Gesù nel Padre e il coraggio e la libertà nei confronti dei discepoli, delle folle, degli uomini tutti. E questo perché lo situa nell’amore: amore del Padre per Lui, amore suo per il Padre, amore per i discepoli e per gli uomini. Un amore che accetta di non essere sempre compreso e ricambiato, anzi, di essere anche misconosciuto e rifiutato.

          La preghiera personale di Gesù appare anche il luogo ove Egli discerne e decide col Padre le azioni da compiere e le scelte da fare (cfr Lc 6, 12 ss: la scelta dei dodici; Mc 1, 38).

Gesù, inoltre, vive la preghiera personale come presa di distanza dalle folle e dai discepoli, per dare ossigeno al suo ministero, che non è fatto solo di insegnamento e di guarigioni, ma anche di rapporto intimo e filiale col Padre.

          La preghiera infine diviene per Gesù luogo di lotta spirituale dura, anzi, drammatica: si pensi al Getsemani e alla Croce.

Anche per noi, care Sorelle, pregare è una necessità vitale, come il respirare, come il bere: se non respiri e non bevi muori asfissiato, disidratato. Pregare è necessario come il pensare, come il capire: “Un popolo che non comprende, va in rovina”, dice il Profeta Osea (4, 14). La preghiera invece è sorgente inesauribile di luce, di forza, di speranza. Pregare è consentire al nostro cuore assetato d’amore di stare con l’Amato, stretti al suo cuore, immersi nel suo amore. Il nostro servizio ai fratelli – nella scuola, in ospedale, in parrocchia, in monastero, – ha bisogno di pause di silenzio.

Non il mutismo, ma il silenzio, che è “l’attività nascosta dell’amore in ascolto” (G. Courtois). E D. Bonhoeffer ha scritto: “Nel silenzio è insito un meraviglioso potere di purificazione, di chiarificazione, di concentrazione sulle cose essenziali”. Il nostro servizio ha bisogno di soste rigeneranti e di prolungato raccoglimento. “Il raccoglimento – diceva un padre del deserto – è così importante per la preghiera quanto lo stoppino per la lampada”. Il nostro servizio muore se si riduce ad attivismo. Si inaridisce, si svuota, si squalifica, perché diventa sciatto, senz’anima, senza slancio e spesso senza contenuti.

Il mondo oggi non ha bisogno di preti e suore “affaccendati”, frettolosi, nervosi, ma di anime fervorose, di adoratori silenziosi, di testimoni appassionati dell’Assoluto, di servitori umili e generosi. Gesù inoltre ci ha consigliato di pregare per far fronte alle lotte della vita. Sapeva che certi problemi sono pesanti e che noi siamo fragili. Sapeva che il maligno si accanisce, che il mondo ci tenta, che la carne è debole. “Pregate – dice – per non entrare in tentazione” (Mc 14, 38).

A certi incroci della vita solo la preghiera ci salva. In certe situazioni la forza dell’uomo non basta, la buona volontà da sola non regge. Si crolla. Si fa naufragio. Per sopravvivere c’è bisogno dell’incontro diretto con la forza di Dio. Bisogno di ascoltare quella voce interiore che ci chiama: voce misteriosa ed esigente, inquietante e beatificante. Bisogno di raccoglierci, di unificare la vita, di ricentrarla in Cristo; di verificare e di correggere la rotta; di sentire i palpiti di quel Cuore che pacifica e riscalda. E questo ci ritempra. Rigenera in noi la pazienza e la speranza, la voglia e l’esigenza della fedeltà.

E tutta la nostra vita sarà un inno di benedizione e di lode al Signore, come lo fu la vita della Madonna, “la prima e la più perfetta discepola del Signore”, “la compagna eccezionalmente generosa”, la “Vergine fedele”  Madre, Sorella e regina del Carmelo.

†Giuseppe Costanzo