NOTA
Per la numerazione dei Salmi, all’interno del testo, ci si riferisce a quella della Bibbia ebraica seguita dall’edizione della Bibbia di Gerusalemme: questa numerazione, dal Salmo 10 al Salmo 148, risulta maggiorata di una unità rispetto alla numerazione della Bibbia della CEI, e conseguentemente della liturgia delle ore (indicata tra parentesi nei titoli accanto a ciascun Salmo), la quale segue i LXX e la Volgata.
1 Al maestro del coro. Per strumenti a corda. Salmo. Di Davide.
2 Quando t’invoco, rispondimi, Dio della mia giustizia!
Nell’angoscia mi hai dato sollievo;
pietà di me, ascolta la mia preghiera.
3 Fino a quando, voi uomini, calpesterete il mio onore,
amerete cose vane e cercherete la menzogna?
4 Sappiatelo: il Signore fa prodigi per il suo fedele;
il Signore mi ascolta quando lo invoco.
5 Tremate e più non peccate,
nel silenzio, sul vostro letto, esaminate il vostro cuore.
6 Offrite sacrifici legittimi
e confidate nel Signore.
7 Molti dicono: “Chi ci farà vedere il bene,
se da noi, Signore, è fuggita la luce del tuo volto?”.
8 Hai messo più gioia nel mio cuore
di quanta ne diano a loro grano e vino in abbondanza.
9 In pace mi corico e subito mi addormento,
perché tu solo, Signore, fiducioso mi fai riposare.
In Te confido, Signore e in pace mi addormento.
La situazione esistenziale nella quale è sorto questo salmo è quella di un uomo torchiato dal dolore. Una tribolazione così grave da lasciare sconcertati gli amici del Salmista. Essi non riescono a capire come Dio, nella sua giustizia, abbia potuto permettere tale prova.
Così la loro fiducia è profondamente scossa. L’orante, invece, è sereno. Non s’è lasciato prendere dalla sfiducia. Non si è smarrito nella prova. Ha gridato a Dio ed Egli lo ha liberato dalle angosce, ha dato ascolto alla sua preghiera (v. 2). Col cuore colmo di gratitudine, grida a tutti la sua testimonianza, come prima ha gridato a Dio il suo dolore.
Una testimonianza in cui i sentimenti di fiducia s’intrecciano con sapienti riflessioni sul valore relativo dei beni terreni. Perciò, mentre esorta i suoi amici a non essere «duri di cuore», a non amare «cose vane» e a non cercare «la menzogna» (v. 3), proclama con umile fierezza: «Sappiate che il Signore fa prodigi per il suo fedele» (v. 4).
A questi spregiatori di Dio, che si perdono dietro cose ingannevoli e futili, egli rivolge un fermo ammonimento (vv. 5-6): «tremate»: è l’atteggiamento dei pagani di fronte ai prodigi compiuti da Dio (cfr Es 15, 14.16); – «riflettete»: cioè valutate, ponderate, meditate. Non vivete sempre dissipati e storditi dal frastuono. Non rimanete schiavi di idoli e di miti. Per padroneggiare l’esistenza e ritrovare equilibrio, occorre anche tacere e riflettere; — «placatevi»: vedendo quello che Dio sa fare per chi si lascia amare da Lui, smettetela di fare discorsi insolenti e di assumere atteggiamenti arroganti.
È un invito al silenzio: per rispettare il mistero, per far tacere le pretese dell’orgoglio, per giungere all’abbandono fiducioso; — «non peccate»: il peccato è la vera disgrazia e il vero fallimento.
Convertitevi, dunque; — «offrite sacrifici di giustizia»: avevate dato al vostro cammino una direzione e una meta sbagliata. Ora che l’avete capito e riconosciuto, fate quegli atti di culto che valgano a rimettervi in comunione con Dio; — «confidate nel Signore»: è Lui che veglia e protegge, che libera e salva: «Tu solo, Signore, al sicuro mi fai riposare» (v. 9). «Queste parole hanno il senso di un’esperienza secolare e il sapore d’una promessa assicurata. Ridirle fa bene» (G. Garrone). Ora il Salmista pensa ai «molti» del suo popolo che, scoraggiati e disfattisti, si vanno domandando quando ritorneranno tempi di maggiore benessere materiale e morale: «Chi ci farà vedere il bene?» (v. 7). E risponde con una preghiera e con una testimonianza. Anzitutto prega: «Risplenda su di noi, Signore, la luce del tuo volto» (v. 7). Cioè: dona un segno inequivocabile della tua presenza che ama e che salva, affinché i pavidi, i dubbiosi, i recriminatori vedano e si arrendano. Poi una testimonianza, quella della propria letificante esperienza: «Hai messo più gioia nel mio cuore di quando abbondano vino e frumento» (v. 8). L’intervento salvifico di Dio gli ha procurato più sicurezza e gioia di quanto non potessero procurargliene una abbondante mietitura (= frumento) e una ricca vendemmia (=vino).
Queste certezze infondono nel cuore del Salmista una pace profonda e una quiete imperturbabile: la felicità che nasce dall’amicizia con Dio, costantemente coltivata e gelosamente custodita. Al termine della sua giornata, il Salmista va a riposare e non ha bisogno di sedativi né di sonniferi: «In pace mi corico e subito mi addormento» (v. 9).
Questo Salmo, dunque, è la preghiera di un pio israelita che sa di essere amato da Dio ed al suo amore si abbandona fiducioso. Non gli è risparmiata la tentazione, anche grave e molesta, ma la fedeltà di Dio accresce la sua fiducia e la fiducia rende sempre più forte la fedeltà del suo amore. Quest’uomo ha capito l’essenziale, ha capito che la vita senza Dio è un «niente», una «corsa alla menzogna» una paurosa illusione. Ha compreso che senza Dio l’uomo costruisce a strapiombo sul vuoto.
Questo Salmo è soprattutto la preghiera di Gesù. La liturgia lo utilizza nell’Ufficio delle letture del sabato santo, quando le spoglie mortali di Cristo riposano nella tomba dopo il doloroso dramma della passione e morte sul Calvario. Il Salmo esprime la serena fiducia e la tranquilla sicurezza di Cristo nel sepolcro, dove attende in pace il risveglio della risurrezione.
Cristo è il vero «fedele» in cui Dio ha riposto la sua compiacenza e perciò più di tutti riposa al sicuro (v. 9). Egli ripete le parole del Salmo: «In pace mi corico e subito mi addormento» (v. 9). «Si rinnova il mistero del riposo di Dio dopo la creazione: il Signore riposa dopo la violenta lotta della sua passione e morte. Dal silenzioso raccoglimento di questo sabato sta per erompere una nuova creazione» (Sp. Rinaudo).
Il «prodigio» che il Padre ha compiuto per lui è quello della risurrezione, e con la risurrezione «nasce nel sangue di Cristo l’aurora d’un mondo nuovo» (Liturgia).
La parola di Dio non è solo memoria del passato; essa è anche specchio del presente: «tutto ciò che è stato scritto prima di noi, è stato scritto per nostra istruzione», scrive Paolo (Rm 15,4). Vogliamo perciò che questa Parola illumini la nostra vicenda e ci aiuti a vivere con coerenza e fedeltà la nostra vocazione cristiana e il nostro impegno apostolico. Raccogliamo alcune provocazioni.
«Dalle angosce mi hai liberato» (v. 2). Che cosa sono queste angosce per noi? Sono tutte quelle sofferenze che mettono a dura prova la fede e la pazienza; che riguardano la salute o che toccano il buon nome. Sono le meschinità che deludono, le incomprensioni che logorano, le prepotenze che irritano. Sono gli intrighi, le manovre, le connivenze. Tutto questo non può che angosciare. Ti aspettavi fiducia ed ecco la diffidenza; speravi accoglienza ed ecco l’indifferenza; anelavi ad una collaborazione leale ed ecco invece il sospetto, il fariseismo e la denigrazione.
Non ti resta che gridare: «Pietà di me, ascolta la mia preghiera» (v. 2). E il Signore accorre a «liberare»; che non vuol dire necessariamente che Egli rimuove le cause della sofferenza. Spesso la liberazione è la capacità di elevarci al di sopra di tutti i calcoli e di tutte le paure, è la forza di sottrarsi a tutte le piccinerie e ai tentativi di asservimento, è la gioia e il gusto di respirare con cuore dilatato da orizzonti più vasti.
— «Fino a quando, o uomini, sarete duri di cuore? Perché amate cose vane e cercate la menzogna?» (v. 3). É il male più temibile, quello del cuore duro. Esso si manifesta con l’indisponibilità al progetto di Dio, con la resistenza alla sua grazia, col rifiuto di ogni invito a superarsi. E mentre cresce la presunzione e l’orgoglio, cresce pure quel senso di autosufficienza che rende insensibili e impermeabili.
É la peggiore delle sventure! Paradossalmente, costoro, che si credono scaltri, vivono catturati dalle futilità, schiavi delle vanità, vittime delle illusioni, innamorati del vuoto…
Il Salmista li scuote con una fustigante domanda: «Perché cercate la menzogna?»
Spesso si ha l’impressione che tutto sia una corsa alla menzogna. Alle volte è più importante il proprio interesse che dire la verità. Sembra che per vivere in questo mondo si debba accettare — sia pure tacitamente — di ingannare e di essere ingannati. Altrimenti si è tacciati di ingenuità o di scarsa diplomazia. E coloro che sono navigati, ti fanno fuori perché non hai saputo (o voluto?) adeguarti.
Il giudizio del Salmista è chiaro: chi va dietro ai beni effimeri e deludenti, corre verso il vuoto, si sbaglia circa la strada della felicità, ama cose vane e cerca la menzogna (cfr v. 3). «Chi ci farà vedere il bene?» (v. 7). È una domanda pervasa di pessimismo, percorsa da profonda malinconia e viene posta anche oggi.
La società dei consumi — scrive Quesson – secerne da sé come una specie di disincanto. Ben pagato, ben nutrito, ben istruito, ben riscaldato, ben alloggiato… l’uomo continua a chiedersi: “Chi ci farà vedere il bene?” C’è sete — oggi come ieri, come sempre — di pulizia, di correttezza, di bontà. È una domanda che, carica di tutte le paure dell’uomo, interpella lo stile e la testimonianza della nostra vita. Perché non si sazia la fame con le parole né si estingue la sete con le sole dichiarazioni di principio. «In pace mi corico e subito mi addormento» (v. 9). Ha anch’egli le sue preoccupazioni, ma riesce ad impedire che gli facciano saltare i nervi. Non si lascia soverchiare dagli eventi, li domina, conservando la calma e mantenendo l’equilibrio. Calma ed equilibrio che addita come segni della sua fede.
In effetti, è questo il suo segreto: crede in Dio e si fida di Lui. Perciò riesce ad addormentarsi tranquillo e a svegliarsi di buon umore dopo il sonno ristoratore della notte.
Anche Gesù del resto ci ha dato l’esempio di uno che sapeva dormire perfino tra la furia della tempesta (Mc 4,38) e insegnava ai suoi che Dio si occupa del grano anche quando il contadino dorme (Mc 4,27 ss) e li esortava perciò a non preoccuparsi eccessivamente: «Non affannatevi… non affannatevi… non affannatevi…» (Mc 6,25-34). Raccomandava ai suoi di pensare alle cose grandi, perché alle piccole provvede l’amore sempre vigile del Padre: «Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta» (Mt 6,33). È bello, alla fine di una giornata, fare silenzio, dominare le emozioni, far tacere le preoccupazioni e dire a Dio:
Sei Tu, Signore, l’unico mio bene. Per Te ho lavorato e sofferto. Te ho cercato, amato e testimoniato.
È bello lasciarsi accogliere da Lui, come gli Apostoli da Gesù al ritorno dalle loro fatiche missionarie, e sviluppare dentro di sé sentimenti di pace, di quiete, di felicità: «Solo in Dio riposa l’anima mia; da Lui la mia salvezza; Lui solo è mia rupe e mia salvezza, mia roccia di difesa; non potrò vacillare» (Sal 62, 2-3).
È bello dirgli con umiltà e fiducia: Signore, ti offro questa giornata. Purifica e benedici, santifica e feconda tutto ciò che mi hai dato di compiere col tuo aiuto. Rettifica ciò che non è stato conforme alla tua volontà ed ha deluso le tue attese. Tocca il mio cuore e convertimi, Non stancarti di amarmi, perdona i miei peccati e «canterò inni al tuo nome sempre, sciogliendo i miei voti giorno per giorno» (Sal 61,9),
Poi, con l’animo invaso e pervaso da queste certezze «abbandonarsi al sonno concedendo fiducia all’azione misteriosa di Dio, che continua anche mentre noi dormiamo. Dar fiducia a Dio… e seppellirsi in quella morte apparente che è il sonno, con la certezza del risveglio» (N. Quesson).
†Giuseppe Costanzo
SALMO 133 (134)
Ecco, benedite il Signore,
voi tutti, servi del Signore;
voi che state nella casa del Signore
durante la notte.
2 Alzate le mani verso il santuario
e benedite il Signore.
3 Il Signore ti benedica da Sion:
egli ha fatto cielo e terra.
Nella notte benediciamo il Signore
Sempre le feste notturne hanno esercitato un particolare fascino sull’uomo, Sempre perciò le religioni hanno privilegiato le veglie sacre. In Israele poi, come negli altri paesi mediterranei, la sera e la prima parte della notte vengono preferite per le feste popolari, In quelle ore, infatti, la temperatura si fa più fresca, il cielo stellato diventa visibile, il silenzio e il raccoglimento favoriscono la preghiera. Il tremolio delle fiammelle o l’ondeggiare delle fiaccole producono, entro masse di tenebre e di ombre, strie di luce davvero suggestive.
Il brevissimo Salmo che vogliamo meditare, ultimo dei quindici Salmi di pellegrinaggio, poté essere composto per una di queste sacre veglie, come invitatorio inaugurale della funzione notturna straordinaria.
Secondo altri si tratterebbe, invece, del canto che accompagna ogni sera il cambio del gruppo dei leviti nel Tempio. Quelli che hanno prestato il servizio diurno si rivolgono a quelli che stanno per iniziare il servizio notturno e li esortano a compiere bene il proprio dovere. Questi ultimi invocano la benedizione di Dio sui leviti che, dopo il servizio liturgico, tornano alle loro case per il riposo.
Tuttavia la maggior parte degli esegeti sono convinti che questo Salmo sia un canto d’addio ad uso dei pellegrini. Ne è conferma il fatto che esso, nel Salterio, ci é stato tramandato come ultimo dei Salmi di pellegrinaggio.
Calata la sera, i pellegrini, in partenza dalla Città Santa al termine del loro pellegrinaggio, prima di allontanarsi dal Tempio, si rivolgono ai sacerdoti che vegliano in preghiera notturna nella casa del Signore e li invitano a benedire Dio per i favori loro accordati e a pregare per loro che fanno ritorno alle proprie case. Nella casa di Dio, a Gerusalemme, avevano vissuto giornate intense di emozioni e di esperienze spirituali. Ora, che sono costretti a partite, hanno il cuore pieno di nostalgia e – perché no? – di santa invidia verso questi “servi del Signore” che hanno la fortuna di “stare” (quasi abitare) “nella casa del Signore” per continuare ad adorarlo e a lodarlo.
Come in ogni Salmo “graduale” (cioè delle ascensioni) vi domina il ritmo, fatto dalla ripetizione di alcune parole-chiave. La parola più ripetuta (cinque volte in tre versetti) è il nome proprio di Dio: Jahweh. Quando si é innamorati, non ci si stanca di ripetere il nome di colui che si ama.
L’altra parola, ripetuta tre volte (Una in ogni versetto) è il verbo benedire, nel suo duplice significato: dell’uomo che loda e ringrazia Dio, di Dio che colma l’uomo dei suoi doni.
I sacerdoti rispondono all’invito dei pellegrini (vv.1-2) pronunciando una sobria, ma solenne benedizione. “Da Sion ti benedica il Signore che ha fatto Cielo e terra” (v. 3) È impartita in nome di Dio, che risiede in Sion e che, domina il cielo e la terra, che ha creato e che non cessa di governare. Si tratta dunque di una benedizione efficace. Nota San Girolamo: “Tu benedici il Signore e il Signore benedice te”.
Ma c’è un particolare da sottolineare: i sacerdoti, rivolgendosi al popolo, non dicono “vi benedica il Signore”, ma al singolare “ti benedica” come se si trattasse di una sola persona. Tutto ciò è significativo: i pellegrini non sono considerati un’accozzaglia di gente, un aggruppamento di individui, ma la comunità di fratelli divenuta veramente uno. Torneranno a disperdersi nei vari luoghi, ma resteranno “un cuor solo”: la comunione non conosce distanze.
“Fratelli – scrive sant’Agostino – nel suo commento al Salmo – è di numero plurale, ma nell’unità é singolare”; “Il Signore – continua – benedice l’unità”. E conclude: “Partecipa dell’unità e la benedizione si estenderà fino a te”.
Il servizio della lode e dell’adorazione a Dio dev’essere continuo, ed é perciò che questi “servi del Signore” si avvicendano nella sua casa per garantire l’incessante preghiera. Ma il “servo” perfetto di Dio è Gesù. Egli passò davvero intere notti nella preghiera al Padre: “Se ne andò sulla montagna a pregare e passò la notte in orazione” (Lc 6,12).
“I pellegrini di Gerusalemme invitavano i sacerdoti a perseverare nella lode. Ancora non potevano sapere, essi, che effettivamente una preghiera incessante esiste, giorno e notte, dinanzi al Padre, ed è Gesù “sempre vivo per intercedere in nostro favore” (Eb 7,25).
Anche in questo momento Gesù prega per me… per il mondo. Se io anche cessassi di pensare a Lui, non per questo Gesù cesserebbe di pensare a me. Quando dormo, di notte, Lui veglia. Il mio amore va e viene, magari si perde… il suo invece è continuo, sempre vigilante” (N. Quesson).
Da Lui la Chiesa imparò la necessità della preghiera. Gli apostoli «erano assidui e concordi nella preghiera» (At 1,14), e, per evitare di trascurarla, col crescere delle esigenze della primitiva comunità, istituirono i diaconi per l’assistenza ai poveri e alle vedove (cfr At 6, 1-4). San Paolo esortava tutti a «pregare incessantemente» (cfr 1 Ts 5,17) e ha chiesto «che gli uomini preghino, dovunque si trovino, alzando al cielo mani pure senza ira e senza contese» (1 Tm 2,8).
Dal Signore la Chiesa imparò anche ad esercitarsi nella vigilanza. Spesso egli invitò i suoi a «vegliare»: «Vegliate… vegliate e pregate… vegliate e pregate in ogni momento…» (Mt 24,42; 26,41; Lc 21,36). Per stimolare l’impegno, parlò della «lampada accesa» e del «ritorno nella notte»: lo sposo che arriva di notte, il padrone che torna di notte, il ladro che ruba di notte… Esortò ad essere pronti, per non lasciarsi cogliere di sorpresa. «La Chiesa — scrive il card. Garrone, citato da Jacquet — non interrompe, non può interrompere la sua lode. Quando i fedeli ritornano alle loro occupazioni terrene necessarie, l’”Opus Dei” continua mediante i sacerdoti ed i monaci. Nel silenzio delle notti, in mezzo alla pace e alla quiete universale, la Chiesa, per loro mezzo, prega. È bene che i cristiani lo sappiano, che vi facciano affidamento, che lo esigano da quelli che hanno avuto l’onore di ricevere quest’ufficio».
Con la sua ininterrotta preghiera la Chiesa accompagna i credenti e tutti gli uomini nel loro pellegrinaggio verso Dio e li arma nella lotta contro il male. La terra è piena di chiostri, di monasteri, di conventi, di eremi, che esprimono il gesto gratuito dell’adorazione, che creano lo spazio «inutile» della liturgia… Cose che il mondo non capisce e che giudica uno spreco, come Giuda ritenne uno spreco il gesto di Maria che cosparse i piedi di Gesù con olio profumato «assai prezioso» (cfr Gv 12, 3-4). Ma nella vita di fede c’è questo amabile spreco, questo esalarsi nel puro nulla: uomini e donne che «si sciupano» consacrandosi a Dio «perdendo» tempo nell’appassionante adorazione e contemplazione di Dio. Il mondo li ritiene parassiti: essi, invece, pregando, si fanno forza promotrice della storia.
La loro vita sembra tagliata fuori dal mondo: pregando, invece, essi riescono a leggere dentro le tormentate tortuosità delle vicende umane. Appaiono rinunciatari e sono invece i veri protagonisti: «la contemplazione non è mai una “evasione”, al contrario è il realismo più profondo. Mai una persona mette i piedi in terra, tanto come nell’atto contemplativo; anzi, va sotto terra, dove sono le radici del proprio essere. Arriva dove arriva la psicanalisi, anzi, più giù, a profondità maggiori. Però essa non lascia scoperte le radici a disseccarsi al sole e a imputridire, ma le vede dentro l’humus dell’amore perdonante, misericordioso del Dio “fatto carne”, cioè fattosi comprensione, affinità, perdono, misericordia, (A. Paoli).
Ecco l’importanza, per la vita della Chiesa e per quella del mondo, di queste esistenze apparentemente separate e recluse: sono il fermento che lievita la pesantezza della storia. Se è vero che, “il valore di una vita si misura dal suo peso di adorazione” (Mouchanin) “bisogna operare nel corpo della società e della civiltà questo sacro innesto di adorazione, di preghiera, di verginità orante e penitente: la civiltà nuova” non si costruisce senza questi divini fondamenti che radicano, saldamente, nel cuore stesso della Trinità, la vita dell’uomo e la storia e la civiltà dell’uomo (G. La Pira).
È confortante sapere che lungo le notti c’è gente che sta con le mani alzate a benedire, a ringraziare, ad invocare misericordia. «Essi — dice il Concilio — stanno davanti al trono di Dio in nome della Madre Chiesa (SC 85). Ma questo non deve indurci a delegare gli altri…! Dobbiamo imparare a pregare e a fare spazio alla preghiera nella nostra vita. La preghiera, infatti, illumina e purifica, conforta e tonifica, preserva dal male e riconcilia con Dio. Chi prega ha capito che c’è una povertà «verticale che si estende assolutamente ad ogni uomo. Perciò il Concilio Vaticano II nella Costituzione liturgica raccomanda che «pure i laici recitino l’ufficio divino o con i sacerdoti, o riuniti tra loro, o anche da soli» (n.100), «poiché l’ufficio divino è voce della Chiesa, ossia di tutto il corpo mistico che loda pubblicamente Dio» (n. 99).
Abituati per la maggior parte a fare preghiera di domanda, Oggi i cristiani riscoprono la preghiera di adorazione e di lode, cioè la preghiera gratuita. E ciò è molto bello: fa onore all’uomo e si addice alla santità di Dio. Invece di essere solo «questuanti» (magari un po’ petulanti!), è giusto ed è bello che i cristiani siano anche adoranti, benedicenti, esultanti… capaci di cercare Dio e di «alzare le mani verso il tempio» per dire: «Noi ti lodiamo, ti benediciamo, ti adoriamo, ti rendiamo grazie per la tua gloria immensa… Perché Tu solo il Santo, Tu solo il Signore, Tu solo l’Altissimo».
Questo Salmo, che la liturgia ci fa pregare a Compieta, ci ripropone il senso della preghiera della sera, ci spinge a riflettere sul valore della preghiera notturna. Gesù pregava di notte, solo, sul monte, in un «cuore a cuore» col Padre che lo rigenerava.
Ai suoi ha raccomandato la preghiera silenziosa e solitaria: «Quando preghi, entra nella tua camera e, chiusa la porta, prega il Padre tuo nel segreto» (Mt 6,6). C’è molto da recuperare nel campo della preghiera serale e notturna. Essa ha visto ridursi il suo spazio, o è stata addirittura soppressa, quando hanno cominciato a diffondersi i mezzi di comunicazione di massa. Da allora in famiglia non si prega insieme, forse non si prega affatto, nè più si comunica.
Alla dissipazione della giornata non si oppone il rimedio del silenzio, del raccoglimento, della preghiera, che riequilibrano e temprano, ma si aggiungono ulteriori occasioni di dissipazione e forse anche di pericolo morale. Perché non tutto ciò che si vede e si ascolta è necessario vedere o ascoltare. Qualche volta non è neanche opportuno. Sarebbe opportuno invece — e certamente più costruttivo — stare insieme, genitori e figli, in un dialogo fecondo, fatto di, ascolto e di accoglienza, di scambio di opinioni e di esperienze. Amore donato e ricevuto.
È la gioia di crescere insieme. Sarebbe opportuna la preghiera comune, genitori e figli, perché la famiglia divenga chiesa domestica e perché i giovani imparino dall’esempio degli adulti che la preghiera non è roba da vecchi e da bambini. Sarebbe opportuno anche ritirarsi nel silenzio della propria camera per studiare un tantino, per riflettere con calma, per meditare un Salmo, per dare uno sguardo alla propria giornata…
La preghiera della sera serve a riprendere in mano la propria vita, a prendere distanza dalle persone, dai fatti, dalle emozioni… Serve ad obiettivare la realtà, a verificare la rotta, a rinnovare l’offerta…
Serve a ritrovare sé stessi, a ricuperarsi dalla dispersione in cui ci proietta il ritmo vertiginoso e caotico delle nostre giornate. Serve a farsi raccattare dal Signore, a lasciarsi liberare dalle catene che andiamo costruendoci lungo il giorno.
Serve infine a rinnovare un’apertura più piena al disegno di Dio, una più docile sottomissione alla sua volontà, un’accoglienza più pronta del suo progetto. Che è come dire, dare alla vita una tonalità, un senso e un valore nuovo.
Tutto ciò richiede un altro recupero: quello della preghiera «personale» «Lo sviluppo della preghiera “insieme”, della preghiera “comunitaria”, liturgica, non può avvenire a detrimento della preghiera “intima”, della preghiera “notturna”.
L’uomo che non prega se non “con” altri, il giovane che prega soltanto “con” altri, corre veramente il rischio di perdere una delle dimensioni essenziali della sua vita personale» (N. Quesson).
Tale recupero è possibile a condizioni ben precise: che si abbia la capacità di star soli, che si voglia coltivare una vita interiore robusta, che con paziente esercizio si acquisisca lentamente il gusto del «tu a tu» con Dio. Cosa possibile a tutti, perché «l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato» (Rm 5,5).
†Giuseppe Costanzo
SALMO 90 (91)
1 Chi abita al riparo dell’Altissimo
passerà la notte all’ombra dell’Onnipotente.
2 Io dico al Signore: “Mio rifugio e mia fortezza,
mio Dio in cui confido”.
3 Egli ti libererà dal laccio del cacciatore,
dalla peste che distrugge.
4 Ti coprirà con le sue penne,
sotto le sue ali troverai rifugio;
la sua fedeltà ti sarà scudo e corazza.
5 Non temerai il terrore della notte
né la freccia che vola di giorno,
6 la peste che vaga nelle tenebre,
lo sterminio che devasta a mezzogiorno.
7 Mille cadranno al tuo fianco
e diecimila alla tua destra,
ma nulla ti potrà colpire.
8 Basterà che tu apra gli occhi
e vedrai la ricompensa dei malvagi
“Sì, mio rifugio sei tu, o Signore!”.
Tu hai fatto dell’Altissimo la tua dimora:
10 non ti potrà colpire la sventura,
nessun colpo cadrà sulla tua tenda.
Egli per te darà ordine ai suoi angeli
di custodirti in tutte le tue vie.
12 Sulle mani essi ti porteranno,
perché il tuo piede non inciampi nella pietra.
13 Calpesterai leoni e vipere,
schiaccerai leoncelli e draghi.
14 “Lo libererò, perché a me si è legato,
lo porrò al sicuro, perché ha conosciuto il mio nome.
15 Mi invocherà e io gli darò risposta;
nell’angoscia io sarò con lui,
lo libererò e lo renderò glorioso.
16 Lo sazierò di lunghi giorni
e gli farò vedere la mia salvezza”.
Possiamo fidarci di Dio
L’uomo di oggi è più sensibile alle testimonianze di vita che non alle dotte argomentazioni o alle erudite disquisizioni. Questo Salmo perciò risulta particolarmente efficace ed apre il cuore alla fiducia. Il Salmista «ha fatto una profonda esperienza e, procedendo da essa, parla con autorità della vita, delle sue angosce e dei suoi pericoli, ma anche di ciò che accade quando l’uomo è legato a Dio da una viva fiducia» (R. Guardini). Il Salmo è un poema «didattico» sull’efficacia della protezione divina, un inno alla specialissima Provvidenza con cui Dio veglia su chi si affida totalmente a Lui. Con ricchezza e splendore d’immagini, il cui uso risulta particolarmente felice, l’autore esprime le difficoltà della vita, la fiducia del vero credente, la bontà di Dio che mai viene meno. Ma le immagini, per essere comprese, non vanno trasformate in concetti: vanno prese per quello che sono, cioè come immagini: vanno evocate davanti all’occhio interiore. per entrare in esse e per lasciarsene permeare. Solo allora se ne coglie il messaggio, denso di teologia viva, fatta con gli strumenti espressivi di un poeta e contemplativo. Ma ciò, non è possibile se chi legge corre velocemente in mezzo ad esse. Bisogna, invece, procedere con lentezza, soffermarsi continuamente, inserendo in queste immagini le nostre miserie e le nostre vicissitudini.
Bisogna indugiare per accogliere quelle parole che ci giungono potentemente consolatrici, come se fossero dirette ad ognuno di noi nella sua concreta situazione di vita. Ciò vuol dire mettersi in atteggiamento di ascolto benevolo e profondo. È un’esigenza della Parola, quella di essere accolta e di mettere radici, per portare frutto. Di qui la necessità del silenzio, che, sottraendoci al frastuono e al rumore, dà profondità e risonanza alla Parola. Il silenzio interiore diventa mezzo per ascoltare la parola di Dio che parla all’uomo, lo cerca e lo sollecita all’incontro per guarirlo ed elevarlo.
È stato scritto giustamente: «Ci sono silenzi di povertà e di assenza, così come si danno silenzi di pienezza… Il silenzio dona profondità alla Parola» (Gusdorf). «La Parola non ha senso compiuto e non ha incidenza profonda senza lo spazio di silenzio che la precede, l’accompagna e la suggella» (G. Marchesi).
Il Salmo può essere diviso in due parti (vv. 1-13 e 14-16). Nella prima di esse (vv. 1-13) è descritta la serena fiducia di chi ha scoperto in Dio Colui che gli vuol bene e che può realizzare ciò che vuole. Sapersi amati, sentirsi custoditi da una paternità così tenera e forte è una di quelle certezze che mettono le ali. Con immagini vive, e talora drammatiche, il Salmista vuole condurci, forte della sua esperienza, all’interiorizzazione di questa certezza: Dio non è soltanto onnisciente, è anche onnipotente; ed è «fedele come nessun uomo può esserlo.
Perciò è veramente al sicuro chi a Lui si affida» (R. Guardini). Ti vengono tese trappole e insidie? «Egli ti libererà dal laccio del cacciatore» (v. 3). Ti senti accerchiato dal male multiforme e cangiante, sornione e violento, e hai paura? Non temere: «Ti coprirà con le sue penne, sotto le sue ali troverai rifugio» (v. 4). Avverti con sgomento la presenza abile e strisciante del «mistero di iniquità» che assedia la storia e ti senti piccolo, impotente e vulnerabile? Non perderti d’animo: «La sua fedeltà ti sarà scudo e corazza» (v. 5). Il laccio del cacciatore, i terrori della notte, la freccia che vola di giorno, la peste che distrugge o quella che vaga nelle tenebre (vv. 3-6) non devono abbatterti: «nulla ti potrà colpire» (v. 7). Occorre solo che tu dica, non con le labbra, ma col cuore e con la vita: «Mio rifugio e mia fortezza, mio Dio, in cui confido» (v. 2). Allora vedrai che la protezione del Dio fedele non è una esperienza episodica, ma un’abitazione, una dimora permanente (v. 1). Vivendo, incontrerai gli animali più feroci e temibili (il leone e il drago: v. 6), quelli più insidiosi e velenosi (aspidi e vipere: ivi), cioè: dovrai affrontare una realtà complessa e minacciosa, ma sarai sempre vittorioso (cfr v. 13), «poiché tuo rifugio è il Signore, e hai fatto dell’Altissimo la tua dimora» (v. 9). Quando ci si affida al Signore con l’umiltà e con la disarmante semplicità del fanciullo (e chi non è per sempre fanciullo davanti a Lui?), capita di passare in mezzo ai pericoli senza averne piena consapevolezza e senza misurarne tutta la gravità, solo perché si è ben protetti da Colui che come aquila spiega le sue ali, ci prende, ci solleva e ci porta (cfr Dt 32,11 ss).
Nella seconda parte (vv. 14-16) è Dio stesso che parla. Il tono si fa grave, solenne, categorico. Egli prende la parola per ratificare, per farsi garante di quanto afferma il Salmista, ma lo fa con parole d’amore sconvolgenti: «Lo salverò, perché a me si è affidato» (v. 14). Dio è la verità, e la verità non asservisce, ma rende liberi. Ad un amore integrale Dio promette una salvezza totale. «Lo salverò, perché ha conosciuto il mio Nome» (v. 14): dall’intimità di vita («conoscere il Nome») alla partecipazione alla sua stessa gloria. «Mi invocherà e gli darò risposta» (v. 15). L’invocazione a Dio non si perde nel vuoto. Egli non è come gli uomini, che spesso non ascoltano o non danno risposta o rispondono con promesse illusorie.
Egli, «Il Signore al cui cospetto nessuno può dirsi Signore» (R. Guardini), guarda con benevolenza, ascolta con amicizia, si china con tenerezza sul povero che lo invoca. Perciò la confessione di lode del Salmo 138: «Rendo grazie al tuo nome per la tua fedeltà e la tua misericordia… Nel giorno in cui t’ho invocato, mi hai risposto, hai accresciuto in me la forza» (vv. 2-3). «Presso di Lui sarò nella sventura».
Queste parole di Dio, da un lato garantiscono la presenza vigile e la protezione costante dell’Amico divino, dall’altro costituiscono una opportuna precisazione: protezione divina non significa esenzione dalla prova, ma presenza attiva di Dio, che impedisce all’uomo debole di vacillare e cadere, di andare fuori strada e rompere il patto di amore con Lui.
Se Dio è presente, la vittoria è certa, la salvezza è assicurata: “Se dovrai attraversare le acque – promessa di Dio al suo popolo — sarò con te, i fiumi non ti sommergeranno; se dovrai passare in mezzo al fuoco, non ti scotterai, la fiamma non ti potrà bruciare poiché io sono il Signore tuo Dio, il Santo di Israele, il tuo salvatore… Perché tu sei prezioso ai miei occhi, perché sei degno di stima e io ti amo… Non temere, perché io sono con te» (Is 43, 2-5). Dio non ci risparmia le prove, perché ne conosce la forza di maturazione e di trasformazione, ma ci resta vicino perché sa quanto siamo fragili.
«Quando soffri — dice sant’Agostino — non temere che Dio non sia con te. Sia con te la fede, e Dio sarà con te nella tribolazione… A volte forse penserai d’essere abbandonato, perché egli non ti libera quando vuoi… Sveglia la tua fede e vedrai che egli non ti abbandona». (Commento al Salmo 91).
Rincuorati dalla sua presenza, non dimenticheremo che «tutto concorre al bene di coloro che amano Dio» (Rm 8,28). Anzi ci ricorderemo che «Egli non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi» (ivi, v. 32), e allora anche se «siamo trattati come pecore da macello» (ivi; V. 36), «siamo più che vincitori per virtù di colui che ci ha amati» (ivi, v. 37).
«Lo salverò e lo renderò glorioso» (ivi, 15): che sarebbe di noi se il Signore ci stesse di fronte soltanto con la sua potenza?» (R. Guardini):
Egli invece ci parla come ad amici, ci chiama alla comunione con sé, ci invita al banchetto eterno, ci manda il suo Figlio come strumento di riconciliazione e di vita, ci riempie del suo Spirito come principio di comunione e forza di santificazione;
«Lo sazierò di lunghi giorni e gli mostrerò la mia salvezza» (v. 16). Una promessa che alimenta la fiducia, ravviva la speranza, accresce l’impegno. Ma soprattutto spinge ad abbandonarsi nelle mani di Dio, come il bambino in quelle della madre. E il segreto di ogni vittoria e di ogni progresso spirituale: «Mi abbandono alla fedeltà di Dio ora e per sempre» (Sal 52,10).
Questo Salmo ha la sua realizzazione piena in Cristo. Egli, dopo quaranta giorni di digiuno e di preghiera nel deserto, fu tentato da Satana che riferì a lui le parole del Salmo (vv. 11-12) quando gli disse: «Se sei Figlio di Dio, gettati giù, perché sta scritto: “Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo, ed essi ti sorreggeranno con le loro mani, perché non abbia a urtare contro un sasso il tuo piede” (Mt 4,6). –
Gesù non smentì la citazione di Satana, ma ne riprovò l’uso perverso, (anche se abilmente dissimulato con l’esperienza di Israele nell’Esodo: cfr Es 23.30 ss.), diretto a suscitare l’ambizione e la presunzione e, in definitiva, un atto di ribellione a Dio. Perciò rispose: «Sta scritto anche: non tentare il Signore Dio tuo» (Mt 4,7). Di lì l’indignazione di Origene che rimanderà Satana al v. 13: «Perché non citi quest’ultimo versetto? Perché, se non per il fatto che sei tu quell’aspide (su cui Cristo cammina impunemente), che sei tu il re di tutti i serpenti?» Di lì, il giudizio perentorio di san Girolamo sul «demonio-esegeta»: «Il diavolo interpreta male le Scritture».
Dopo che il tentatore si era allontanato realmente «gli angeli si accostarono e lo servivano» (Mt 4,11).
Cristo cammina veramente su aspidi e vipere e col suo mistero pasquale, schiaccia davvero la testa al drago, dando compimento alla profezia di Genesi: «Esso (il seme della donna) ti schiaccerà la testa» (3,15).
Frattanto dal libro della Sapienza (2,24) abbiamo imparato che il Serpente di Genesi 3 è il diavolo, e il libro dell’Apocalisse ci toglie ogni dubbio quando identifica «il grande drago» con il «serpente antico», con «colui che chiamiamo il diavolo e Satana e che seduce tutta la terra» (12,9; cfr anche 20,2).
L’oracolo del nostro Salmo (vv. 14-16) va riletto proprio nella prospettiva del combattimento escatologico in cui Cristo affronta Satana e lo sconfigge, distruggendo il peccato e annientando la morte.
È Cristo colui che, in pienezza, abita al riparo dell’Altissimo e si affida totalmente al Padre (cfr Lc 23,46). Di Lui crocifisso, infatti, i Giudei dissero con tono di scherno: «Ha confidato in Dio; lo liberi lui ora, se gli vuol bene”. (Mt 27,43) e «Dio lo ha risuscitato, sciogliendolo dalle angosce della morte» (At 2,24).
Così lo ha liberato dal laccio e lo ha protetto sotto le sue ali (vv. 3-4). «Le forze del male possono scatenarsi quanto vogliono: ormai la promessa di vittoria è pronunciata: “Calpesterai il drago! Io ti voglio salvare, proteggere, io resto con te, ti voglio liberare, colmarti di una lunga vita, rivelarti la mia salvezza”. Si tratta, né più né meno, della risurrezione! Questo Salmo, dunque, è il canto della vittoria di Cristo» (N. Quesson).
La Chiesa lo custodisce come un tesoro e lo prega con particolare devozione. Essa sa che Dio è presente nel cuore della storia dove il male imperversa ed è certa che esso, un giorno, sarà definitivamente sconfitto. Così la Chiesa — scrive Agostino — «prosegue il suo pellegrinaggio fra le persecuzioni del mondo e le consolazioni di Dio» finché, al termine del suo viaggio pasquale, non giunga nella Gerusalemme del Cielo, dove «non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno, perché le cose di prima sono passate» (Ap 21,4). Essa stessa «è diventata nel mondo il riparo e la protezione che Dio offre agli uomini, essa è la madre dei credenti, sotto le sue ali si rifugiano gli uomini. La Chiesa è come una fortezza, perché in essa vive il Signore vittorioso» (Sp. Rinaudo).
Ma il nostro Salmo contiene due versetti che meritano particolare attenzione: «Egli darà ordine ai suoi angeli di custodirti in tutti i tuoi passi. Sulle loro mani ti porteranno perché non inciampi nella pietra il tuo piede» (vv. 11-12).
L’uomo contemporaneo non è molto sensibile al discorso sugli angeli, salvo poi ad affidarsi alla magia, all’oroscopo, alla chiromanzia. Qui, invece, con delicatezza e vigore, si parla della loro presenza ed assistenza. Essi sono spiriti celesti che l’amorosa Provvidenza di Dio ci mette a fianco per dimostrarci la sua cura e premura.
Bellissimo è il commento di San Bernardo «(Tu, Dio), ti dai pensiero di lui (dell’uomo), di lui sei sollecito, di lui hai cura… Gli mandi il tuo Unigenito, fai scendere in lui il tuo Spirito, gli prometti anche la visione del tuo volto. E per dimostrare che il cielo non trascura nulla che ci possa giovare, ci metti a fianco quegli spiriti celesti, perché ci proteggano, e ci istruiscano e ci guidino.
“Egli darà ordine ai suoi angeli di custodirti in tutti i tuoi passi. Queste parole quanta riverenza devono suscitare in te, quanta devozione recarti, quanta fiducia infonderti! Riverenza per la presenza, devozione per la benevolenza, fiducia per la custodia. Sono presenti, dunque, e sono presenti a te, non solo con te, ma anche per te. Sono presenti per proteggerti, sono presenti per giovarti, Anche se gli angeli sono semplici esecutori di comandi divini, si deve essere grati anche a loro perché ubbidiscono a Dio per il nostro bene.
Siamo dunque devoti, siamo grati a protettori così grandi, riamiamoli, onoriamoli quanto possiamo e quanto dobbiamo… – Amiamo affettuosamente gli angeli di Dio, come quelli che saranno un giorno i nostri coeredi, mentre nel frattempo sono nostre guide e tutori, costituiti e preposti a noi dal Padre… Non possono essere sconfitti né sedotti e tanto meno sedurre, essi i che ci custodiscono in tutte le nostre vie. Sono fedeli, sono prudenti, sono potenti.
Perché trepidare? Soltanto seguiamoli, stiamo loro vicini e restiamo nella protezione del cielo» (Disc. 12 sul Salmo 90).
Ma c’è un’immagine che non deve stupirci: «Sulle loro mani ti porteranno perché non inciampi nella pietra il tuo piede» (v. 12). Non dice: ti porteranno per mano, ma «sulle loro mani», cioè: metteranno le loro mani sotto i piedi del viandante (R. Guardini), perché non abbia a inciampare e cadere e a farsi del male.
È un’immagine che traduce in modo stupendo l’amore vigile e tenerissimo, delicato ed efficace con cui Dio accompagna i suoi figli affidandoli agli angeli, «potenti esecutori dei suoi comandi, pronti alla voce della sua parola» (Sal 103, 20).
Se la nostra lotta quaggiù non è con un avversario qualsiasi, ma con l’Avversario, col Drago dell’Apocalisse, col diavolo che «come leone ruggente va in giro, cercando chi divorare» (1 Pt 5,8), si capisce la cura di Dio nel darci dei custodi e difensori e si comprende l’esortazione di Pietro: «Resistetegli saldi nella fede» (1 Pt 5,9). Se la nostra vita divina può essere minacciata dall’opera malefica di colui che è «padre della menzogna» e «omicida fin da principio» (Gv 8,44), ci consola ed apre il cuore alla fiducia il sapere che «l’angelo del Signore si accampa attorno a quelli che lo temono e li salva» (Sal 34,8)
La Chiesa ci fa chiudere il giorno del Signore con questo Salmo. Esso, infatti, viene pregato la domenica a Compieta. Dopo aver considerato come la vittoria sul Drago ha la sua piena realizzazione nel mistero pasquale di Cristo, comprendiamo il senso e l’opportunità di tale scelta.
Ma il Salmo 90 è anche una bella preghiera della sera.
Esso ci prepara a riposare «al riparo dell’Altissimo», «all’ombra dell’Onnipotente» Ci invita a non temere «i terrori della notte», né il male «che vaga nelle tenebre». Ci assicura la presenza degli angeli inviati a nostra difesa da Colui che è «il custode d’Israele » (Sal 121) che non si addormenta né prende sonno, ma veglia e ci protegge incessantemente (ivi).
C’è nel Salmo un sereno senso di speranza e un forte invito alla preghiera. La vita moderna, così sovrimpegnata e convulsa, rischia di non lasciarle spazio. Per pregare, oggi, bisogna volerlo: cioè prevederlo, programmarlo, imporselo. Ma prima di tutto bisogna credere nella preghiera: nella sua validità e urgenza, nella sua necessità e benedizione.
Certo, non parliamo qui della preghiera « oziosa » (C. Peguy), di quella fatta in alternativa agli impegni faticosi e ai compiti «scottanti»; parliamo di quella preghiera che «diventa la forza stessa di Dio in noi: essa non ci dispensa dal batterci, tutt’altro; solo, ci colloca al vero livello» (N. Quesson).
La preghiera ci fa diventare voce di coloro che non hanno voce: perché non hanno scoperto la paternità di Dio e perciò non sanno pregare.
La vera preghiera, ricentrandoci in Dio, ci restituisce unità interiore, serenità ed equilibrio. Ci fa entrare, per amore, in comunione con la volontà del Padre; ci fa sentite che il Suo è un disegno d’amore, anche quando ci fa soffrire; ci fa comprendere ed accettate che è «grazia» non solo credere in Cristo, ma anche soffrire per Lui (cfr Fil 1,29).
Questo Salmo potrebbe essere il più opportuno per prepararci a un sonno ristoratore: con le certezze che ci dona, ci riconcilia con la vita che spesso sentiamo dura e logorante; con la fiducia che infonde, ci fa superare l’amarezza e l’angoscia che ogni tanto fanno capolino dal momento che il buon grano deve crescere insieme con la zizzania. Non ci toglie la consapevolezza della nostra povertà, ma ci addita in Dio il rifugio sicuro e l’inespugnabile fortezza.
È facile, nella notte, prima di andare a dormire, che il pensiero corra al male che «vaga nelle tenebre», cioè quel male che ti fa più male perché nasconde il suo volto, perché non ha il coraggio di darti la sua identità. Non lasciarti turbare, né sgomentare. Dio c’è. È presso di te. Manda i suoi angeli a custodirti in tutti i tuoi passi.
Fatti un rapido e coraggioso esame di coscienza, per vedere se qualcosa non vada corretta o migliorata. Ma non indugiare troppo: perderesti tempo e rischieresti di scoraggiarti o di fare del male. Il Signore sa tutto e può tutto. Interverrà quando crede e come crede. Tu intanto cerca di dormire, ritmando col tuo respiro quelle parole che introducono in abissi sempre più profondi: «Mio rifugio, mia fortezza, mio Dio in cui confido… la tua fedeltà mi è scudo e corazza… Non temo… Le tue ali mi coprono… alla loro ombra mi rifugio».
Dobbiamo abituarci, prima del riposo, a consegnare a Dio la nostra vita: «Tu sei il mio Dio, nelle tue mani sono i miei giorni» (Sal 31, 15ss). Questa preghiera distende e rasserena: «Solo in Dio riposa l’anima mia; da lui la mia salvezza. Lui solo è mia rupe e mia salvezza, mia roccia di difesa: non potrò vacillare» (Sal 62, 2-3). Dobbiamo affidarci a Lui con cuore semplice e trasparente:
«Signore, davanti a Te ogni mio desiderio, e il mio gemito a te non è nascosto» (Sal 38,10). E quando, alla sera della nostra vita, sopraggiungerà il sonno della morte e noi scioglieremo le vele per passare all’altra sponda, saranno ancora gli angeli a prenderci sulle loro mani per introdurci nella realtà di quelle promesse, che il Signore ha fatto per i suoi servi fedeli nei tre versetti finali del Salmo.
Allora abiteremo per sempre al riparo dell’Altissimo (v. 1), contempleremo in eterno il suo volto (v. 16), godremo di una vita intramontabile (ivi). In una parola, raccoglieremo i frutti della fiducia riposta — con incrollabile speranza — in Colui che ci ha chiamati ed è fedele (cfr Eb 10,2
†Giuseppe Costanzo
Salmo 85 (86)
Signore, tendi l’orecchio, rispondimi,
perché io sono povero e misero.
2 Custodiscimi perché sono fedele;
tu, Dio mio, salva il tuo servo, che in te confida.
3 Pietà di me, Signore,
a te grido tutto il giorno.
4 Rallegra la vita del tuo servo,
perché a te, Signore, rivolgo l’anima mia.
5 Tu sei buono, Signore, e perdoni,
sei pieno di misericordia con chi t’invoca.
6 Porgi l’orecchio, Signore, alla mia preghiera
e sii attento alla voce delle mie suppliche.
7 Nel giorno dell’angoscia alzo a te il mio grido
perché tu mi rispondi.
8 Fra gli dèi nessuno è come te, Signore,
e non c’è nulla come le tue opere.
9 Tutte le genti che hai creato verranno
e si prostreranno davanti a te, Signore,
per dare gloria al tuo nome.
10 Grande tu sei e compi meraviglie:
tu solo sei Dio.
11 Mostrami, Signore, la tua via,
perché nella tua verità io cammini;
tieni unito il mio cuore,
perché tema il tuo nome.
12 Ti loderò, Signore, mio Dio, con tutto il cuore
e darò gloria al tuo nome per sempre,
13 perché grande con me è la tua misericordia:
hai liberato la mia vita dal profondo degli inferi.
14 O Dio, gli arroganti contro di me sono insorti
e una banda di prepotenti insidia la mia vita,
non pongono te davanti ai loro occhi.
15 Ma tu, Signore, Dio misericordioso e pietoso,
lento all’ira e ricco di amore e di fedeltà,
16 volgiti a me e abbi pietà:
dona al tuo servo la tua forza,salva il figlio della tua serva.
17 Dammi un segno di bontà;
vedano quelli che mi odiano e si vergognino,
perché tu, Signore, mi aiuti e mi consoli.
Tra due Fedeltà
Solo chi non conosce il cuore di Dio può restare sorpreso del fatto che tanti Salmi siano riservati ai poveri e agli infelici. Sempre Dio ha avuto compassione dell’uomo tribolato, sempre si è lasciato intenerire dal gemito dell’umanità oppressa. Ce lo mostra il Vecchio Testamento, ce lo dimostra l’esempio di Cristo nel Nuovo. Chi non ricorda dai Vangeli la sua compassione per. tutta quella porzione di umanità dolorante che a lui accorreva o veniva condotta da ogni parte? Era come se tutta la miseria del mondo si stringesse attorno a Lui; e difatti lo si incontrava coi pubblicani, coi peccatori, con le donne di mala vita… Era venuto a salvare ciò che era perduto.
Ma non conosce neanche il proprio cuore chi si stupisce del fatto che un terzo del Salterio sia composto da Salmi di supplica.
L’uomo impastato di miseria, incline al peccato, minacciato dal male, ha bisogno dell’amore paziente di Dio.
L’uomo che continuamente fa l’esperienza della fragilità e dell’infedeltà, ha bisogno di aggrapparsi alla misericordia di Dio. La divina misericordia è una faccia di quel meraviglioso diamante che risplende dalla prima all’ultima pagina della Bibbia e che è la rivelazione dell’amore eterno di Dio.
Vittima dell’ingiustizia, dell’oppressione, della prepotenza dei più forti, l’uomo ha bisogno di quell’amore che è vindice di ogni giusta causa. Vittima soprattutto del proprio peccato, della schiavitù in cui lo imprigiona, dei disaccordi interiori a cui lo condanna, l’uomo ha bisogno di misericordia.
Misericordia è l’amore che soffre e che — senza rinunciare alle esigenze della sua santità — rimane sempre orientato a perdonare e a ricuperare.E l’uomo che si sente amato nella sua vita e nel suo destino personale, si lascia persuadere e si arrende a Dio che lo cerca.
Misericordia, è tenerezza che vede, oltre tutte le ombre, il lucignolo fumigante in fondo al cuore, e non lo spegne, ma lo fa diventare una fiamma, che, ardendo e purificando, libera e trasfigura la vita dell’uomo peccatore o sofferente.
Il Salmo 86 è un salmo individuale. È insieme supplica ed inno, lamentazione ed azione di grazia. Comincia con un grido di soccorso e finisce con la certezza del trionfo. Tra questi poli opposti si snoda la preghiera del salmista, che conosce tutte le tonalità: dall’implorazione accorata alla serena fiducia, dalla contemplazione adorante al canto di vittoria.
Se è vero che il Salmista manca di originalità letteraria, è però altrettanto vero che possiede una fede vigorosa. Non ha la stoffa del poeta, ma ci offre l’esempio di una religiosità matura evidenziando la forza di invocazione di quei quindici imperativi che si susseguono un verso dopo l’altro, quasi a far pressione sul cuore di Dio perché intervenga. (N. Quesson)
Egli stesso ha sottolineato l’insistenza con cui per tredici volte è ripetuta la parola «Signore» o «Dio». È indice di quell’affettuosa devozione e di quell’ardimentosa fiducia che rendono l’orante capace di ogni richiesta a partire dalla prima:
«Signore, tendi l’orecchio» (v. 1). «Tendi l’orecchio»: il salmista — spiega sant’Atanasio — parla come un malato senza forza. Ha bisogno che il medico si pieghi verso di lui per sentire ciò che dice.
La miseria — nelle sue molteplici forme — è la sorte degli uomini; la bontà è la caratteristica di Dio. È normale allora, nelle circostanze difficili, ricorrere all’Amico divino che può tutto e ha compassione di tutti; anzi ha compassione di tutti perché può tutto (cfr Sap 11,23). Ed ecco nel nostro Salmo, un uomo che, animato da queste certezze, gli dice che ha bisogno di Lui (vv. 1-7), gli dice e gli ridice che ha fiducia in Lui (vv. 8-13), gli dice e gli ridice che occorre il suo intervento (vv. 14-17). «Il pregare consiste nel bussare alla porta di Dio e invocarlo con insistente e devoto ardore del cuore» (Sant’Agostino).
Chi è quest’uomo che prega con tanta perseveranza e fiducia, anticipando l’atteggiamento suggerito da Gesù (M 7,7; Lc 18,1)?
Si presenta da sé. È un «povero e infelice» (v. 1), è un «fedele», un «servo» di Dio che spera in Lui (v. 2). Siamo di fronte ad uno di quei «poveri di Jahveh», il cui grido attraversa la Bibbia ed echeggia sovente nei Salmi. È uno che prega a partire dalla situazione che vive e con la consapevolezza che «il povero non sarà dimenticato, la speranza degli afflitti non resterà delusa» (Sal 9,19). È uno che, angustiato ed oppresso, si rifugia nel Signore e a Lui, come il «povero» Geremia, rimette la sua causa, sapendo che «buono è il Signore con chi spera in Lui, con l’anima che lo cerca» (Lam 3,25). È uno che non è soltanto indigente e bisognoso, ma mite ed umile di cuore. Per questo non si chiude in sé, ma si apre a Dio, e gli dice:
«Fra gli dèi, nessuno è come te, Signore, e non c’è nulla che uguagli le tue opere» (v. 8). Non si ripiega ad assaporare l’amarezza della sua sventura, ma si rivolge fiducioso al «Dio di pietà, compassionevole, lento all’ira e pieno di amore, Dio fedele» (v. 15).
Non sta a piangere sulla sua miseria, ma si getta tra le braccia della misericordia. «Custodiscimi perché sono fedele; tu, Dio mio, salva il tuo servo, che in te spera» (v. 2).
Per pregare così — facendo emergere serena fiducia da una situazione di dolore — bisogna aver imparato (non solo con la testa!) che nella preghiera la nostra indigenza si incontra con la sua ricchezza, la nostra fragilità con la sua forza, la nostra miseria con la sua misericordia.
Occorre, cioè, avere coscienza che Egli è presente, che ascolta e che risponde. Perché ci ama e si interessa di noi: «Tu accogli, Signore, il desiderio dei miseri, rafforzi i loro cuori”. Povero ed infelice, grida a Dio nel giorno dell’angoscia” (v. 7). «Ognuno di noi ha le sue povertà personali, le sue personali angosce… È a partire da esse che dobbiamo pregare. Non dobbiamo fare i coraggiosi con Dio, ma neanche mettere fra parentesi le nostre prove. Dio stesso ci esorta a trasformarle in preghiera» (N. Quesson).
Chi è Dio nella fede di quest’uomo che prega? È Colui che guarda alla sua creatura con un senso di istintiva tenerezza, che non si rassegna alla lontananza del peccatore, che si sente rivoltare il cuore e fremere le viscere quando deve punire il suo popolo che è duro a convertirsi (cfr Os 11, 7-9). «È un Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di grazia e di fedeltà, che conserva il suo favore per mille generazioni, che perdona la colpa, la trasgressione e il peccato… ». (Es 34, 6ss). È un Dio «pieno di amore»; è «Dio fedele» (cfr vv. 5 e 15).
Quesson ha acutamente notato che al Dio «fedele» del v. 15 corrisponde l’uomo “fedele” del v. 2. Tutto così si sintetizza: c’è Dio che è amore e c’è, in risposta, l’uomo che è innamorato!
Finché l’uomo non avrà fatto la sconvolgente esperienza di questo amore, di questa paternità, di questa divina tenerezza (cfr Ger 31,20), non potrà dire
“Ti loderò Signore, Dio mio, con tutto il cuore e darò gloria al tuo nome sempre, perché grande è con me la tua misericordia: dal profondo degli inferi mi hai strappato» (vv.12-13)
Proviamoci adesso a pregare questo Salmo mettendolo sulle labbra di Gesù al momento della sua Passione: «Signore, tendi l’orecchio, rispondimi… sono povero e infelice… nel giorno dell’angoscia alzo a te il mio grido… mio Dio, mi assalgono gli arroganti, una schiera di violenti attenta alla mia vita… Volgiti a me e abbi misericordia… dammi un segno di benevolenza…».
Chi più di Gesù ha potuto far sue le parole di questo Salmo? È Lui, infatti, che nei giorni della sua vita terrena «offrì preghiere e suppliche con forti grida e lacrime a colui che poteva liberarlo da morte e fu esaudito per la sua pieta» (Eb 5,7).
Il Salmo finisce con la richiesta di un «segno» (v. 17): il vero segno di Dio è la risurrezione di Cristo; ed è anche il segno, il solo segno, che egli dà ai suoi increduli contemporanei: «Una generazione perversa e adultera pretende un segno! ma nessun segno le sarà dato, se non il segno di Giona profeta. Come infatti Giona rimase tre giorni e tre notti nel ventre del pesce, così il Figlio dell’uomo resterà tre giorni e tre notti nel cuore della terra» (M 12, 39-40).
Il Salmo, quindi, ha avuto la sua realizzazione piena in Cristo, risuscitato dai morti. …. Attendiamo che lo stesso segno si realizzi, alla fine del mondo, anche per noi. Intanto preghiamo anche noi uniti al nostro Capo, come membra dell’unico corpo perché «la stessa persona, l’unico Salvatore del corpo mistico, il Signore nostro Gesù Cristo, Figlio di Dio, è colui che prega per noi, che prega in noi e che è pregato da noi. Prega per noi come nostro sacerdote; prega in noi come nostro capo; è pregato da noi come nostro Dio» (Sant’Agostino, esposizione sul salmo 85).
Alla sera del lunedì, a chiusura della nostra giornata, la Chiesa ci fa pregare con questo Salmo. Trovo che è molto bello. Il Salmista parla con Dio, con la familiarità con cui si parla ad un amico; usa il tono confidenziale di chi si sente conosciuto, accettato e compreso. Dio, per lui, non è un essere astratto, lontano, inaccessibile: è persona viva, familiare, presente, che entra nella trama della sua vita. Perciò può dirgli: «sono povero e infelice» (v. 1), “rallegra la vita del tuo servo» (v. 4). Nella preghiera egli porta tutta la sua esperienza, fa confluire tutte le realtà che popolano la sua vita: l’angoscia, la debolezza, la paura…
Perciò dice: «Volgiti a me e abbi misericordia: dona al tuo servo la tua forza, salva il figlio della tua ancella» (v. 16).
I cedimenti del suo vivere quotidiano, gli smarrimenti della sua vita morale, la doppiezza del suo cuore… tutto assume nella sua preghiera e chiede all’Amico divino di aiutarlo: “Mostrami, Signore, la tua via, perché nella tua verità io cammini; donami un cuore semplice che tema il tuo nome” (v11). Non si ferma però a guardare se stesso, altrimenti avrebbe motivo di piangere; contempla, invece, il suo Dio e sente il bisogno di cantare: “Grande tu sei e compi meraviglie: Tu solo sei Dio” (v 10). E in questo incontro profondamente amicale egli scopre la chiave di lettura di tutta la sua vicenda e l’interpretazione ultima di tutta la storia: “Tu sei buono, Signore, e perdoni, sei pieno di misericordia con chi ti invoca” (v 5 cfr anche v 16).
Ma c’è – nella preghiera di quest’uomo — una richiesta che merita particolare attenzione: «Donami un cuore semplice» (v 11).
Nell’antropologia biblica il cuore è l’incontro della coscienza religiosa e della vita morale della persona; è il luogo dove l’uomo dialoga con sè stesso, si assume le proprie responsabilità, si apre o si chiude a Dio. È la fonte stessa della sua personalità cosciente, intelligente e libera, Col cuore l’uomo compie le sue scelte decisive: cerca Dio, lo ascolta, lo serve, lo ama, Questo cuore può essere buono e onesto, ma anche malvagio o ribelle: può essere docile e retto, ma anche indocile e traviato; può essere meravigliosamente semplice o maledettamente doppio.
Il Salmista gli chiede il dono di «un cuore semplice», cioè retto ed integro, sgombro da complicazioni e tortuosità, libero da reticenze e riserve, da secondi finì o da finzioni ipocrite. E del resto, a che serve ingannare l’uomo che «guarda all’apparenza», se non si può ingannare Dio che «guarda al cuore» (cfr 1 Sam 16,72)? Dio scruta la mente e saggia i cuori (cfr Ger 17,10) e smaschera la menzogna di chi lo onora con le labbra mentre ha il cuore lontano (cfr Is 29,13).
Alla fine di una giornata di attività spesso logorante, fermiamoci un istante a verificare la rotta: per chi ho lavorato oggi? Per chi mi sono stancato? Ed è dolce poter ripetere: per Te, Signore! perché tutti ì popoli che hai creato, Ti conoscano e sì prostrino davanti a Te e diano gloria al tuo nome (cfr v, 9).
Ma alcuni esegeti, fedeli al testo masoretico hanno tradotto: «da’ unità al mio cuore» (G. Giavini) o «unifica il mio cuore» (N. Quesson).
Il cuore diviso è uno dei rischi più frequenti e uno degli atteggiamenti più detestati dal Signore (cfr Os 10,2) Egli chiede al suo popolo di amarlo con tutto il cuore e con tutta l’anima: “affinché tu viva” (Dt 30,6). Ma Dio sa che l’uomo da solo non riuscirà mai in tale operazione. Perciò dopo aver detto: “Formatevi un cuore nuovo e uno spirito nuovo” (Ez 18,31) promette di realizzare egli stesso ciò che richiede: “Io vi purificherò … vi darò un cuore nuovo e metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne” (Ez 36,25).
È lo Spirito Santo questo “spirito nuovo” che rinnova il nostro cuore. Egli, come è principio di coesione fuori di noi, è forza unificante dentro di noi. Ed è bello, la sera, dando uno sguardo alla giornata e ritrovandosi così dissipati e distratti, poter dire allo Spirito che ci inabita: «unifica il mio cuore!», “Dona Tu unità alla mia vita!»
La preghiera non è, in fondo, il costante tentativo di dare unità alla propria vita, ricentrandola continuamente in Dio e conformandola sempre più al suo disegno?
Il salmista cerca di intenerire Dio presentandosi non solo come “servo” di Dio ma anche come “figlio della sua serva”. “Dona al tuo servo la tua forza, salva il figlio della tua ancella” (v 16) come se dicesse: sono tuo servo non solo per devozione, ma anche per condizione. Al cristiano non può sfuggire la portata e la forza di intercessione di questo versetto. Egli è davvero il figlio di colei che si proclamò la «Serva del Signore» (Lc 1,38), e che perciò «consacrò totalmente sè stessa alla persona e all’opera del Figlio suo» (LG 56). Il Concilio Vaticano II, l’ha definita «compagna generosa del tutto eccezionale, e umile Ancella del Signore» (LG 61). Noi siamo figli di questa ancella, a lei consegnati — nella persona di Giovanni — da Gesù morente (cfr Gv 19,27).
Affidati al suo amore vigile e alle sue premure di Madre, proseguiamo fiduciosi il nostro pellegrinaggio fra le afflizioni del mondo e le consolazioni di Dio, perché Maria, ormai, glorificata in corpo ed anima, è «giuso, intra i mortali, … di speranza fontana vivace» (D. Alighieri).
†Giuseppe Costanzo
SALMO 142 (143)
Signore, ascolta la mia preghiera!
Per la tua fedeltà, porgi l’orecchio alle mie suppliche
e per la tua giustizia rispondimi.
2 Non entrare in giudizio con il tuo servo:
davanti a te nessun vivente è giusto.
3 Il nemico mi perseguita,
calpesta a terra la mia vita;
mi ha fatto abitare in luoghi tenebrosi
come i morti da gran tempo.
4 In me viene meno il respiro,
dentro di me si raggela il mio cuore.
5 Ricordo i giorni passati,
ripenso a tutte le tue azioni,
medito sulle opere delle tue mani.
6 A te protendo le mie mani,
sono davanti a te come terra assetata.
7 Rispondimi presto, Signore:
mi viene a mancare il respiro.
Non nascondermi il tuo volto:
che io non sia come chi scende nella fossa.
8 Al mattino fammi sentire il tuo amore,
perché in te confido.
Fammi conoscere la strada da percorrere,
perché a te s’innalza l’anima mia
9 Liberami dai miei nemici, Signore,
in te mi rifugio.
10 Insegnami a fare la tua volontà
perché sei tu il mio Dio.
Il tuo spirito buono
mi guidi in una terra piana.
11 Per il tuo nome, Signore, fammi vivere;
per la tua giustizia, liberami dall’angoscia12
Per la tua fedeltà stermina i miei nemici
distruggi quelli che opprimono la mia vita, perché io sono tuo servo.
Dio non si smentisce
Questo Salmo di supplica contiene la preghiera umile e fiduciosa di un uomo che anela a Dio: «A te protendo le mie mani, sono davanti a te come terra riarsa» (v. 6). Egli però sente il peso della sua indegnità a motivo dei suoi peccati e delle sue debolezze: «Non chiamare in giudizio il tuo servo: nessun vivente davanti a te è giusto» (v. 2). Il Salmo è pieno di aspirazioni commoventi e di sentimenti di una rara limpidità spirituale:
«Non nascondermi il tuo volto… Fammi conoscere la strada da percorrere… Insegnami a compiere il tuo volere» (vv. 7.8.10). Ci sono slanci purissimi e atteggiamenti di totale incondizionata fiducia: «In te confido… a te mi affido… perché sei tu il mio Dio» (vv. 8.9.10).
La grandezza di quest’uomo non sta nell’essere senza colpa, ma nel fatto che, sapendosi amato da Dio, non si vergogna della sua debolezza davanti a Colui che l’ama e a Lui presenta, nella preghiera, la sua fragilità, col proposito di una vigorosa ripresa di totale fedeltà per il futuro. Per toccare più facilmente il cuore di Dio, il Salmista, con stupenda abilità d’implorazione, fa appello ai suoi attributi: alla fedeltà, alla giustizia, alla misericordia, alla divina maestà. E gli fa presenti i sentimenti di profondo attaccamento e di indefettibile fiducia. RicordandoGli questi suoi attributi, Egli spinge Dio ad intervenire non come giudice che condanna, ma come padre che perdona e come amico che salva.
Tra i motivi di angoscia di quest’uomo in preghiera c’è «il nemico», da cui dice di essere perseguitato, calpestato, violentato ed oppresso, ridotto in fin di vita (v. 3). In tale situazione questo poveretto è veramente in agonia: «In me languisce il mio spirito, si agghiaccia il mio cuore» (v. 4).
Il Salmo quindi esprime lo stato d’animo di chi fa l’esperienza profonda del proprio limite e del proprio peccato, ma anche delle forze perverse del male, che operano attorno a lui e si accaniscono contro di lui. In tale stato di disperazione e di sconforto c’è un motivo di speranza e di consolazione: il ricordo — espresso con consumata finezza letteraria — degli interventi salvifici di Dio nel passato: «Ricordo i giorni antichi, ripenso a tutte le tue opere, medito sui tuoi prodigi» (v. 5).
Da queste imprese meravigliose compiute da Dio, il Salmista attinge garanzia di salvezza per il presente e motivo di fiducia per il futuro. Dio non si smentisce, non annulla un passato ricolmo di gesti d’amore. Semmai, lo perfeziona.
Certo, nulla scuote le forze morali di un uomo come la costatazione delle macchinazioni perfide e degli intrighi perversi, ma quando la fede è salda, l’implorazione si fa umilmente audace e fiduciosamente insistente: «Signore, ascolta la mia preghiera, porgi l’orecchio alla mia supplica… Rispondimi presto… fammi vivere, liberami dall’angoscia… disperdi i miei nemici, fa perire chi mi opprime, poiché io sono tuo servo» (vv. 1.7.8.11.12).
Ma chi è questo «nemico» che opprime e distrugge? Facendo l’esame di coscienza e pregando con questo Salmo che la Chiesa ci propone come preghiera di Compieta, è opportuno cercare di individuare chi è che ci umilia riducendoci in schiavitù. Ciò, del resto, è preliminare ad ogni processo di liberazione. Questa presa di coscienza del nostro stato di schiavitù metterà sotto accusa le tendenze peccaminose del nostro io, porrà sotto giudizio le nostre passioni disordinate che ci schiavizzano (perché chi fa il peccato è schiavo del peccato, ha detto Gesù), ma non basta. Il nemico è anche fuori di noi, è nella società di oggi, che coi suoi molteplici tentacoli ci avvolge e ci domina. Bisogna farne una diagnosi realistica: si scopriranno allora le molteplici facce di questo mostro che continuamente aggredisce l’uomo e tenta di soffocarlo e di ucciderlo. Il Salmista implorava: «Fammi vivere… Liberami… Disperdi i miei nemici… Fa’ perire chi mi opprime» (vv. 11-12).
Ebbene, chi non vede come tanti meccanismi operanti nella società sono spesso meccanismi di violenza? Chi non scorge la presenza di oscure forze di sopraffazione, che assalgono in vari modi la personalità umana e ne minacciano lo sviluppo integrale ed armonico?
«Le deformazioni delle verità e dei fatti da parte dei mezzi di comunicazione sociale, le strumentalizzazioni dei valori e delle persone da parte delle forze politiche e partitiche, le proposte consumistiche sempre più persuasive ed allettanti da parte della grande industria interessata solo all’incremento del profitto economico, le violenze psicologiche cui vanno soggetti i più deboli e indifesi nella società, i meno istruiti, i più giovani, i malati, da parte di innumerevoli prepotenti e profittatori, i silenzi e le tacite connivenze di quanti dovrebbero, per la posizione che occupano, difendere i diritti dei deboli, sono queste — in termini necessariamente generici, ma che ciascuno deve rendere correnti — alcune incarnazioni del “nemico” che il cristiano deve individuare e sconfessare; e dal quale prega di essere liberato» (E. Gatti).
Ma il cristiano non può dimenticare che in definitiva il nemico, il grande avversario della sua vita, colui che si incarna nelle situazioni suddette, è satana. Con lui deve lottare, a lui deve resistere, con le sue sottili insidie deve misurarsi… ed è lì che la sua fede si purifica e si rafforza, è lì che la sua fedeltà viene continuamente messa a dura prova. Il Salmo — una preghiera! — è l’arma che il credente impugna contro il grande nemico dell’uomo, la cui sconfitta è già assicurata: «il Dio della pace stritolerà ben presto satana sotto i vostri piedi» (Rm 16, 20). Già Cristo, al ritorno dei settantadue discepoli dalla loro missione, aveva detto: “Io vedevo satana cadere dal cielo come la folgore” (Lc 10,18).
Ma proprio Cristo nella sua passione, e particolarmente sulla croce, ha rivissuto, nella maniera più vera e nella misura più piena, la tragica situazione del salmista. Questo Salmo esprime i suoi sentimenti nel tempo di passione. E Lui, infatti, il «Servo» di Dio insidiato, perseguitato, calpestato e infine relegato, con la morte, nelle tenebre (v. 3). È Lui che, nell’ora dell’agonia e della croce, sperimentò timore e sgomento, paura, tristezza e smarrimento da poter dire: «In me languisce il mio spirito, si agghiaccia il mio cuore» (v. 4).
È Lui che, pur tra tanta ripugnanza della natura umana, non volle minimamente scostarsi dalla «strada da percorrere» (v. 8), anzi fu unicamente preoccupato di compiere il volere del Padre (cfr v. 10) e realizzare l’opera per cui era stato mandato (cfr Gv 1,34 e 12,27).
E per questo, nel mattino di Pasqua, il Padre esaudì la sua preghiera, gli fece sentire la sua grazia per la fiducia riposta in Lui, liberò la sua anima dall’angoscia, non gli nascose più il suo volto e lo guidò su terra piana (cfr vv. 7-11).
Questo Salmo va studiato, meditato e assimilato per l’ora della tribolazione. Esso ci consegna un esempio da imitare, un uomo che è ridotto allo stremo delle forze fisiche e morali, che non ha più resistenza psicologica, che, in una parola, non ce la fa più. (cfr v. 4), non cerca appoggi umani, non cede alla tentazione di farsi difendere dai potenti, ma reagisce in tre modi che esprimono la sua alta religiosità:
— con un atteggiamento di preghiera: «A Te s’innalza l’anima mia» (v. 8);
— con un atteggiamento di fiducia: «A Te mi affido» (v 9)
— con un atteggiamento di fede: «Sei Tu il mio Dio» (v. 10).
Consapevole della sua pochezza, ripone in Lui ogni sua attesa e speranza: esperto della sua debolezza, invoca liberazione e aiuto:
«Il Tuo Spirito buono mi guidi in terra piana» (v. 10).
Ma questo Salmo va tenuto presente per l’ora della morte e per l’incontro con Gesù Cristo Giudice. Esso ci insegna a fare assegnamento non tanto sui nostri propositi e sui nostri sforzi, pur necessari, quanto piuttosto sul nostro ardente amore per Dio e sull’incrollabile fiducia nella misericordia del sovrano Giudice. Questo Salmo ci spinge a fare nostri i sentimenti di vera umiltà espressi un giorno da Santa Teresa di Gesù Bambino.
«Alla sera della vita io comparirò davanti a Voi con le mani vuote. Non Vi domando, Signore, di contare le mie opere… tutte le nostre giustizie hanno macchie ai Vostri occhi! Voglio dunque rivestirmi della Vostra giustizia, e ricevere dal Vostro amore il possesso eterno di Voi stesso. Io non voglio altro trono e altra corona che Voi, mio Diletto!».
Alla fine di una giornata, quando le tenebre della notte e la cessazione dell’attività ci rendono più familiare il pensiero della morte e dell’incontro definitivo con il Signore, è facile – ed è anche opportuno – ripetere con l’umiltà dei peccatori e con la fiducia di figli: “Non chiamare in giudizio il tuo servo: nessun vivente davanti a te è giusto”. (v 2).
†Giuseppe Costanzo
SALMO 30 (31)
Al maestro del coro. Salmo. Di Davide.
2 In te, Signore, mi sono rifugiato,
mai sarò deluso;
difendimi per la tua giustizia.
3 Tendi a me il tuo orecchio,
vieni presto a liberarmi.
Sii per me una roccia di rifugio,
un luogo fortificato che mi salva.
4 Perché mia rupe e mia fortezza tu sei,
per il tuo nome guidami e conducimi.
5 Scioglimi dal laccio che mi hanno teso,
perché sei tu la mia difesa.
6 Alle tue mani affido il mio spirito;
tu mi hai riscattato, Signore, Dio fedele.
7 Tu hai in odio chi serve idoli falsi,
io invece confido nel Signore.
8 Esulterò e gioirò per la tua grazia,
perché hai guardato alla mia miseria,
hai conosciuto le angosce della mia vita;
9 non mi hai consegnato nelle mani del nemico,
hai posto i miei piedi in un luogo spazioso.
10 Abbi pietà di me, Signore, sono nell’affanno;
per il pianto si consumano i miei occhi,
la mia gola e le mie viscere.
11 Si logora nel dolore la mia vita,
i miei anni passano nel gemito;
inaridisce per la pena il mio vigore
e si consumano le mie ossa.
12 Sono il rifiuto dei miei nemici
e persino dei miei vicini,
il terrore dei miei conoscenti;
chi mi vede per strada mi sfugge.
13 Sono come un morto, lontano dal cuore;
sono come un coccio da gettare.
14 Ascolto la calunnia di molti: “Terrore all’intorno!”,
quando insieme contro di me congiurano,
tramano per togliermi la vita.
15 Ma io confido in te, Signore;
dico: “Tu sei il mio Dio,
16 i miei giorni sono nelle tue mani”.
liberami dalla mano dei miei nemici
e dai miei persecutori:
17 sul tuo servo fa’ splendere il tuo volto,
salvami per la tua misericordia.
Signore, che io non debba vergognarmi
per averti invocato;
si vergognino i malvagi,
siano ridotti al silenzio negli inferi.
19 Tacciano le labbra bugiarde,
che dicono insolenze contro il giusto
con orgoglio e disprezzo.
20 Quanto è grande la tua bontà, Signore!
La riservi per coloro che ti temono,
la dispensi, davanti ai figli dell’uomo,
a chi in te si rifugia.
21Tu li nascondi al riparo del tuo volto,
lontano dagli intrighi degli uomini;
li metti al sicuro nella tua tenda,
lontano dai litigi delle lingue.
22 Benedetto il Signore,
che per me ha fatto meraviglie di grazia
in una città fortificata.
23 Io dicevo, nel mio sgomento:
“Sono escluso dalla tua presenza”.
Tu invece hai ascoltato la voce della mia preghiera
quando a te gridavo aiuto.
24 Amate il Signore, voi tutti suoi fedeli;
il Signore protegge chi ha fiducia in lui
e ripaga in abbondanza chi opera con superbia.
25 Siate forti, rendete saldo il vostro cuore,
voi tutti che sperate nel Signore.
Nelle mani di Dio
Questo salmo, sul cui giudizio estetico gli esegeti non sono stati mai particolarmente benevoli, risulta prezioso per le indicazioni che ci offre. Troviamo in esso le linee di spiritualità del pio israelita dell’Antico Testamento. Si tratti di un uomo malato o perseguitato, calunniato o in catene, egli vi è presentato come un giusto (v. 19), un «servo» di Dio (v. 17), uno che ama Dio (v. 24) e lo teme (v. 20); che si rifugia in Dio (vv. 2.20), che in Lui confida (vv. 7.15) e spera (v. 25) e a Lui abbandona tutto il suo essere (v. 6). Vi mancano solo due caratteristiche che troviamo nel Salmo 37: la rettitudine (vv. 14.37) e la bontà (v. 18).
Abbiamo cosi il ritratto dell’uomo di Dio, che alla fedeltà di Jahweh, eterna e senza incrinature, risponde con la sua faticosa, ma tenace fedeltà. Il Salmo deve la sua celebrità al v. 6 «mi affido alle tue mani…» con cui Cristo, prima di spirare, pregò sulla Croce (cfr Lc 23,46). Lo stesso versetto fu in bocca al primo martire cristiano Stefano, che volle morire imitando il suo Maestro (cfr At 7,59). Anche il Savonarola depose per sempre la sua penna meditando questo Salmo. Quando, infatti, vennero a prenderlo per condurlo al supplizio, stava trascrivendo nella sua cella il versetto 4 cosi come suona nella Volgata: «Tu sei la mia forza e il mio rifugio e a causa del Tuo nome tu mi condurrai».
Il Salmo fonde elementi differenti, ma non antitetici, come la supplica (vv. 10-14.23), la fiducia (vv. 6-9 e 15-22) e il ringraziamento (vv. 20-22.24.25). Ne risulta, perciò, una pagina unitaria, perché il quadro psicologico nel quale il Salmo si muove è quello di una vita di preghiera. Riflette fedelmente il succedersi di pensieri, di sentimenti e di impressioni di un’anima che, nella sofferenza, cerca e trova appoggio in Dio.
Nella preghiera di Compieta la liturgia ci presenta solo i primi versetti, culminanti nella preghiera di Cristo morente sulla Croce.
È facile comprendere il motivo di questo taglio operato sul Salmo: alla soglia del sonno fisico della notte, segno del sonno definitivo della morte, questa invocazione del v. 6 diventa il sigillo della giornata e della vita di ogni vero fedele, totalmente abbandonato al suo Dio. Ma ci priveremmo di tanta ricchezza spirituale se non portassimo la nostra riflessione sull’intero Salmo, che consta di tre parti: il canto della fiducia (vv. 2-9), il grido di dolore (vv. 10-19), l’inno di lode (vv. 20-25).
Va subito sottolineata la forza della simbologia, sia teologica che antropologica. Dio vi è presentato con immagini di sicurezza, di stabilità. Su di Lui ci si può fondare, perché è baluardo; in Lui ci si può rifugiare fiduciosi, perché è rupe che accoglie e cinta di riparo che salva (cfr vv. 3-4).
Alla simbologia della sicurezza si unisce quella della salvezza. Con Dio l’uomo marcia sotto la guida di un pastore sicuro (v. 4), verso un orizzonte di libertà (v. 9), come nella grande marcia dell’Esodo.
Ed ecco il simbolo delle mani. Esse strappano il fedele dalle mani rapaci e possessive dei nemici (vv. 9.16) e perciò sono simbolo di sicurezza, di protezione potente e di potenza ‘salvifica. E perciò — con uno stico tra i più celebri del Salterio —il Salmista dice: «Alle tue mani affido il mio spirito» (v. 6 a). «Le mani di Dio, diversamente da quelle dei nemici (v. 6), sono mani che accolgono, proteggono, guariscono.
In un’invocazione di altissima intensità… L’orante mette nelle mani di Dio il bene più prezioso che un uomo ha, il suo rùah, quello “spirito”, che Dio nella creazione gli ha simbolicamente insufflato (Gn 2,7; Qo 12,7) e che l’ha costituito come creatura vivente e ancor più come uomo.
Non è l’anima come l’intendiamo noi occidentali, ma ciò che specifica e rende vivente e unico l’uomo e che solo la morte strappa dal nostro esistere.
Il fedele, invece, quasi anticipando spiritualmente e simbolicamente quell’istante, consegna totalmente sè stesso nella divina mano che crea… che benedice… che libera… che cura… che protegge… In quelle mani la nostra realtà umana resterà intatta, custodita come il tesoro più prezioso» (G. Ravasi).
A quelle mani l’orante del Salmo consegna la vita (v. 6) e la sua durata (v. 15), come se dicesse: Tu, o Dio, sai farti carico di ciò che ti affido e che io non potrei difendere.
Ma è pure importante la simbologia antropologica.
L’uomo torchiato dal dolore, si rivolge a Dio con un grido che lacera i cieli.
Dio lo ascolta e così nasce il dialogo tra l’uomo che geme e Dio che guarda alla sua miseria. La sofferenza, che tormenta l’esistenza umana, scorre tra due poli: quello fisiologico e quello psicologico.
Sul piano fisiologico la prova è durissima: il pianto acceca gli occhi, la forza vitale viene meno, tutto l’organismo è in stato di sfacelo come un palazzo fatiscente (vv. 10-11).
Questa devastazione esteriore — secondo l’antropologia biblica — è il segno del crollo interiore.
Non meno dura è la prova sul piano psichico e sociale.
Isolamento e solitudine, calunnia ed emarginazione, fanno del Salmista «un morto», «un rifiuto» (v. 13): «Sono l’obbrobrio dei miei nemici, il disgusto dei miei vicini, l’orrore dei miei conoscenti; chi mi vede per strada mi sfugge» (v. 12),
E’ terribile sentirsi «un rifiuto»! È tremenda la sensazione dell’inutilità!
“Essendo la malattia, secondo il teorema retribuzionistico, segno del peccato, l’orante viene scomunicato perché i suoi avversari benpensanti leggono nella sua sofferenza la prova parlante ed apodittica del suo peccato. Essi lo radiano dalla vita sociale, come la malattia lo sta cancellando dal numero dei viventi… E questa azione nei suoi confronti è vista dall’orante come un attacco infame e vigliacco, che potrà essere risolto solo da Dio.
Guarendolo, Dio in pratica smaschera il gioco ipocrita dei nemici del Salmista e lo restituisce intatto alla dignità della vita civile. E finalmente cesserà per l’orante la tragica situazione di emarginazione sociale e personale dipinta nel difficile ma poetico v. 13” (Ravasi).
Da qui l’accorata implorazione: salvami, porgi l’orecchio, affrettati, guidami, liberami (cfr vv. 2-5), «fa splendere il tuo volto», «salvami» (v. 17), «fa tacere le labbra di menzogna» (v. 19)
Non gli viene risparmiata la prova, il dolore lo stritola… ed egli dice:
«Ma io ho fede nel Signore» (v. 7); «amate il Signore, voi tutti suoi Santi» (v. 24); «siate forti, riprendete coraggio, o voi tutti che sperate nel Signore» (v. 25).
Ritroviamo così le tre virtù fondamentali: la fede, l’amore, la speranza.
La fede gli fa dire: «Mi affido alle tue mani» (v. 6); l’amore gli strappa la professione: «Tu sei il mio Dio» (v. 15); la speranza è il migliore sigillo alla preghiera di quest’uomo «che ha conosciuto amarezza e fiducia, pessimismo e attesa, dolore e gioia» (G. Ravasi).
Una costatazione può essere istruttiva e consolante insieme: anche l’anima, che vive fiduciosamente abbandonata in Dio (cfr vv. 4.5.6.15…), fa l’esperienza nella prova, della paura e della ripugnanza,
Anche nella sua sensibilità si mescolano fiducia e angoscia. Il nostro Salmo ci dà un tracciato sconcertante — eppure significativo — di un vissuto carico di contrasti. Colui che dice «mai sarò deluso» (v. 2) è lo stesso che in altro momento dichiara: «per il pianto si struggono i miei occhi» (v. 10). Radicato in una fede robusta afferma: “Tu sei la mia roccia e il mio baluardo” (v. 4), ma, scosso dalla tempesta, geme: «si consuma nel dolore la mia vita» (v. 11).
Animato da fiduciosa speranza, esclama: «Esulterò di gioia per la tua grazia» (v. 8), ma sballottato dai marosi della vita, grida: «Abbi pietà di me, Signore, sono nell’affanno» (v. 10). La vita non scorre uniforme. In certi periodi fai tuo il lamento del Salmista: «i miei anni passano nel gemito» (v. 11); in altri, ti sgorga incontenibile il suo canto: «quanto è grande la tua bontà, Signore» (v. 20).
La storia di un’anima conosce i momenti di tenebra e di abbattimento che fanno dire: «Sono divenuto un rifiuto» (v. 13), ma non ignora l’esperienza della pienezza e della luce che si fa inno di benedizione e di lode: «Ha fatto per me meraviglie di grazia» (v. 22).
La storia del fedele, e quindi la sua sorte, è affidata alle mani amorose di Dio, che conosce ogni angoscia e si china su ogni miseria (v. 8). II fedele sperimenta la morsa delle mani nemiche che si accaniscono a stringere e ad opprimere, ma alla fine la mano di Dio è più forte ed inevitabilmente vincitrice: «Non mi hai consegnato nelle mani del nemico, hai guidato al largo i miei passi» (v. 9).
Meditando questo Salmo, non pensiamo al poeta, ma piuttosto all’uomo di Dio, che, con vivacità e sincerità, comunica, in forma didattica, la sua esperienza: «Il Signore protegge i suoi fedeli e ripaga oltre misura l’orgoglioso» (v. 24); esprime adorante stupore dinanzi all’opera di Dio: «Quanto è grande la tua bontà, Signore» (v. 20); si effonde, con profonda pietà, in un inno di ringraziamento: «Benedetto il Signore, che ha fatto per me meraviglie di grazia» (v. 22); esorta i fedeli ad amare Dio (v 24), a riporre in Lui la loro fiducia (vv. 6.7.15), a restare saldi di fronte all’incomprensione, all’odio, alla persecuzione: «Siate forti, riprendete coraggio, o voi tutti che sperate nel Signore» (v 25).
Non è facile portare la Croce. Non è facile amare la propria pena. Già Cristo davanti alla Croce “cominciò a sentire paura e angoscia” e disse “La mia anima è triste fino alla morte”. Quanto più noi! La Croce fa paura. La si sopporta rassegnati. La si accetta con fatica. Occorre avere pazienza, perché essa fa male. Ma anche il bisturi del chirurgo, che incide nella nostra carne, fa male. Però ci guarisce.
La Croce (quella che, noi chiamiamo tale, fatta di prove e di pene, di sofferenza e di umiliazioni) non solo ci guarisce (da noi stessi!), ma ci distacca da noi e dalle cose, ci fa cadere in ginocchio, ci fa abbandonare tutto nel Padre, il quale sa che da soli siamo incapaci di sopportarla e di accoglierla.
Anche Cristo nel Getsemani si gettò a terra e pregava che, se fosse possibile passasse da lui quell’ora. E diceva: “Abbà, Padre! Tutto è possibile a te, allontana da me questo calice! Però non ciò che io voglio, ma ciò che vuoi tu” (Mc 14,35 ss). Distacco da sè stesso, sottomissione totale alla volontà del Padre, abbandono filiale al Suo disegno, culminati nella preghiera tratta dal nostro Salmo: «Nelle tue mani consegno il mio spirito» (Lc 23,46).
Quando avremo fatto anche noi come il Maestro e Signore, saremo in grado di entrare nella grande fraternità umana dove gli occhi dei fratelli sofferenti si appunteranno sui nostri occhi per leggervi quello che ne abbiamo fatto della sofferenza. Vedremo volti affranti, disperati, indignati o induriti fino all’indifferenza.
Quale messaggio recheremo loro, se noi non abbiamo imparato ad accogliere e ad amare la croce? Come conosceranno che si può essere sereni nella prova, fiduciosi nel dolore, lieti nella speranza?
Proprio ciò che il Salmista ci ha insegnato: che si può essere tribolati conservando la fede, la serenità e la fiducia; che anche in mezzo alla sofferenza il cuore può conoscere la speranza, il coraggio e l’amore; e che anche nella prova la vita può esprimere adorazione, ringraziamento e pace.
La sofferenza potrà, in qualche momento, sopraffarci, ma torneremo sereni, sapendo che «tutto concorre al bene di coloro che amano Dio» (Rm 8,28).
Quando ogni sera a Compieta diciamo «nelle tue mani affido il mio spirito», dovremmo essere colmi di questi sentimenti e preparare la preghiera dell’incontro definitivo con Dio nell’ora della morte, «Nelle tue mani»! Tutti i giorni dobbiamo allenarci a questo passaggio in Lui. Pregare è abbandonarsi. Pregare è unirsi a Dio staccandosi da ciò che fa schiavi. Possiamo morire pregando e dobbiamo pregare ancora morendo.
Morire è, per il cristiano, consegnarsi al Dio dell’Esodo dicendoGli:
«Mi affido alle tue mani; tu mi riscatti, Signore, Dio fedele» (v.6).
È quello il momento in cui il Signore ci nasconderà definitivamente “al riparo del suo volto, lontano dagli intrighi degli uomini” è il momento in cui ci metterà al sicuro nella sua “tenda”, “lontano dalla rissa delle lingue» (cfr v 21).
«E così saremo sempre con il Signore» (1 Ts 4,17).
†Giuseppe Costanzo
Salmo 129 (130)
Dal profondo a te grido, o Signore;
2 Signore, ascolta la mia voce.
Siano i tuoi orecchi attenti
alla voce della mia supplica.
3 Se consideri le colpe, Signore,
Signore, chi ti può resistere?
4 Ma con te è il perdono:
così avremo il tuo timore.
5 Io spero, Signore.
Spera l’anima mia,
attendo la sua parola.
6 L’anima mia è rivolta al Signore
più che le sentinelle all’aurora.
Più che le sentinelle l’aurora,
7 Israele attenda il Signore,
perché con il Signore è la misericordia
e grande è con lui la redenzione.
Egli redimerà Israele da tutte le sue colpe.
Come sentinella che «spia» l’aurora
Chi è costui che grida? Non è un malato, né un perseguitato, né un prigioniero, né un moribondo…
È un peccatore. Da dove grida? Dal profondo, dall’abisso, cioè da quelle profondità umane in cui scende l’«io» dell’uomo che, di fronte alla Parola scrutatrice e accusatrice di Dio, esamina la propria condotta e scopre le radici nascoste del male. Perché grida? «Grida perché colui che venne a rimettere i peccati non lasciò senza speranza nemmeno il peccatore che avesse toccato il fondo del male» (Sant’Agostino, esposizione sul salmo 129).
Il fatto stesso che grida è segno che si sta già sollevando dall’abisso. Spesso il grido è l’ultima risorsa, l’estrema possibilità di salvezza.
Questo Salmo, il «De profundis», noto ai fedeli specialmente dalla liturgia funebre e penitenziale, «è una supplica in cui la speranza del Perdono domina sulla coscienza del peccato. La gioiosa possibilità della misericordia divina che l’orante intravede, elimina l’angoscia che il peccato crea nel cuore pentito» (G. Ravasi).
La profondità radicale è il peccato, che allontana l’uomo da Dio avvolgendolo nella menzogna e immergendolo nella tenebra. Il Salmo presenta a Dio la miseria dell’uomo peccatore e porta all’uomo la speranza del perdono di Dio.
È si, un Salmo penitenziale – uno di quelli che i pellegrini cantavano salendo al Tempio e con cui esprimevano i sentimenti di contrizione per le loro colpe personali e per quelle nazionali – ma è soprattutto un canto di speranza. Non ha certo la bellezza né il pathos né la ricchezza spirituale e psicologica del “Misere”; e tuttavia risulta toccante per il modo spontaneo e forte con cui afferma la sua fede nell’infinita misericordia di Dio e la certezza del perdono divino.
Possiamo dire che nel Salmo 130 c’è l’anticipazione del «Vangelo della misericordia».
C’è — come nota Quesson — una profonda armonia fra il pensiero del salmista e quello di Gesù: Dio non è quell’inesorabile giustiziere che gli uomini si sono spesso immaginati. Dio è Amore. Un amore che san Luigi Gonzaga definì un «mare immenso, senza riva e senza fondo». La sua grandezza è perdonare. La sua onnipotenza è usare misericordia:
«Hai compassione di tutti, perché tutto tu puoi; non guardi ai peccati degli uomini in vista del pentimento. Poiché tu ami tutte le cose esistenti e nulla disprezzi di quanto hai creato… Tu risparmi tutte le cose perché tutte sono tue, Signore, amante della vita» (Sap 11, 23-26).
Quando il Salmista dice «presso di te è il Perdono» (v. 4), «presso il Signore è la misericordia» (v. 7), afferma che misericordia e perdono sono costitutivi della natura divina. Gesù non ha cessato di ripeterlo nelle stupende parabole della misericordia che formano il capitolo 15 di san Luca; ma anche nei racconti della peccatrice perdonata (Lc 7,36-50), del paralitico perdonato (Lc 5, 17-26), del ricco oppressore Zaccheo perdonato (Lc 19, 1-10), dei carnefici perdonati (Lc 23,34), del ladrone perdonato (Lc 23, 43).
Ma non si è limitato a ripeterlo — nota ancora Quesson — Veramente Gesù è stato il «grido» del peccatore, la «speranza» del peccatore, il «riscatto» del peccatore. E sulla Croce ha dato la sua vita per la remissione dei peccati.
Ciò che caratterizza questo Salmo e ne fa la grandezza, è la redenzione. Unica preoccupazione dell’orante è il suo peccato; unico, grande anelito: il perdono.
Il Salmista percepisce con lucidità l’invalicabile abisso che il suo peccato scava tra lui e il Regno; esprime quindi i sentimenti di vergogna e di impotenza di chi, pur toccato dalla grazia di Cristo e innestato in Lui, continua a smentire con la vita questa chiamata e a sciupare i doni della salvezza. La richiesta sincera e insistente di perdono, di un perdono assolutamente immeritato e gratuito, è il primo momento di qualsiasi preghiera penitenziale: «Se consideri le colpe, Signore, “Signore, chi potrà sussistere?” (v. 3). «Ha compreso — scrive sant’Agostino — che ogni coscienza è sotto accusa e che non c’è (sulla terra) un cuore casto che possa sentirsi sicuro sulla base della propria giustizia». Ma in Cristo il Padre ha preso a cuore le nostre sorti e ha sigillato, con la nostra miseria, un patto al quale egli non può venire meno, per quanto grandi e ripetute siano le nostre infedeltà. Questo è il fondamento su cui poggia la nostra richiesta filiale e fiduciosa di perdono:
«Se pertanto non c’è cuore casto che possa nutrire fiducia basandosi sulla propria giustizia, che ci si fidi della misericordia di Dio» (Sant’Agostino).
«Ma presso di te è il perdono» (v. 4). Se così non fosse, “se cioè tu volessi essere soltanto giudice rifiutando ogni misericordia e scrutassi con severità tutte le nostre colpe esigendone la espiazione, chi potrebbe resistere? Chi potrebbe sostenere la tua presenza e dirti: io sono innocente?” (Sant’Agostino). «Ma presso di te è il perdono… presso il Signore è la misericordia e grande presso di lui la redenzione» (v. 7). Di fronte a Dio l’uomo è sempre debitore insolubile.
La sua unica speranza, allora, è nella misericordia di Dio, sempre pronto a perdonare chi torna a Lui con cuore contrito.
La fiducia del Salmista non poggia su opere o su meriti umani da poter presentare a Dio a titolo di «riparazione»; no, poiché nessun vivente è giusto davanti a Dio (cfr Sal 143,2) e nessuno potrebbe salvarsi se egli soppesasse le colpe; il Salmista conta soltanto sulla condiscendenza di Dio, che accorda gratuitamente il suo perdono; si affida alla liberalità del Giudice sovrano,
che è «buono e pietoso… lento all’ira e grande nell’amore. Egli non continua a contestare e non conserva per sempre il suo sdegno. Non ci tratta secondo i nostri peccati, non ci ripaga secondo le nostre colpe. Come un padre ha pietà dei suoi figli, così il Signore ha pietà di quanti lo temono. Perché egli sa di che siamo plasmati, ricorda che noi siamo polvere” (Sal 103, 8-14)
All’uomo, che si porta nel cuore uno sconfinato e fecondo bisogno d’amore, il Salmo 129 annuncia la grande certezza di cui egli è assetato: Dio è Amore,
Dio è tenerezza infinita, Dio ama l’uomo e gli usa misericordia.
Egli fa festa quando l’uomo torna a bussare al suo cuore di Padre, quando, dopo aver errato come pecora smarrita, ritrova finalmente la via verso la casa paterna.
«Il grido dell’uomo non resta senza risposta… il male non è fatale… la morte non è l’ultimo atto… il peccato non è una situazione “senza uscita”.
Quando l’uomo si trova in fondo all’abisso, può credersi solo, abbandonato, condannato alla sua situazione disperata. Ma appunto in fondo all’abisso l’amore di Dio viene a cercarci. Da qualsiasi profondità lanciamo il nostro grido di aiuto… Un’uscita esiste, sulla verticale, attraverso la Croce di Colui che ci ama! No, l’uomo che soffre non grida contro un cielo “vuoto”, come dicono gli atei… io so benissimo che il mio salvatore è vivo, mi è vicino quando tocco il fondo dell’abisso, sente il mio grido e attento si fa il suo orecchio» (N. Quesson).
Come non ricordare certe pagine di Isaia (cfr cap. 63) che parla dell’amore compassionevole di Dio (v. 9), della «grandezza della sua misericordia» (v. 7), del «fremito della sua tenerezza» (cfr v. 15) e che, con l’audacia della fiducia filiale, gli dice: «Non forzarti all’insensibilità perché tu sei nostro padre… Tu, Signore, tu sei nostro Padre, da sempre ti chiami nostro redentore. Perché, Signore, ci lasci vagare lontano dalle tue vie e lasci indurire il nostro cuore, cosi che non ti tema?» (vv, 15-17). Connesso col perdono il v. 4 ci presenta anche «il timore di Dio»: «Ma presso di te è il perdono: e avremo il tuo timore», alla lettera: «perché ti si tema».
Il timore, in senso biblico, non è, in primo luogo, lo spavento che piomba sul peccatore investito dal castigo divino, e neppure la paura che l’uomo prova dinanzi ai fenomeni grandiosi e terrificanti della natura; è piuttosto l’adorazione e l’amore con cui il credente venera la sconcertante potenza e la misteriosa presenza di Dio. In una vita di fede autentica esso è temperato dalla fiducia in Dio che, anche quando appare agli uomini, non vuole mai terrorizzarli, anzi li rassicura e li invita a non temere (cfr Gdt 6,23; Dn 10, 12; Lc 1, 13.30).
Dio, infatti, non è un potente geloso del suo potere, ma provvidenza paterna che veglia sui suoi figli e sui loro bisogni.
Il timore, così, costituisce il fondamento di ogni atteggiamento religioso autentico e sta all’inizio della vera sapienza (cfr Pro 1,7).
Tuttavia va notato con Ravasi che il Salmista non ha scritto: «presso di te è il perdono e Ti benediremo» o «ti celebreremo», ma: «avremo il tuo timore», «Il timore ha anche quella sfumatura pedagogica che è contenuta nel senso comune che noi attribuiamo al vocabolo. Il Signore non è il “buon Dio”, di una certa pietà piuttosto comoda. Anzi è il gesto del perdono, infinitamente più alto dei calcoli meschini della nostra morale interessata, incute un timore reverenziale altrettanto grande quanto quello provato di fronte alla sua ira.
La misericordia divina non deve allora farci minimizzare la realtà del nostro peccato». In realtà, il rischio che oggi corriamo è quello di non riconoscere più il vero nemico, il padrone che ci tiene schiavi, solo perché si tratta di una schiavitù dorata… Viviamo come sotto l’effetto di una continua anestesia spirituale: frastornati e svuotati dai mass-media e dalla mentalità corrente, non avvertiamo più il peccato: lo consideriamo una «comprensibile debolezza», «nativa fragilità umana», «generale predisposizione». E così ci viviamo insieme per anni senza paura, quasi fosse la cosa più innocente del mondo… Talora lo minimizziamo, tal altra tentiamo di giustificarlo… e finiamo col non cogliere il suo effetto fatale su di noi. Di fatto, il peccato è un «abisso»: il più profondo, il più tenebroso.
Chi ha il senso del peccato sa quanto fossero vere le parole di Isaia:
«Le vostre iniquità hanno scavato un abisso fra voi e il vostro Dio» (Is 59,2). Il peccato è l’abissale miseria dell’uomo! Esso rende il cuore tortuoso, insensibile, ostinato; indebolisce la resistenza interiore, acceca e narcotizza lo spirito; stacca da Dio e allontana dai fratelli facendoli sentire estranei o rivali. Da lì il grido accorato e vibrante del Salmista: «Dal profondo a te grido, o Signore, Signore ascolta la mia voce. Siano i tuoi orecchi attenti alla voce della mia preghiera» (vv. 1-2).
La creatura, peccatrice ma fiduciosa, si rivolge al Creatore trascendente e condiscendente e gli dice: «Se deciderai di trattarci da giudice severo e non da padre misericordioso, chi potrà sostenere il tuo sguardo? (Sant’Agostino). L’uomo piombato in un terrificante abisso, non può uscirne più e invoca aiuto; Dio, i cui occhi sono aperti sul mondo, le cui pupille scrutano ogni uomo (cfr Sa.l 11,4), le cui orecchie sono attente alla preghiera della sua creatura (cfr 2 Cr 6,40), è pronto ad intervenire per estrarre il peccatore dall’abisso in cui giace: «Io spero nel Signore, l’anima mia spera nella sua parola» (v. 5).
«Se si trattasse — dice Sant’Agostino — d’una parola nostra, dovremmo temere; trattandosi di una parola di Dio, non ci deluderà: con ogni sicurezza anzi noi speriamo nella parola di colui che non può ingannare».
C’è un’immagine, nel Salmo, che risulta particolarmente suggestiva: quella delle sentinelle che attendono, certe ed impazienti, il sorgere dell’aurora.
La pienezza della redenzione è attesa con l’ansia e il sospiro con cui le sentinelle spiano il primo filo di luce dell’aurora. L’immagine ci richiama la scena del profeta: «Sentinella, quanto resta della notte? La sentinella risponde: “viene il mattino”» (Is 21, 11-12).
In Cristo, nato da Maria, “mistica aurora della Redenzione”, il giorno – quello “che ha fatto il Signore” (Sal 118,24) è giunto. Con Lui è giunta all’uomo la misericordia e la liberazione: “Coraggio, figliolo, ti sono rimessi i tuoi peccati” (Mt 9,2) Ma la grande redenzione di Cristo si va realizzando continuamente, in una attesa costante della redenzione definitiva: “finché non spunti il giorno e la stella del mattino si levi nei vostri cuori” (2 Pt 1,19).
Il pellegrinaggio terreno della Chiesa si compie in una oscurità che sarà totalmente e definitivamente fugata con la seconda venuta di Cristo: allora albeggerà il giorno del Signore, perché rifulgerà «la stella radiosa del mattino» (Ap 22,16). Frattanto il credente è come una sentinella che spia l’aurora. Non è facile il compito della «scolta notturna». Non è facile essere «di guardia»! Significa continuare a vegliare mentre gli altri dormono, e proteggere l’accampamento, che è sempre circondato da nemici, perché, finché dura questo mondo, si è sempre in tempo di guerra… L’esperienza dura della solitudine, del freddo, delle tenebre, rende lungo ogni minuto. I rumori sospetti, il rischio di addormentarsi, la tensione nervosa per la prossimità del nemico, rendono interminabile la notte.
Ma la sentinella sa che l’aurora dovrà pur giungere! E attende con impazienza i primi segni dell’alba e i primi raggi del sole.
Ebbene, l’oggetto della nostra speranza è Dio: «L’anima mia attende il Signore più che le sentinelle l’aurora» (v. 6). «Mai nessuno diede una migliore definizione della speranza» (N. Quesson).
Il nemico, il diavolo, come leone ruggente va in giro cercando chi divorare. Bisogna vigilare. Bisogna resistergli saldi nella fede (cfr 1 Pt 5, 8.9).
Bisogna attingere forza nel Signore e nel vigore della sua potenza. Bisogna rivestirsi dell’armatura di Dio, per poter resistere alle insidie del diavolo, Bisogna tener sempre in mano lo scudo della fede, con cui spegnere tutti i dardi infuocati del maligno. Bisogna prendere l’elmo della salvezza e la spada dello Spirito, cioè la Parola di Dio (cfr Ef 6, 10-17). Ed è quello che fa l’orante del Salmo: “Io spero nel Signore, l’anima mia spera nella sua parola” (v 5).
Speranza e attesa: In questa attesa la Parola è lampada che indica il cammino e alimenta la speranza. Intanto il mondo nuovo della Risurrezione si avvicina e l’intervallo della notte si fa sempre più breve: “La notte è avanzata, il giorno è vicino” (Rm 13,12). L’umanità cammina verso il mattino di luce.
†Giuseppe Costanzo
SALMO 15 (16)
Proteggimi, o Dio: in te mi rifugio.
2 Ho detto al Signore: “Il mio Signore sei tu,
solo in te è il mio bene”.
3 Agli idoli del paese,
agli dèi potenti andava tutto il mio favore.
4 Moltiplicano le loro pene
quelli che corrono dietro a un dio straniero.
Io non spanderò le loro libagioni di sangue,
né pronuncerò con le mie labbra i loro nomi.
5 Il Signore è mia parte di eredità e mio calice:
nelle tue mani è la mia vita
6 Per me la sorte è caduta su luoghi deliziosi:
la mia eredità è stupenda.
7 Benedico il Signore che mi ha dato consiglio;
anche di notte il mio animo mi istruisce.
8 Io pongo sempre davanti a me il Signore,
sta alla mia destra, non potrò vacillare.
9 Per questo gioisce il mio cuore
ed esulta la mia anima;
anche il mio corpo riposa al sicuro,
10 perché non abbandonerai la mia vita negli inferi,
né lascerai che il tuo fedele veda la fossa.
11 Mi indicherai il sentiero della vita,
gioia piena alla tua presenza,
dolcezza senza fine alla tua destra.
Dio è nostra eredità
Il Salmo 15 (16) è una intensissima, orante professione di fede. In uno slancio di totale, fiducioso abbandono, il Salmista si affida alla bontà di Dio e da Lui si attende aiuto nelle difficoltà e protezione nel pericolo, sostegno nella prova: «Proteggimi, o Dio, in te mi rifugio» (v. 1).
L’opzione di fede è radicale e gioiosa: «Sei tu il mio Signore, senza di te non ho alcun bene» (v. 2). Il sì a Dio è pieno, motivato, entusiastico.
Ma questo comporta l’eliminazione di ogni surrogato. Il «sì» incondizionato e leale a Dio esige il “no” risoluto e perenne agli idoli. L’orante dichiara la sua simpatia per coloro che sono fedeli a Dio e sottomessi alla sua volontà: «Per i santi, uomini nobili, è tutto il mio amore» (v. 3).
Poi, si dissocia, in modo netto e persino sprezzante, dagli idolatri che Io circondano: «Si affrettino altri a costruire idoli: io non spanderò le loro libazioni di sangue (sacrifici cruenti, anche di vittime umane, offerti agli dèi falsi) né pronunzierò con le mie labbra i loro nomi” (v 4). “La scelta idolatrica, tentatrice e piacevole, è in realtà un boomerang che colpisce proprio il peccatore, rendendolo miseria, come è l’idolo col quale entra in comunione” (G. Ravasi). Perciò il rifiuto della idolatria è assoluto.
In antitesi col v.4 e per sottolineare ancora l’affermazione del v. 2, il Salmista proclama energicamente la sua appartenenza a Dio, che chiama sua «eredità» e «calice», cioè coppa di salvezza (v 5). Un’eredità preziosa, inestimabile, di cui egli è letteralmente felice: “è magnifica la mia eredità” (v 6).
Sant’Agostino commenta così: “Il Salmista non dice:
“O Dio, dammi un’ eredità! Che mi darai mai come eredità?” Tutto ciò che tu puoi darmi fuori di te è vile. Sii tu stesso la mia eredità. Sei tu che io amo… Sperare Dio da Dio, essere colmato di Dio da Dio. Egli ti basta, fuori di Lui niente ti può bastare” (citato da Ravasi).
Quindi prospetta i benefici effetti che gli derivano da questa «magnifica» eredità e li compendia in due: l’ammaestramento (v. 7) e il sostegno divino (v. 8).
Anzitutto loda e ringrazia Dio che, ininterrottamente, «anche di notte» guida e dirige i suoi pensieri e le sue azioni: «Benedico il Signore che mi ha dato consiglio; anche di notte il mio cuore mi istruisce» (v. 7). Poi dichiara la sua totale sicurezza per il fatto che Dio è oggetto della sua continua attenzione e costante punto di riferimento: «Io pongo sempre innanzi a me il Signore, sta alla mia destra, non posso vacillare» (v. 8).
Ed eccoci all’ultima strofa dove l’orante raggiunge il vertice della sua fiducia ed esprime la certezza di venire restituito alla vita: “Non abbandonerai la mia vita nel sepolcro, né lascerai che il tuo santo veda la corruzione” (v 10).
Il santo è colui che ama Dio e che gli è fedele. Perciò il rabbino Chouraqui ha tradotto: “Non puoi lasciare che il tuo amante veda la corruzione”.
È la speranza sbocciata dall’altissima esperienza di fede e di comunione che il Salmo testimonia. È il bisogno — confusamente percepito — di quell’indissolubile intimità, di quella comunione eterna con Dio, che diventerà più chiaro col progredire della Rivelazione. «Mancando della concezione teologica della sopravvivenza dell’anima, il Salmista ha affidato a queste due negazioni (del v. 10) la certezza di essere scampato dal pericolo mortale in cui è incorso.
Nel Sabato Santo queste espressioni attribuiscono a Gesù la certezza di essere ridestato dal Padre alla vita mediante la risurrezione: in questo senso messianico questo versetto è stato interpretato sia da Pietro (At 2, 24-28) che da Paolo (At 13, 34-37) (M. Masini).
L’affermazione del v. 10, che apre il Salmo su un «avvenire illimitato» (Quintens) è preceduta da una solenne dichiarazione che esprime la soddisfazione piena e la felicità stabile dell’orante. È tutto l’uomo nel suo essere fisico, psichico e mentale (cuore, anima, corpo) che gode intensamente: «di questo gioisce il mio cuore, esulta la mia anima; anche il mio corpo riposa al sicuro» (v. 9).
Il Salmista conclude la sua preghiera dichiarando la propria certezza di sfuggire alla morte e di ottenere la vita: «Mi indicherai il sentiero della vita» (v. 11).
Sottratto definitivamente ad ogni minaccia del male e della morte, stabilito nella comunione indefettibile con Dio, l’orante sente che tutto il suo essere è attraversato da un flusso di vita e da una corrente di incontenibile gioia:
«Gioia piena nella tua presenza, dolcezza senza fine alla tua destra» (v. 11).
In questo Salmo l’orante è figura di Cristo, che, durante la Passione, dice al Padre la propria illimitata fiducia in Lui. È Lui che in tutta verità può ripetere: «Non abbandonerai la mia vita nel sepolcro, né lascerai che il tuo santo veda la corruzione» (v. 10). Il vero «santo» di Dio è proprio Gesù.
E difatti «Dio ha risuscitato Gesù, sciogliendolo dalle angosce della morte» — dice Pietro (At 2,24) — «perché non era possibile che questa lo tenesse in suo potere». E lo spiega citando i vv. 8-11 del nostro Salmo.
Lo stesso fa Paolo nella sinagoga di Antiochia di Pisidia quando dice: «Noi vi annunziamo la buona novella che la promessa fatta ai padri s’è compiuta, poiché Dio l’ha attuata per noi, loro figli, risuscitando Gesù». E tra gli altri testi, cita anche i v. 10 del Salmo 16: «Non permetterai che il tuo santo subisca la corruzione». «Ora Davide — dice san Paolo — dopo avere eseguito il volere di Dio nella sua generazione, morì e fu unito ai suoi padri e subì la corruzione, Ma colui che Dio ha risuscitato, non ha subito la corruzione» (At 13,35-37).
Tante volte ci viene da chiederci che cosa Gesù dicesse al Padre durante le lunghe notti passate in preghiera. Questo Salmo è ricco di sentimenti che Egli avrà più volte espresso nei colloqui intimi della sua preghiera prolungata (cfr vv. 5,11)
Il credente che prega oggi con questo Salmo si sente invitato a verificare la purezza e l’integrità della sua fede. Può dire lealmente: «Sei tu il mio Signore»? È proprio sincero quando dice: «Senza di te non ho alcun bene»? (v. 2). Ha il coraggio di proclamare con la coerenza della vita: «Si affrettino altri a costruire idoli»? (v. 4). Circondati come siamo da un costume di vita pagano, avvertiamo talora la fatica di dover andare sempre controcorrente.
Viviamo immersi in un mondo che vive differentemente da noi e ci sentiamo soli a resistere, a lottare, a testimoniare… «Noi stolti a causa di Cristo» (1 Cor 4,10). Gli idoli sono là a tentarci con tutta la loro forza di suggestione: il denaro, il sesso, il potere, il piacere, il successo, l’indipendenza totale… «Se guardo bene la mia vita, ci scopro sicuro il mio piccolo idolo personale, questa cosa senza un vero valore, alla quale annetto esagerata importanza» (N. Quesson).
I profeti sono stati decisi nel condannare gli idoli e i loro adoratori: «I fabbricatori di idoli sono tutti vanità e le loro opere preziose non giovano a nulla; ma i loro devoti non vedono e non capiscono affatto e perciò saranno coperti di vergogna… Non sanno né comprendono; una patina impedisce agli occhi loro di vedere e al loro cuore di capire. Essi non riflettono, non hanno scienza e intelligenza per dire: … “Mi prostrerò davanti ad un pezzo di legno?” Si pasce di cenere, ha un cuore illuso che lo travia; egli non sa liberarsene e dire: “Ciò che tengo in mano non è forse falso?”» (Is 44, 9.18-20).
È una satira sferzante, una spietata caricatura che mira ad una radicale demitizzazione dell’idolo: un Dio di legno, non è affatto un Dio! È pazzesco piegare le ginocchia dinanzi a un pezzo di legno.
Il Salmo 16 è un invito a non assolutizzare nulla, poiché solo Dio è l’Assoluto. E null’altro! Le cose, quando vengono assolutizzate, diventano idoli, che, presto o tardi, ci si frantumano fra le mani. Chi ha avuto il coraggio di una gioiosa opzione di fede, gusta l’intima felicità della comunione con Dio. Non ha nostalgie. Non vive di rimpianti. Al contrario, può dire: «è magnifica la mia eredità» (v. 6), poiché Dio è mio maestro e consigliere (v. 7), Dio è presenza costante e protettrice (v. 8),
Dio è mia gioia e mia festa (v. 9), Dio è mia vita e mia risurrezione (v. 10) Dio è mia via e senso della mia vita (v. 11 a) Dio è la mia beatitudine eterna (v. 11 b.c.).
Questo Salmo è particolarmente caro a quanti hanno scelto Dio nella vita di speciale consacrazione e hanno votato a Cristo — con dono libero, totale, irreversibile — la forza di amare, il bisogno di possedere, la libertà di regolare la propria vita (cfr Evangelica testificatio, n. 7).
Essi attestano di fronte al mondo che Dio è l’unico e Sommo Bene. Essi sono i testimoni eccezionali del primato di Dio e della trascendenza dell’amore di Cristo.
Perciò una donna come Teresa D’Avila ha potuto scrivere: “Nulla ti turbi, nulla ti spaventi. Tutto passa: Dio non muta…, A chi ha Dio nulla manca. Dio solo basta!” (Cammino di perfezione cap. 8).
A Lui la persona consacrata ripete continuamente: «Sei tu il mio Signore, senza di te non ho alcun bene… Nelle tue mani è la mia vita» (vv. 2.5). nell’attesa dell’incontro finale in cui l’anima estasiata potrà finalmente contemplare «quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore d’uomo», perché «queste ha preparato Dio per coloro che lo amano» (1 Cor 2,9).
†Giuseppe Costanzo
Salmo 87 (88)
2 Signore, Dio della mia salvezza,
davanti a te grido giorno e notte.
3 Giunga fino a te la mia preghiera,
tendi l’orecchio alla mia supplica.
4 Io sono sazio di sventure,
la mia vita è sull’orlo degli inferi.
5 Sono annoverato fra quelli che scendono nella fossa,
sono come un uomo ormai senza forze.
6 Sono libero, ma tra i morti,
come gli uccisi stesi nel sepolcro,
dei quali non conservi più il ricordo,
recisi dalla tua mano.
7 Mi hai gettato nella fossa più profonda,
negli abissi tenebrosi.
8 Pesa su di me il tuo furore
e mi opprimi con tutti i tuoi flutti.
9 Hai allontanato da me i miei compagni,
mi hai reso per loro un orrore.
Sono prigioniero senza scampo,
10 si consumano i miei occhi nel patire.
Tutto il giorno ti chiamo, Signore,
verso di te protendo le mie mani.
11 Compi forse prodigi per i morti?
O si alzano le ombre a darti lode?
12 Si narra forse la tua bontà nel sepolcro,
la tua fedeltà nel regno della morte?
13 Si conoscono forse nelle tenebre i tuoi prodigi,
la tua giustizia nella terra dell’oblio?
14 Ma io, Signore, a te grido aiuto
e al mattino viene incontro a te la mia preghiera.
15 Perché, Signore, mi respingi?
Perché mi nascondi il tuo volto?
16 Sin dall’infanzia sono povero e vicino alla morte,
sfinito sotto il peso dei tuoi terrori.
17 Sopra di me è passata la tua collera,
i tuoi spaventi mi hanno annientato,
18 mi circondano come acqua tutto il giorno,
tutti insieme mi avvolgono.
19 Hai allontanato da me amici e conoscenti,
mi fanno compagnia solo le tenebre.
Questo povero grida e il Signore ascolta
E importante che questa preghiera si trovi nella Bibbia, come è importante che vi si trovi il libro di Giobbe, a cui essa tanto assomiglia. È «la più cupa elegia di tutto il Salterio, l’unico lamento che non si chiuda con un’ultima nota di speranza» (N. Quesson). Anzi, nella solitudine totale di quest’uomo angosciato, unica amica è la notte: «Mi sono compagne solo le tenebre» (v. 19).
E con questa constatazione carica di amarezza si chiude il lamento di questo povero che grida a Dio il proprio dolore. Questo Salmo è la lamentazione personale di un sofferente che sta sull’orlo della tomba, mentre subisce una prova eccezionale, sia nell’intensità che nella durata. Egli si sente un uomo finito, colmo di sventure e abbandonato da tutti (cfr vv 4-6). Non ne può più (“Sono sfinito” v 16); sente che Dio gli è ostile (“pesa su di me il tuo sdegno” v.8); vive in una situazione disperata (“senza scampo”, v.9).
Il fatto più irritante è il silenzio di Dio, che si ostina a non soccorrerlo, dandogli l’impressione di un avversario che, impietoso, fa pesare la sua mano su di lui.
Di cosa si tratta? È una malattia ripugnante che l’accompagna fin dall’infanzia? È un male incurabile, che trasforma l’esistenza in una morte continua? Quale che sia il tipo di prova, una cosa è certa: qui c’è un uomo che soffre e quest’uomo, al di là della situazione individuale che merita ogni attenzione, assurge nel Salmo a simbolo della condizione umana. Malattie lunghe, ripugnanti, incurabili sono sempre esistite.Sempre, dopo il peccato, la storia ci ha presentato un’umanità sofferente. E nessuno, prima o poi, riesce a sottrarsi a ciò che qui è descritto: malattia e paura, angoscia e tristezza, abissi di solitudine, prospettive di morte…
Come nota Quesson, c’è un aspetto che colpisce in questo Salmo: l’orante non chiede a Dio di guarirlo. Non Gli dice: «Salvami», «liberami», «fammi vivere».No. Si limita a gridare la sua pena. Gli espone la situazione umanamente disperata. Tenta di impietosire Dio descrivendogli la condizione tragica di un’esistenza divenuta insostenibile. Ma chi potrebbe dire che anche questa non sia preghiera?
In uno stato di sofferenza estrema, afferrato dalla tentazione di disperarsi, quest’’uomo trova ancora in sé la fede e il coraggio di pensare a Dio, di presentare a Lui il suo lamento, di cercare in Lui sostegno e amicizia.
Non capisce il suo atteggiamento, ne soffre tremendamente, ma non cessa di aggrapparsi a Lui: «davanti a te grido giorno e notte» (v. 2).
Questo modo di Dio lo turba? il suo inspiegabile silenzio lo irrita, e tuttavia egli continua ad appellarsi a Lui direttamente, a ricordargli i suoi attributi fondamentali: la bontà, la fedeltà, la giustizia (vv. 11-13).
È «infelice e morente dall’infanzia» (v. 16), è abbandonato da Dio e dagli uomini (v. 19) e, nondimeno, da quest’abisso di solitudine continua a sperare che Dio non sappia e non voglia restare insensibile alla sua amarissima pena:
«Perché, Signore, mi respingi? Perché mi nascondi il tuo volto?» (v. 15).
È sfinito, oppresso, annientato dal dolore (vv. 16-17), sa di essere incamminato verso una morte ineluttabile ed atroce, ma, nelle fitte tenebre della notte, continua a cercare Dio, ad invocarlo gemendo, e lo chiama «Signore, Dio della mia salvezza» (v. 2).
Tocchiamo l’apice della preghiera pura e della fiducia incondizionata. Se poi teniamo presenti le grandi ombre che gravavano sulla vita degli israeliti non ancora illuminata dalla Rivelazione cristiana sull’oltretomba e sulla retribuzione (cfr vv.11-13), misuriamo da questo salmo quale forza d’animo essi sapevano attingere nel- la sola fede iahwista per superare le prove e le tribolazioni. Una fede arida e spoglia. Eppure vigorosa!
Se la Chiesa ci fa pregare con questo Salmo nella liturgia delle ore del venerdì santo e del sabato santo è perché vi scorge una “prefigurazione” dell’agonia di Cristo. Fu Lui a sperimentare la più profonda solitudine morale, abbandonato da Dio (cfr Mc 15,34) e dagli uomini (cfr Lc 23,49). Fu Lui che, all’avvicinarsi dell’ora tanto attesa (cfr Lc 12,50), fu invaso da profonda tristezza: “Egli offrì preghiere e suppliche con forti grida e lacrime a Colui che poteva liberarlo da morte” (Eb 5,7).
Gesù ha conosciuto la sofferenza, «disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei dolori che ben conosce il soffrire» (Is 53,3); ha conosciuto la paura e l’angoscia, tanto da sentirsi «triste fino alla morte» (Mc 14,34); sa che cos’è l’istintiva ripugnanza della natura umana davanti al dolore, tanto che «prostrandosi con la faccia a terra» (Mt 26,39) supplicava: «Abba, Padre! Tutto è possibile a te, allontana da me questo calice!» (Mc 14,36).
Soffrì da uomo, non da superuomo, e neppure da stoico. Chiese che gli fosse risparmiato il calice della passione, «però» — soggiunse — «non ciò che io voglio, ma ciò che vuoi tu» (Mc 14,36).
Qualche volta — come rileva Quesson — abbiamo la tendenza a sopprimere la Croce del Venerdì Santo, già pensando alla Pasqua.
Questo Salmo può aiutarci a prendere sul serio il Venerdì Santo, ricordandoci che la Risurrezione viene dopo la Morte, come la terra promessa dopo il deserto.
Ci ammonisce a non cedere alla tentazione delle facili quanto inutili — e persino pericolose! — scorciatoie. La Croce è piantata nel cuore dell’esistenza umana. Cristo sarà «in agonia fino alla fine del mondo» (B. Pascal).
Una pagina di santa Teresa di Lisieux ci da testimonianza di questa preghiera desolata e all’apparenza senza risposta: «La mia anima fu invasa dalle più fitte tenebre e il pensiero del cielo, così dolce per me, motivo di lotta e di tormenti. Vorrei poter esprimere ciò che sento, ma ahimé! credo sia impossibile.
Bisogna aver percorso quella nera galleria per capirne l’oscurità… E quando voglio far riposare il mio cuore stanco per le tenebre che lo circondano, il mio tormento raddoppia; mi sembra che le tenebre, con voce di peccatori, mi dicano, ridendo di me: Tu sogni la luce, credi di poter uscire un giorno dalle brume che ti circondano! Cammina, cammina e rallegrati per la morte che ti darà non già quello che speri, ma una notte più fonda ancora, la notte del nulla» (citato da Quesson).
«Il più grande supplizio dell’anima è credere che Dio l’abbandoni, gettandola nelle tenebre», ha scritto san Giovanni della Croce.
Così, lungi dall’essere blasfemo, questo Salmo è dolorante preghiera, che riecheggia quella di Gesù morente sulla Croce: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato» (Mc 15,34).
Chi è capace di rispettare fino in fondo quella pungente disperazione, può capire il valore di quelle altre parole di Gesù che ci presentano la «morte» come una semina feconda (cfr Gv 12,24), come un ritorno al Padre (cfr Gv 16,28), come un cammino nella notte incontro allo Sposo che viene (cfr Mt 25,1-13).
Vorresti eliminare la sofferenza dalla tua vita? Non essere ingenuo! Non praticare la politica dello struzzo. Sii realista, piuttosto. La vita è carica di problemi, di tensioni e di contraddizioni.
Questi generano sofferenza, che diventa elemento costitutivo della nostra esistenza. “Istintivamente concepiamo la vita come salute, benessere e la sofferenza come un incidente sbagliato che può intralciare il nostro cammino.
La dura realtà della vita contrasta con questa nostra concezione dell’esistenza. Dobbiamo prendere atto che la prima causa di sofferenza è inserita nel nostro tessuto vitale, nelle potenzialità biologiche, nella nostra coscienza critica, che costituiscono le energie per la vitalità individuale e sociale e provocano insieme insicurezze e sofferenze. La potenzialità sessuale affettiva è causa di tensione, di piacere, di sofferenza. L’evoluzione sociale non si attua senza contrasti violenti, anche se permane condannabile la violenza omicida» (G. Davanzo).
Il cammino verso la maturazione personale è lungo e faticoso e non si compie senza sofferenza. Accettare la vita in tutta la sua verità e complessità significa prendere atto anche della realtà della sofferenza e della morte.
Qualche volta, invece, soprattutto nell’età giovanile, si mescolano insieme sogni e realtà come fossero la stessa cosa. Poi la vita inesorabilmente giudica e separa, ed ecco le delusioni, la sfiducia, le frustrazioni…
Il problema, allora, non è come non soffrire, ma come saper reagire alla sofferenza, per soffrire meno e per soffrire meglio. La sofferenza scandaglia il cuore dell’uomo, rivelandone spesso la meschinità. Ci mette di fronte ai nostri limiti. Ci stimola a rivedere la nostra concezione della vita. Ci costringe ad essere onesti ed obiettivi: rivedendo i nostri atteggiamenti, assumendo le nostre responsabilità, evitando di sentirsi solamente vittime del sistema e dell’incomprensione altrui.
La sofferenza è la prova che saggia la nostra fede e la purifica. Spesso, infatti, il dilemma è: o perdere la fede o credere in un Dio diverso dai nostri schemi.
Dio è Amore, certamente, ma l’amore di Dio è un mistero profondamente diverso da quel facile concetto d’amore a cui noi vorremmo ridurlo. Il fatto che permetta la sofferenza non è segno che ha cessato d’amarci, ma bensì che si regola secondo la sua imperscrutabile libertà e divina sapienza. Né dobbiamo dimenticare — nell’ora del dolore — tutto il bene che Egli ci ha dispensato. Dio non è impotente di fronte al male, all’ingiustizia e al dolore. E ci ama con amore geloso.
Quando la dura esperienza sembra smentire radicalmente la fede, dobbiamo essere capaci — a dispetto di ogni apparenza — di restare aggrappati a questa certezza. Poiché essa non è di ordine sperimentale ma religioso, faremo l’esperienza della faticosa lotta interiore, ma continueremo, nelle tenebre, a credere che il disegno di Dio è un disegno di bontà, di misericordia, di salvezza.
Ostinarsi a credere nell’amore fedele di Dio e insieme accettare lealmente un ingiusto dolore è il segno di una fede matura. Il Signore, infatti, non ci spia per coglierci in fallo («Egli sa di che siamo plasmati», Salmo 103,14), né ci rincorre per punirci o per premiarci subito: «Quanto il cielo sovrasta la terra, tanto le mie vie sovrastano le vostre, i mici pensieri sovrastano i vostri» (Is 55,9).
In questo modo la sofferenza ci obbliga a rivedere il nostro modo di capire e di accettare Dio. “Nella sconvolgente esperienza di una sofferenza umanamente assurda, Giobbe riesce a rivedere la propria fede, a capire meglio Dio:
“Io ti conoscevo per sentito dire, ma ora i miei occhi ti vedono” (Gb 42,5): è la conclusione di un itinerario spirituale maturato nella sofferenza…
Non raramente la crisi provocata dalla sofferenza stimola una nuova visione di vita, una maturazione umana e una spiritualità che difficilmente si sarebbe raggiunta senza questo sofferto itinerario… Dobbiamo allenarci alla sofferenza come dobbiamo educarci a vivere, perché la vita implica sofferenza» (G. Davanzo).
Si coglie cosi tutta la complessità del dolore umano: che è conseguenza del peccato, e prova della fede e dell’amore, è rivelazione del mistero di Dio. Agli interrogativi umani sulla sofferenza Dio ha risposto incarnandosi, cioè accettando di condividere il patire umano per essere il sommo sacerdote «misericordioso».
Gesù, «proprio per essere stato messo alla prova ed avere sofferto personalmente, è in grado di venire in aiuto a quelli che subiscono la prova» (Eb 2,18).
In tal modo «non abbiamo un sommo sacerdote che non sappia compatire le nostre infermità, essendo stato lui stesso provato in ogni cosa, a somiglianza di noi, escluso il peccato. Accostiamoci dunque con piena fiducia al trono della grazia per ricevere misericordia e trovare grazia ed essere aiutati al momento opportuno» (Eb 4,15 ss).
Ogni Salmo di Compieta viene pregato nella notte. La pace notturna ci fa pensare a quell’altra notte che vedremo discendere quando i nostri occhi avranno visto l’ultima luce. «Perché discendere la morte come scende la notte: come lei ineluttabile, come lei profonda. Che di tutte le mie notti essa sia la più bella!
Questa sera, come si fa nell’ora della morte, io ti offro la mia anima mentre mi addormento. Padre, accoglila questa povera anima mia. Che io la senta partire ogni sera, perché ogni sera, chiudendo i miei occhi, impari a morire» (Card. Urbani).
E la mia lampada resti sempre accesa: per far luce in questa notte e per consentirmi l’accesso alle nozze eterne.
†Giuseppe Costanzo
SALMO 22 (23)
Tu sei sempre con me
Il salmo 22 (23) non è inserito nella preghiera di Compieta. Tuttavia, per il suo contenuto e il suo significato, completa opportunamente la nostra riflessione e ci aiuta a pregare con maggiore consapevolezza gli altri Salmi.
In esso, infatti, troviamo, come in filigrana, il motivo, teologico ed ascetico insieme, che sostiene i sentimenti di fede e, di speranza, di amore, di lode, di fiducia, di supplica cantati nei salmi della sera, come li abbiamo fin qui meditati: la sicurezza, cioè, che il Signore è sempre vigilante per noi e su di noi e che tra noi e Lui si stabilisce una mutua corrente di vita che ha Lui, e Lui soltanto, come sorgente.
E il Salmo cioè che costituisce, potremmo dire, il compendio della nostra preghiera: certezza e gratitudine, fiducia e abbandono, umiltà ed esultanza, amore e confidenza, impegno di fedeltà si intrecciano in un atteggiamento di serena contemplazione che trabocca in adorazione e in gioioso compiacimento in Dio e nei suoi doni.
Chi sa pregare, penetrandolo, questo Salmo, bene a ragione può appropriarsi dei vari e molteplici e complessi sentimenti espressi nel Salterio che trovano nei Salmi di Compieta la loro lucida punta di diamante.
Tutti i Salmi sono belli, ma questo è stato definito «la perla del Salterio, in cui pietà e poesia
sono uguali, dolcezza e spiritualità insuperat » (Spurgeon). Per Beecher esso è «l‘usignolo dei Salmi; … il suo canto ha riempito l’aria del mondo intero con una gioiosa melodia, la più bella che si possa concepire. Benedetto sia il giorno in cui questo Salmo è nato!
Esso, infatti, da solo ha calmato più dolore che non tutta la filosofia del mondo». Perciò non ci sorprende la confessione del filosofo H. Bergson: «Le centinaia di libri che ho letto non mi hanno procurato tanta luce e conforto quanto questi versi del Salmo 22: “Il Signore è il mio pastore, non manco di nulla…; anche se dovessi passare in un burrone di tenebre, non temerei alcun male, perché tu sei con me”».
«Il Signore è il mio pastore» (v. 1): è la dichiarazione programmatica. Il pastore, per il semita, è qualcosa di più della semplice guida, che sa orientare al pascolo, sa procedere su piste non pericolose e sa dove trovare l’oasi. Egli è soprattutto il costante compagno di viaggio, che condivide col gregge le stesse ore e gli stessi rischi, la stessa fame e la stessa sete, e la calura sotto il sole che batte ugualmente implacabile su lui e sul gregge. Solo lui sa dare certezza e garantire sicurezza, perché scarta col suo bastone i sentieri erronei. « Il pastore sa scegliere le piste migliori ed esenti da pericolo. Quelle che non hanno fosse improvvise in cui ogni caduta spesso è fatale; quelle che non passano per speroni scoscesi ove le pecore facilmente si feriscono le zampe; quelle meno frequentate da belve e briganti; quelle, in breve, in cui il gregge può spostarsi senza rischio, con tutta sicurezza» (L. Jacquet).
Forse noi non riusciamo più ad immaginare oggi, l’atmosfera del Salmo, pervasa da un senso di così grande intimità, perché sconosciamo quasi totalmente quel mondo nel quale l’uomo vive con i suoi animali, che conosce ed ama e dai quali trae il suo sostentamento. Un mondo che ha il suo fascino e il suo mistero, la sua quiete e la sua terribile solitudine e… numerosi pericoli.
Dal pastore alle pecore corre come un flusso, fatto di conoscenza, di vigilanza e di sollecitudine.
Il Salmista, a cui il mondo della pastorizia è familiare, trova non solo naturale, ma anche dolce, esprimere il suo rapporto con Dio attraverso l’immagine del Pastore. Anzi egli sa che solo Dio è pastore in senso pieno. Nella sua opera di salvezza, Egli non fa soste né errori, abbatte ogni ostacolo, supera i burroni più impraticabili al passo stentato del suo gregge. E soprattutto non tradisce mai le sue pecore. Da questa certezza deriva l’abbandono totale e la fiducia che non conosce alcun dubbio: «Non manco di nulla» (v. 1) «non temo alcun male» (v. 4). Come se dicesse: ho tutto ciò che posso augurarmi! Nulla mi spaventa «perché tu sei con me».
Ecco il motivo generatore di questa fiducia assoluta, che non si spegne più nonostante le difficoltà e le oscurità del cammino: «Tu sei con me». Anche la posizione strutturale nel Salmo testimonia la centralità di questo elemento portante: «Tu sei con me».
Accompagnato da tale Pastore, vegliato dal suo indefettibile amore, il Salmista affida serenamente e totalmente la sua esistenza a Dio, sapendo che Lui lo restituisce alla vita, lo «restaura», lo rigenera costantemente e lo conduce: «Mi rinfranca, mi guida per il giusto cammino» (v. 3).
L’orante attraversa sereno la valle oscura, cioè le tempeste della vita, perché sa di avere a fianco il pastore: «Colui che cammina nelle tenebre, senza avere luce, speri nel nome del Signore, si appoggi al suo Dio» (Is 50,10). Come diceva Agostino, le piccole lanterne della nostra ragione illuminano solo un piccolo tratto della strada, non saprebbero portarci alla meta…; esse impallidiscono di fronte al Dio che è «nostra luce e nostra forza». Nelle angosce del cammino, prima di giungere a quella luce, il conforto è in quel «tu sei con me».
Il pastore è fonte di serena fiducia anche nella più infernale oscurità: «Il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza» (v. 4). Nei momenti di smarrimento e nelle ore di paura la forza viene attinta dalla fedele presenza di Dio, simbolicamente compendiata nel bastone, di cui il pastore si serve per scandire il cammino, per proteggere il gregge e per dargli certezza — attraverso il rimbombo sul suolo — della sua presenza anche nel buio, Bellamente L. Santucci ha tradotto: «Non trema il piede che marcia all’ombra del tuo pastorale».
Nell’ultima parte del Salmo (vv. 5-6), al pastore divino subentra l’ospite divino. Il Signore osserva rigorosamente le leggi della cordialissima ospitalità orientale: profuma la testa all’invitato, offre la coppa spumeggiante dell’amicizia, prepara la mensa.
La descrizione dell’ospitalità è dettagliata, si parla dell’olio e della coppa, due simboli suggestivi.
L’olio ha un valore metaforico molteplice: è energetico, è medicinale, è cosmetico. La coppa traboccante evoca immagini di pienezza: la sete è totalmente estinta. La bontà e la fedeltà di Dio, virtù tipiche dell’alleanza, non cessano di accompagnare il Salmista (v. 6), perché l’amore di Dio non conosce soste e segue, con attenzione vigile, l’intero arco dell’esistenza del fedele. Essendosi saziato all’abbondanza della casa del Signore e dissetato al torrente delle sue delizie (cfr Sal 36,9), il Salmista ora aspira a non staccarsi mai dal tempio e dalla sua pace: «abiterà nella casa del Signore per lunghissimi anni» (v. 6). Aspirazione che ha uno stupendo parallelo nel Salmo 27, 4: «Una cosa ho chiesto al Signore, questa sola io cerco: abitare nella casa del Signore tutti i giorni della mia vita, per gustare la dolcezza del Signore ed ammirare il suo santuario».
Più d’una volta Gesù ha detto di essere il pastore che conosce le sue pecore, le ama, veglia amorevolmente su di esse e per esse offre la sua vita (cfr Gv 10, 11-15). Egli lascia le novantanove che stanno al sicuro per correre a cercare l’unica che si è perduta (cfr Mc 18,12). Egli è il Buon Pastore: «il ladro non viene se non per rubare, uccidete e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza» (Gv 10, 10). Questa vita abbondante, che è la salvezza, Egli spesso donava attraverso il segno del pranzo, offerto a pubblicani e peccatori (cfr Lc 15) in un atteggiamento di profonda intimità personale. Alla Chiesa di Laodicea dice: «Ecco, sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me» (Ap 3,20).
I primi cristiani fecero largo uso di questo Salmo che proponevano ai neobattezzati nella veglia pasquale quando, risalendo dal bacino della loro immersione nelle «acque tranquille» che li avevano rigenerati, si avviavano a ricevere la Confermazione dove si «cospargeva di olio il loro capo», per ammetterli infine alla prima Eucaristia, «la mensa preparata per loro» e «il calice traboccante per loro».
«Sotto il rivestimento di tutte quelle immagini arcadiche, che magari potrebbero anche fare da schermo, abbiamo in verità una preghiera di grandissima profondità teologica e mistica: è Gesù quell’unico pastore il quale può far si che l’umanità non manchi di nulla…
Lui ci fa rivivere nelle acque del battesimo… Lui su di noi spande l’effusione del suo Santo Spirito…
Lui ci ha preparato la mensa del suo Corpo consegnato e del suo Sangue versato…
Lui guida gli uomini, al di là delle gole della morte, fin nella casa del Padre, dove tutto è grazia e felicità! » (N. Quesson).
Nel Salmo 22 troviamo il senso pasquale della morte cristiana. La «valle oscura» — in definitiva — è la morte, Il cristiano dice al Buon Pastore: «E ora tu sei con me, affinché, passata la zona d’ombra della morte, anch’io sia con Te» (Sant’ Agostino).
La compagnia col Cristo trasfigura la morte. La fa diventare una Pasqua, cioè un passaggio alla casa della gloria: «abiterò nella casa del Signore per lunghissimi anni» (v. 6). È Cristo che offre agli uomini un passaggio per il cielo. Il nostro cammino non è nelle mani di un mercenario né di un pastore avido ed ipocrita, ma è affidato a Cristo, Buon Pastore. Egli ci prende su di sé per portarci, attraverso il cammino tenebroso della morte, alla città della luce e della vita: «Io vivo e voi vivrete» (Gv 14,19).
†Giuseppe Costanzo
Bibliografia
Sono riportati solo i testi di cui l’autore si è servito nel preparare queste riflessioni.
1. G. CASTELLINO, Libro dei Salmi, Marietti, Torino 1955.
2. G. Davanzo, Voce: Sofferente-malato in Nuovo Dizionario di Spiritualità a cura di S. De Fiores-T. Goffi, Paoline, Torino 1979.
3. E. GATTI, in AA.VV., Lezionario penitenziale, Queriniana, Brescia 1977.
4. R. GUARDINI, Sapienza dei Salmi, Morcellina, Brescia 1976.
5. L. JACQUET, Les Psaumes et le coeur de l’hommes, 3 voll., Ducolot, 1975, 1977, 1978.
6. M. Masini, I Salmi del triduo pasquale, Queriniana, 1980.
7. N. QUESSON, Il messaggio dei Salmi, 2 voll., Borla, Torino 1979-1980.
8. G. Ravasi, I Salmi, Ancora, USMI Milano 1975.
9. Sp. RINAUDO, I Salmi, Preghiera di Cristo e della Chiesa, L.D.C., Leumann-Torino 1966.
