Preghiera e vita quotidiana
Qualche anno fa la RAI mi invitò a tenere un ciclo di rapidissime conversazioni mattutine sulla preghiera a commento del Catechismo della Chiesa Cattolica. Lo feci di buon grado, nell’intento di far conoscere meglio questo pregevole strumento e di invogliare gli ascoltatori a pregare. Molti mi chiesero di poter leggere quei pensieri, incoraggiandomi a pubblicarli. Dopo molte esitazioni ho ripreso quegli appunti, li ho rielaborati — ampliandoli, approfondendoli, corredandoli delle citazioni bibliche — ed ora sono lieto di offrirli come segno di amore alla Chiesa e di attenzione pastorale.
Non sono uno studioso. E neppure un monaco. Sono un pastore della Chiesa. So che la preghiera è l’anima di una vita secondo lo Spirito. Sono convinto che una riscoperta della preghiera darebbe alla Chiesa nuovo slancio e nuova vitalità. Questo libretto vorrebbe servire ad accendere il fuoco. Altri ne alimenteranno la fiamma.
CHE COSA NON È LA PREGHIERA
“La preghiera nella vita cristiana”: un argomento che in alcuni desta interesse, ma in altri indifferenza, in altri perfino irrisione. In effetti la preghiera non gode oggi di buona fama. è ritenuta un’attività alienante. È sospettata di favorire la fuga dal mondo, il disimpegno dalla storia. È guardata con diffidenza, quasi fosse una narcosi della coscienza. E tuttavia c’è in molti un gran bisogno di preghiera. Un’autentica sete. E dunque una forte richiesta.
Occorre anzitutto liberarsi dalle concezioni erronee della preghiera. Essa non è una semplice operazione psicologica o uno sforzo di concentrazione per fare il vuoto mentale; non è un’attività di lusso, incompatibile con le molteplici occupazioni che incalzano l’uomo impegnato.
La preghiera autentica non è solo apertura verso l’alto, ma anche verso l’altro: si incontra Dio nella preghiera per riconoscerlo poi lungo la strada, nei milioni di volti umani che Egli assume (il volto di chi ha fame, di chi è vittima dell’ingiustizia, di chi è malato e indifeso). Non è la preghiera a farci trascurare o tradire l’uomo, ma la mancanza di preghiera o una preghiera falsa.
Inoltre esiste una mentalità di “questo mondo” che ritiene vero solo ciò che è verificato dalla ragione e dalla scienza. Quindi tutto ciò che sfugge alla presa concreta, all’esperimento, alla dimostrazione razionale, perché appartenente a un ordine superiore, viene ritenuto non vero o non interessante. Von Balthassar scrive: “tutte le cose possono essere considerate in due modi: come fatto e come mistero”.
La preghiera è appunto un mistero che oltrepassa la nostra coscienza e il nostro inconscio. Si obietta, infine, che la preghiera è fuga dal mondo e divorzio dalla vita. Non è né fuga, né devozionismo, né spiritualismo disincarnato. Chi prega non è un imboscato dalla storia; non è un disertore degli impegni terrestri, ma uno che cammina al passo di Dio, nell’oggi di Dio, rifiutando di lasciarsi imprigionare in orizzonti angusti.
Pregare, dunque, non è un estraniarsi dalla storia, non è un abdicare agli impegni e alle responsabilità. Anzi proprio dalla preghiera ci viene la spinta ad immergerci nella storia, accettando di scommetterci e di sporcarci le mani.
Pregare è forza di coerenza e di concretezza, lotta all’indifferenza, alla pigrizia, alla vigliaccheria; è immissione nel mondo di una luce nuova, di una rinnovata vitalità, capace di trasformarlo ed elevarlo.
Questa è la logica paradossale della preghiera: solidali con l’uomo perché solitari con Dio.
La preghiera è la lampada accesa di chi attende, nella speranza creativa e nella fatica feconda, l’avvento del Regno: una lampada che mentre fa intravedere l’orizzonte infinito dell’al di là, illumina la casa in cui ci troviamo e le persone che vi abitano.
†Giuseppe Costanzo
CHE COSA È LA PREGHIERA
Ce lo ha detto in maniera stupenda S. Teresa di Gesù Bambino: “Per me la preghiera è uno slancio del cuore, un semplice sguardo gettato verso il cielo, un grido di gratitudine e di amore nella prova come nella gioia“1.
In quanto creatura, l’uomo è costituzionalmente bisognoso di Dio. S. Agostino lo definisce “un mendicante di Dio” 2. Per questo l’umiltà è il fondamento della preghiera e la disposizione necessaria per incontrare il Signore della vita e della storia. Niente più dell’umiltà attira lo sguardo amoroso del Signore: “Su chi volgerò lo sguardo? sull’umile e su chi ha lo spirito contrito e osserva la mia parola” (Is 66, 2). La preghiera, dunque, è stata definita da S. Giovanni Damasceno: elevazione dell’anima a Dio, domanda a Dio dei beni convenienti. Nella preghiera ci si lascia amare, purificare, guidare, aiutare da Dio che è la roccia su cui si costruisce tutto: la persona umana, la famiglia, la società, la Chiesa, il mondo intero.
S. Gregorio di Nissa afferma che chi “prega ha le mani sul timone della storia“.
Pregare — secondo il Catechismo della Chiesa Cattolica — è entrare in una “relazione viva e personale con il Dio vivo e vero” 3.
La preghiera è anzitutto dono di Dio. Egli ha creato i suoi figli amandoli, e amandoli per primo li cerca: suscita lui stesso in noi il desiderio dell’incontro e l’esigenza di un rapporto personale.
Così la preghiera, anche quando è domanda, è “l’incontro della sete di Dio con la nostra sete” ed è paradossalmente una risposta dell’uomo al dono dell’amore di Dio, già a livello naturale. Prima di pensare come imparare a pregare, dunque, è necessario prendere chiara coscienza che la preghiera è un dono, che Dio stesso ha messo dentro di noi il bisogno e la capacità di pregare, ed è lui che ci stimola al colloquio con il suo amore. “La preghiera cristiana è azione di Dio e dell’uomo; sgorga dallo Spirito. Santo e da noi, interamente rivolta al Padre, in unione con la volontà umana del Figlio di Dio fatto uomo” 4.
“Pregare è pensare a Dio amandolo“. La preghiera sgorga dal cuore dell’uomo: cuore inteso come centro propulsore e unificante di tutta la nostra persona, cioè anche della volontà, del pensiero, oltre che dell’affettività; è il nostro centro nascosto, che solo lo Spirito di Dio può scrutare e conoscere.
Il cuore è il luogo della verità, il luogo della libertà e della decisione. Lì scegliamo la vita o la morte; da lì scaturisce il riconoscimento della nostra creaturalità, la confessione della nostra impotenza, la proclamazione della sua grandezza, la lode della sua misericordia, la richiesta accorata di salvezza. Il cuore è il luogo dell’incontro: lì facciamo alleanza con il Dio vivente, col Dio che è amore fedele e Padre provvidente. La preghiera è la vocazione del cristiano.
In quanto figlio di Dio, infatti, è chiamato a parlare con suo Padre e anzi a vivere sempre in comunione con il Padre e a stare alla sua presenza. Ciò è possibile perché per il Battesimo siamo diventati un medesimo essere con Cristo e perché la Santissima Trinità, Padre Figlio e Spirito Santo, dimora in noi, come ci ha detto Gesù.
La Beata Elisabetta della Trinità scrive: “Ho trovato il cielo sulla terra perché il cielo è Dio e Dio è nella mia anima” (Lett. 107).
“Bisogna prendere coscienza — dice ancora la Beata Elisabetta — che questo Essere che si chiama Amore dimora nel più intimo di noi e affrontare tutto con Lui. Allora non si è mai banali“.
Allora, anzi, si vive in pienezza perché, come dice il Concilio “la più alta dignità dell’uomo consiste nella sua vocazione alla comunione con Dio. Fin dal suo nascere l’uomo è invitato al dialogo con Dio” (GS 19).
†Giuseppe Costanzo
1) S. Teresa di G.B., Scritto Autobiografico 317.
2) Cf. S. Agostino, De diversis quaestionibus octoginta tribus, 64; PL 40,56.
3) Catechismo della Chiesa Cattolica, 2558.
4) Catechismo della Chiesa Cattolica, 2564.
LA PREGHIERA NELL’ANTICO TESTAMENTO
Da sempre l’uomo è alla ricerca di Dio. Assetato di Lui, anela a Lui come terra deserta. Spesso cammina per strade tortuose, ma tende all’incontro con Dio: “di notte anela a Te l’anima mia, al mattino il mio spirito Ti cerca” (Is 26, 9).
La Scrittura ci mostra come il primo luogo in cui l’uomo scopre Dio e lo ammira sia la creazione: “Tu mi rallegri con le Tue meraviglie, esulto per l’opera delle Tue mani” (Sal 92, 5).
La creazione parla del Creatore. L’opera rimanda al suo artefice, come il vaso al vasaio che l’ha fatto: “È Lui che nel volgere dei tempi, ha stabilito la terra e l’ha riempita d’animali; lui che invita la luce ed essa va, che la richiama ed essa obbedisce con tremore. Le stelle brillano dalle loro vedette e gioiscono: Egli le chiama e rispondono: ‘eccoci’ e brillano di gioia per colui che le ha create” (Bar 3, 32-35).
Oltre la parola ed il canto della creazione, la Bibbia ci presenta la preghiera di illustri personaggi.
Anzitutto, la preghiera drammatica di Abramo, quando l’interminabile attesa del figlio sembra smentire la fedeltà divina. Abramo non dubita di Dio, ma soffre, è inquieto, diventa impaziente. Pregare, allora, è esporgli il suo disagio, consegnargli la sua sofferenza, fare appello alla sua fedeltà indefettibile.
L’altro momento drammatico della preghiera di Abramo è quando la richiesta di Dio, di sacrificare il figlio, sembra contraddire la solenne promessa di una discendenza numerosa come la polvere della terra (cf. Gn 13, 16).
Pregare, allora, è aprire a Dio il cuore lacerato, attingere forza per un’ubbidienza straziante; credere che Dio è il Signore della vita e che può risuscitare anche dai morti. Pregare anche quando si è torchiati dal dolore e scarnificati dalla prova, vuol dire perseverare nella fede, non cessare di sperare, decidersi di adorare e di compiere la volontà crocifiggente di Colui che ha ogni diritto.
Leggiamo ancora la preghiera sofferta di Mosè che, timoroso davanti al piano di Dio, cerca di tirarsi indietro, muove obiezioni, pone interrogativi. E’ la preghiera come lotta con Dio. Ma troviamo anche la preghiera contemplativa di questo grande amico e confidente di Dio: il Signore parla con lui faccia a faccia, “bocca a bocca“, in visione.
Mosè s’intrattiene spesso e a lungo col Signore, salendo sulla montagna per ascoltarlo e implorarlo; ed in quest’intimità con Dio, attinge la forza di stare sulla breccia ad intercedere per il popolo, fino al punto di compromettersi, di assumere la condizione del suo popolo: “Sì, è un popolo di dura cervice, ma tu perdona le nostre colpe ed il nostro peccato” (Es 34, 8).
Si rende addirittura solidale con quel peccato che lui, personalmente, non ha commesso, anticipando e prefigurando la solidarietà del Figlio di Dio con gli uomini peccatori.
Davide incarna la preghiera dell’uomo fragile, che sperimenta la sua debolezza ma non la dissimula né vi si ripiega, ma anzi la riconosce umilmente: “Ho peccato contro il Signore” (2 Sam 12, 13). “Riconosco la mia colpa” (Sal 51, 5). Cade, ma “non rimane a terra, perché il Signore lo tiene per mano” (Sal 37, 4). Pecca, ma non cessa di aspirare all’unione con Dio, perché sa che “il Signore fa sicuri i passi dell’uomo e segue con amore il suo cammino” (Sal 37, 23). Perciò lo cerca, si aggrappa alla sua mano, chiede la purificazione dal peccato, implora un cuore nuovo e puro, invoca il dono dello Spirito Santo (cf. 51, 9.12.13). Il peccato non lo distoglie dal suo cammino, anzi ve lo rilancia con una coscienza umile e con una volontà determinata: “Sostieni in me un animo generoso”. E così diventa il testimone appassionato della misericordia ricevuta: “Insegnerò agli erranti le tue vie e i peccatori a te ritorneranno”.
La preghiera ha fatto passare Davide dall’alienazione del peccato all’amicizia con Dio: “Rendimi la gioia di essere salvato… La mia bocca proclamerà la tua lode” (Sal 51, 14.15.17).
Gli educatori della fede e della preghiera del popolo che cerca il volto di Dio, sono i Profeti. La loro preghiera è ascolto della Parola di Dio, talora un dibattito od un lamento, sempre un’intercessione.
Padre dei profeti è Elia. Egli è colui che annuncia l’assoluto di Dio e ne proclama con coraggio l’unicità. È colui che da solo tiene testa ai quattrocentocinquanta falsi profeti di Baal ed esige che il popolo scelga coerentemente tra la fedeltà a Dio e il culto degli idoli.
La preghiera di Elia è l’esperienza del Dio vivente: colloquio schietto, invocazione accorata, consegna di sé nella situazione di solitudine, di stanchezza e di paura (cf. 1 Re 19, 3:4).
Pur avendo la tempra del lottatore indomabile, alla fine Elia è stanco, desideroso di morire: “Ora basta, Signore, prendi la mia vita” (v. 4). Il suo rapporto con Dio non è cerebrale, ma esistenziale; non è teorico, ma vitale. Dio, per questo straordinario orante, è una presenza, una presenza viva ed operante: “Su, mangia — gli dice dopo avergli portato l’acqua e la focaccia — perché è troppo lungo per te il cammino” (v. 7). La preghiera in Elia, esprime ed alimenta la fede, stimola e sostiene l’impegno, genera una beatificante intimità con Dio.
Pregare, per Elia, è camminare alla presenza di Dio e goderne la compagnia, accoglierne la guida e gustarne la presenza, ardere di zelo per Lui e lasciarsi da Lui plasmare.
Infine, i Salmi esprimono e nutrono il dialogo del popolo ebreo con il suo Dio, sono “lo specchio delle meraviglie di Dio nella storia del suo popolo e delle situazioni umane vissute dal salmista” 5
Nei Salmi c’è tutta l’esperienza dell’uomo: i desideri, i bisogni, le aspirazioni, le paure, le angosce, i sentimenti, le passioni, le attese, le contraddizioni.
Giustamente scrive A. Chouraqui: “nasciamo con questo libro nelle viscere”. Perciò ogni uomo, in qualsiasi condizione personale e storica, può ritrovarsi protagonista, con lo Spirito Santo, di questo dialogo divino-umano, di questa eterna poesia.
†Giuseppe Costanzo
5) Catechismo della Chiesa Cattolica, 2588
LA PREGHIERA DI GESÙ
La nostra preghiera, personale o comunitaria, interiore o vocale, giunge al Padre per la sola via che è Cristo: “Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me” (Gv 14, 6). È lui, infatti, il Rivelatore del Padre (Gv 14, 9). È Lui l’unico Mediatore tra Dio e gli uomini (1 Tm 2, 5).
È il vincolo della nostra unione con il Padre: “In quel giorno saprete che io sono nel Padre e voi in me e io in voi” (Gv 14, 20). Mistero ineffabile di comunione di vita e di unità! Stupenda circolarità d’amore!
Pregare è quindi un’arte che dobbiamo imparare da Gesù, restando accanto a Lui, rivelatore e modello della preghiera.
Cercare di comprendere la sua preghiera è come accostarsi al roveto ardente. Il Nuovo Testamento ce lo fa contemplare mentre prega, ce lo fa ascoltare quando insegna a pregare e quando si impegna ad esaudire la nostra preghiera.
Contempliamo Gesù in preghiera. Egli è l’Orante per eccellenza. Pregare per Gesù è un’esigenza irrinunciabile, un bisogno del cuore. Spesso Gesù si sottrae alla folla e si ritira in disparte, nella solitudine, sulla montagna, a pregare.
Rimane a lungo in orazione, talora vi passa tutta la notte (cf. Mt 14, 23). Sta col Padre suo, in un cuore a cuore ineffabile ed inimmaginabile. Sa di essere il Figlio prediletto, vive costantemente proteso verso il Padre (cf. Gv 1, 18). Perciò lo cerca con ‘ardore del suo cuore, si lascia colmare dal suo amore, ne accoglie il progetto di salvezza.
Parla al Padre della condizione umana tiranneggiata dal maligno, devastata dal peccato, alienata da Dio; gli dice tutta la sua pena, gli presenta i bisogni e le speranze, gli manifesta la sua disponibilità a sacrificarsi perché gli uomini abbiano la vita ed una vita sovrabbondante (cf. Gv 10, 10).
Benedice il Padre, perché rivela ai piccoli la vera sapienza (cf. Mt 11, 25), lo ringrazia perché sempre lo ascolta (Gv 11, 41ss.), e non lo lascia mai solo (Gv 8, 29).
Tutti gli avvenimenti importanti della vita di Gesù sono preparati nella preghiera:
— Dopo il battesimo, “mentre Gesù…. stava in preghiera, il cielo si aprì e scese su di lui lo Spirito Santo… e vi fu una voce dal cielo: “Tu sei il mio Figlio prediletto, in te mi sono i compiaciuto” (Lc 3, 21.22).
— Prima di scegliere i dodici “Gesù se ne andò sulla montagna a pregare e passò la notte in orazione” (Lc 6, 12).
— Dopo essere stato “in un luogo appartato a pregare”, Gesù pose ai suoi la domanda circa la sua identità e ne ottenne la professione di fede di Pietro a Cesarea (cf. Lc 9, 18).
Mentre era sul monte a pregare “il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante” (Lc 9, 28-29). È il mistero della Trasfigurazione. Senza orazione non c’è trasfigurazione. Senza la preghiera non ci si eleva, ma si rimane nella palude.
— Nel Getsemani “si prostrò con la faccia a terra e pregava” (Mt 26, 39) e da quella preghiera attinse la forza dello Spirito che vince la debolezza della carne: “Non come voglio io, ma come vuoi Tu!… Sia fatta la tua volontà” (Mt 26, 39.42).
— Nella preghiera Gesù ottiene a Pietro il coraggio che lo libera dalla paura e la fedeltà nella testimonianza al Vangelo: “Simone, Simone, ecco Satana vi ha cercato per vagliarvi come il grano; ma io ho pregato per te, che non venga meno la tua fede; e tu, una volta ravveduto, conferma i tuoi fratelli” (Lc 22,31-32).
Sul finire della vita affida i suoi amici e discepoli al Padre e, risuscitato per la potenza dello Spirito, sempre vivo, continua ad intercedere a nostro favore (cf. Eb 7, 25).
— Sulla croce, stremato dalla sofferenza fisica, abbandonato dagli amici, schernito e tentato dai nemici, annichilito dal silenzio del Padre, non cessa di pregare: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?… Da me non stare lontano perché l’angoscia è vicina e nessuno mi aiuta… mia forza accorri in mio aiuto” (Sal 21, 2.12.20); pensando ai suoi carnefici, implora: “Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno” (Lc 23, 34).
Spirando, grida a gran voce: “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito” (Lc 23, 46).
Contemplando il Maestro in preghiera, nasce nel discepolo il desiderio di imitarlo: “Signore, insegnaci a pregare” (Lc 11, 1). Contemplando ed ascoltando il Figlio, i figli apprendono a pregare il Padre. Gesù, il divino Maestro, c’insegna le virtù e le disposizioni necessarie per una buona preghiera: la fede, la filiale audacia, la pazienza, la perseveranza, l’umiltà, la disponibilità a fare la volontà del Padre.
Quando preghiamo così, Gesù risponde: “Va’ in pace, la tua fede ti ha salvato”.
†Giuseppe Costanzo
LA PREGHIERA SACERDOTALE DI GESÙ
È la grande preghiera di oblazione e di intercessione del Salvatore nell’ora del sacrificio. È una preghiera densissima di tensione psicologica e di profondità teologica: un momento di effusione e di profondissima intimità con il Padre.
Prima di affrontare l’agonia, prima di scendere nella tomba, prima di trionfare sulla morte, Gesù prega. Una preghiera in cui “tutto è ricapitolato in Lui: Dio e il mondo, il Verbo e la carne, la vita eterna e il tempo, l’amore che si consegna e il peccato che lo tradisce, i discepoli presenti e quelli che per la loro parola crederanno in lui, l’annientamento e la Gloria. È la preghiera dell’unità” 6
In essa Gesù appare sovranamente libero e pienamente sottomesso; Servo e Signore; debole e pantocratore; il Sommo Sacerdote che prega per noi, che prega in noi e che ci esaudisce.
C’è in Lui la consapevolezza dell’ora (Gv 13, 1), l’inesprimibile solitudine di questo drammatico esodo dal mondo per far ritorno al Padre (Gv 16, 28), la coscienza dell’opera portata a compimento.
Ma soprattutto emerge con forza la sua ineffabile unione col Padre ed il suo incommensurabile amore per i fratelli, per tutti coloro che il Padre gli ha dato (cf. 17, 2.4). Gesù ci apre il suo cuore, ci rivela la sostanza della sua vita, ci comunica la sua gioia più intima.
Nel profondo della sua anima, vive costantemente proteso verso il Padre che è il suo centro, colui che dall’eternità lo ha generato e nel tempo lo ha inviato nel mondo: lo chiama “Padre” (vv. 1.5.21.24), “Padre Santo” (v. 11), “Padre Giusto” (v. 25), e dice esplicitamente che è “l’unico vero Dio” (v. 3).
Afferma di averlo glorificato sulla terra, compiendo l’opera affidatagli (v. 4); manifesta quali sono state le intenzioni ispiratrici della sua testimonianza nel mondo: far conoscere il suo nome agli uomini (vv. 3.6); annunciare loro la sua parola (v. 14), che è verità (v. 17); ed a tale scopo immola sé stesso (v. 19); li vuole ricolmi dell’amore del Padre (v. 26) e perfetti nell’unità (v. 23).
Gesù prega più per gli altri che per sé, com’era stata tutta la sua vita: una vita per gli altri.
In sintesi questa ricchissima preghiera di Gesù manifesta a noi la sua intimità col Padre, dalla quale sgorga questa intimità che non significa intimismo o sentimentalismo.
Essa è la relazione filiale di Gesù col Padre, mistero di ineffabile unità: il Padre è nel Figlio e il Figlio è nel Padre nell’unità dello Spirito Santo. “Una vita, una verità, un amore, eppure Tre viventi, Tre veraci, Tre amanti”. 7
L’intimità è dedizione autentica del Figlio al Padre; Gesù, infatti, si appella al suo impegno concreto e può rendere a se stesso e al Padre questa testimonianza: “Ti ho glorificato… compiendo l’opera che mi hai dato da fare…ho fatto conoscere il tuo Nome (vv4.6)
E nella sua dedizione al Padre non trascura i fratelli, ma li trascina in questo flusso vitale, in questa corrente d’amore; li strappa, alle tenebre e li introduce nella luce beatificante della vita divina: “Per loro io consacro me stesso, perché siano consacrati anch’essi nella verità” (v. 19) Una grande lezione di vita per noi discepoli inviati nel mondo ad annunciare il mistero di salvezza.
Di fronte all’immane compito della missione, potremmo essere tentati di attivismo, di sopperire alle nostre pochezze e limitatezze con la mole di attività e di lavoro, pensando inconsciamente che la salvezza dipenda dalla nostra intensa attività. L’attivismo può essere talora un’evasione dalla vera missione, che è in primo luogo un dono di luce.
La contemplazione ci aiuta a tenere l’occhio fisso sull’essenziale, alla meta, al centro. La preghiera ci rende coscienti che la leva della nostra azione non sta in noi, ma in Dio. In Lui è il punto di appoggio che Archimede cercava per sollevare veramente il mondo.
Né attivismo titanico, dunque, né contemplazione quietistica, ma contemplazione attiva. Da questa preghiera di Gesù possiamo comprendere la sublimità della nostra vocazione, che è l’unione d’amore con il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. “O anime create per vette così alte e ad esse chiamate, che cosa fate? In che cosa v’intrattenete? Vorrete essere così cieche dinanzi a tanta luce e sorde dinanzi a richiami così autorevoli?” 8
Lo Spirito santificatore, dolce ospite dell’anima e maestro interiore, ci afferri e ci guidi, orienti la nostra liberta e plasmi il nostro cuore.
†Giuseppe Costanzo
6) Cf. Catechismo della Chiesa Cattolica, 2748.
7)-R. Guardini, Il Signore,419.
8) S. Giovanni della Croce, Cantico Spirituale, str. 38.
LE FORME DELLA PREGHIERA
La preghiera è il nutrimento dello Spirito: essa è per l’anima ciò che il sangue è per il corpo. Un corpo esangue non vive. Pregare è indispensabile. La Chiesa degli Atti è fatta di cristiani “assidui e concordi nella preghiera” (At 1, 14). La preghiera della Chiesa è suscitata dallo Spirito Santo, è fondata sulla fede apostolica, è autenticata dalla carità.
Conosciamo dalla Bibbia diverse forme di preghiera.
La preghiera di benedizione che ha molta affinità con l’adorazione, il ringraziamento e la lode, è la risposta dell’uomo ai doni di Dio. L’uomo risponde alla benedizione ottenuta, benedicendo Colui che ne è l’origine. “Benedici il Signore, anima mia; non dimenticare tanti suoi benefici” (Sal 103, 2). Talvolta, poi, l’uomo implora la benedizione e la grazia dello Spirito Santo, che per mezzo di Cristo discende dal Padre. E Lui che ci benedice.9
L’adorazione è la preghiera più pura perché cerca Dio e lo esalta, non per i benefici che ci elargisce, ma per ciò che Egli è in sè stesso; per la sua gloria immensa. È prostrazione umile: l’essere umano si getta ai piedi del suo Creatore e riconosce e proclama la sua signoria: “Venite, prostrati adoriamo, in ginocchio davanti al Signore che ci ha creati… noi il popolo del suo pascolo, il gregge che egli conduce” (Sal 95,6.7).
È attrazione irresistibile, struggente desiderio di unione, rapimento in Dio: “A Te anela la mia carne… A Te si stringe l’anima mia…” (Sal 63, 2.9); “Il mio diletto è per me ed io per lui” (Ct 2, 16).
È riposo in Colui che è la sorgente dell’essere e la meta del nostro pellegrinaggio: “Solo in Dio riposa l’anima mia; da lui la mia salvezza… da lui la mia speranza” (Sal 62, 2.6); “Alla sua ombra, cui anelavo, mi siedo e dolce è il suo frutto al mio palato” (Ct 2, 3).
È sguardo amoroso al Padre che ci ama e ci salva: “Guardate a Lui e sarete raggianti” (Sal 34, 6); “Signore, chi ti guarda risplende”.
È immersione nel mistero che ci trascende e ci avvolge: “Veramente Tu sei un Dio misterioso, Dio d’Israele, Salvatore” (Is 45, 15).
È silenzioso ascolto di Colui che ci parla anche quando tace, che ci guida con la luce della fede e ci nutre con la sua Parola: “Sta’ in silenzio davanti a Dio e spera in Lui” (Sal 37,7).
È dimenticare il proprio “io” per contemplare il “Tu” di Dio: “Di Te ha sete l’anima mia… Nel santuario ti ho cercato per contemplare la tua potenza e la tua gloria” (Sal 63,2.3). È il cuore a cuore col Padre, con lo Sposo, con l’Amore: “Mio Dio, Trinità che adoro, aiutami a dimenticarmi interamente per stabilirmi in Te immobile e tranquilla come se la mia anima fosse già nell’eternità” (B. Elisabetta della Trinità).
La preghiera di domanda esprime la coscienza della nostra indigenza e della nostra indegnità; ci fa chiedere anzitutto il perdono dei peccati, poi il Regno e tutto ciò che ci occorre per accoglierlo e promuoverlo.
Importante è l’intercessione perché ci fa simili a Gesù, il grande Intercessore, e allo Spirito Santo che “intercede per noi secondo i disegni di Dio” (Rm 8, 26-27).
Chi sa intercedere ha il cuore sintonizzato col cuore misericordioso di Dio ed è consapevole di esercitare un ruolo sacerdotale di mediazione come Mosè: “aveva già deciso di sterminarli, se Mosé, suo eletto, non fosse stato sulla breccia di fronte a Lui, per stornare la sua collera dallo sterminio” (Sal 106, 23).
L’intercessione è efficace, quando è compassionevole e disinteressata, Ci aiuta a perdonare e a pregare anche per chi ci fa del male.
La preghiera d’intercessione ci fa raggiungere le distanze più lontane, ci fa penetrare nelle situazioni più inaccessibili, ci fa accostare le persone più irraggiungibili, ci fa compiere i prodigi dell’amore.
La preghiera di ringraziamento nasce nel cuore di chi sa accorgersi che il Signore lo ha colmato dei suoi doni e, accogliendoli dalle sue mani, alza la voce per dirgli: “Grazie, tutto proviene dalla tua bontà infinita, tutto ciò che ho e che sono è Tuo. Tutto è grazia”.
Dove non c’è capacita di dire “grazie”, non c’è la gratitudine né il senso di Dio e della vita come dono e partecipazione, che dilata l’animo nella gioia.
La preghiera di lode è quella che più immediatamente riconosce che Dio è Dio! Lo canta per sè stesso, gli fa festa, gli rende gloria perché Egli è, a prescindere da ciò che fa. Secondo la bella espressione del catechismo, la lode, attraverso la beatitudine del cuore puro che sa vedere Dio nella fede, anticipa la beatitudine del cielo, dove nella gloria vedremo e loderemo Dio.
Tutte le forme di preghiera sono contenute ed espresse nell’Eucaristia che è il sacrificio di lode per eccellenza, l’oblazione pura di tutto il Corpo mistico di Cristo, a gloria del suo nome.10
Nella Liturgia Eucaristica siamo chiamati ad offrire noi stessi con Cristo, per Cristo, in Cristo, “come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio” (Rm 12, 1). In questa misteriosa unione siamo chiamati “a non conformarci alla mentalità di questo secolo ma a lasciarci trasformare, rinnovando la nostra mente per poter discernere la Volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto” (cf. Rm 12, 2). Diventiamo noi stessi eucaristia vivente e tutta la nostra vita diventa adorazione e ringraziamento.
Ricevendo l’Eucaristia, infatti, veniamo trasformati in Cristo. Entriamo in un rapporto sempre più intimo con Lui, per poi “uscire” con Lui lungo le strade e inserirci nell’avventura degli uomini.
Dopo avere adorato la presenza reale di Cristo nel Pane e nel vino consacrati, veniamo noi stessi abilitati ad assicurare la presenza reale di Cristo nel mondo attraverso la nostra testimonianza, il nostro impegno, per soddisfare la fame di senso e d’amore, la fame di Dio che attanaglia tanti nostri fratelli ricchi e poveri. Quando l’Eucaristia finisce come azione liturgica, incomincia come celebrazione della vita, come sacrificio di una vita che dà lode a Dio, che gli ridà “amore per amore”. Infatti Gesù, nei segni del pane spezzato e del vino versato per la salvezza di tutti noi peccatori, ci insegna come si ama: scomparendo, non cercando di emergere; servendo, non spadroneggiando; perdonando, non ricattando; promuovendo, non assoggettando.
Il Signore ci doni — oggi e sempre — un cuore grande: per benedire ed adorare, per ringraziare e lodare.
†Giuseppe Costanzo
9) Catechismo della Chiesa Cattolica, 2627.
10) Catechismo della Chiesa Cattolica, 2643
LE FONTI DELLA PREGHIERA
Gli impegni incalzanti, i ritmi serrati delle nostre giornate, la dissipazione interiore rendono difficile la vita di preghiera. Per pregare, bisogna volerlo. Non basta sapere quel che le Scritture ci dicono sulla preghiera: è necessario anche imparare a pregare. Il grande pedagogo che ce lo insegna è lo Spirito Santo. È Lui il Maestro interiore.
Fonti della preghiera sono la Parola di Dio, la Liturgia della Chiesa, le virtù teologali.
La Parola di Dio ci pone in ascolto di Dio che ci apre il suo cuore, ci svela i suoi disegni, ci parla come ad amici. Essa suscita ed alimenta il nostro colloquio filiale col Padre, illumina la mente, plasma e consola il nostro spirito. La Parola di Dio accende nel cuore l’amore, nutre la pazienza e la speranza, orienta le scelte e traccia il cammino da percorrere alla sequela di Cristo. La sua mirabile azione viene così sintetizzata dai Padri della vita spirituale: “Cercate leggendo e troverete meditando; bussate pregando e vi sarà aperto dalla contemplazione”.11 Perciò la prima cosa che dobbiamo fare di fronte alla Parola di Dio è prestarle vigile attenzione, accoglierla come la più potente delle parole perché è “viva ed efficace” (Eb 4, 12). Nessuno può restare inerte di fronte alla Parola del Dio Vivente.
Dobbiamo meditarla, lasciarla penetrare e consentirle di mettere radici nel nostro cuore perché questa è la Parola che ci fa vivere.
Durante la Seconda Guerra mondiale, i tedeschi fecero un esperimento su alcuni bambini abbandonati in un ospizio: li esclusero da ogni contatto umano, non permettendo ad alcuno di rivolgere loro la parola. In breve tempo i bambini morirono tutti.
Per vivere, la parola è altrettanto necessaria del cibo; essa è portatrice di vita. Gli Ebrei lo avevano compreso bene ed il Salmista così recitava: “La tua Parola mi fa vivere. Dammi vita secondo la Tua Parola” (Sal 119, 50.107).
Altra fonte della preghiera è la Liturgia della Chiesa. Scriveva E. Stein: “Autentica vita cattolica sarà sempre anche vita liturgica. La vita di chi prega con la Chiesa “in spirito e verità”, viene formata da questa preghiera poiché la preghiera della Chiesa è la preghiera di Cristo sempre vivo. La vita di orazione (in terra ed in cielo) di Gesù è la chiave che c’introduce nella preghiera liturgica“.
“Il mistero della salvezza che la Liturgia annuncia, attualizza e comunica, prosegue nel cuore che prega. Non a caso i Padri della vita spirituale talvolta paragonano il cuore ad un altare. La preghiera interiorizza ed assimila la Liturgia durante e dopo la sua celebrazione“12, se c’impegniamo a trovare “tempi riservati all’approfondimento spirituale, altrimenti questa lode degenererebbe in un semplice balbettio privo di vita“.
La partecipazione alla liturgia e la preghiera personale sono vivificate dalle virtù teologali, che il cristiano riceve nel battesimo.
La fede, la speranza e la carità ci fanno entrare in rapporto con Dio e ci aiutano a perseverare in preghiera.
La fede ci fa conoscere Dio in se stesso, nei suoi misteri e ci fa accogliere i segni della sua presenza; ci fa cercare il suo volto, ci spinge ad ascoltare e a custodire la Parola.
La speranza ci fa desiderare Dio e insieme ci assicura che già ora lo possediamo nella fede e dopo la morte lo vedremo nella gloria così come Egli è; ci fa vivere gioiosamente protesi verso il Signore che torna. Essa non delude, perché “l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito che ci è stato dato” (Rm 5, 5).
La carità ci rende partecipi dello scambio d’amore del Padre e del Figlio nello Spirito Santo. L’Amore, quindi, è la sorgente, la sostanza e il culmine della preghiera perché ci unisce a Dio.
In quanto rapporto con Dio, la preghiera non si limita — o non dovrebbe limitarsi — a determinati momenti, ma si estende a tutta la vita. Dio si rivela e interpella la nostra libera risposta anche con gli avvenimenti di ogni giorno, con le vicende liete e tristi della vita e tutto è dono del suo amore di Padre. “Tutto è Grazia”.13
Impariamo a impastare di preghiera le situazioni quotidiane, anche le più umili, facendo di tutto gioiosa offerta al Signore, dandogli la nostra risposta di amore filiale.
Nulla è inutile, nulla è perduto di ciò che è fatto con amore. Tutto può essere lievito, che trasforma la storia e rende il mondo più conforme al progetto di Dio.
†Giuseppe Costanzo
11) Guigo il Certosino, Scala claustrale,PL184,,476c.
12) Catechismo della Chiesa Cattolica, 2655.
13) S. Teresa di G.B. Scritti, Novissima Verba, Roma 1970
LA PREGHIERA E LA FEDE VISSUTA
La preghiera nasce dalla fede e alimenta la nostra fede. Pregare è compiere un atto di fede radicale, di fiducia filiale: è credere che Dio è il mio Dio e mi ama. Credere, in definitiva, è credere all’amore di Dio Creatore e Padre. Solo la fede nel suo amore suscita il nostro amore, che si esprime poi nella preghiera.
Pregare, quindi, è il momento della verità del cuore e del suo amore preferenziale: “Dov’è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore” (Lc 12, 34). Chiediamoci: chi è Dio per me? Che posto occupa nel mio cuore e nella mia vita? È unico o è uno fra tanti? È il mio Signore o sono tiranneggiato da tanti padroni? È davvero il mio tesoro o sono asservito a tanti idoli? Tesoro dice rapporto col cuore. Indica una realtà a cui si è affettivamente legati: un bene da cui dipende il senso e la felicità della mia vita. Dov’è il mio tesoro, lì è la mia fiducia, la mia sicurezza, la mia consolazione, il mio Dio. Ci vogliono occhi e luce speciale, la luce della fede, per scoprire questo tipo di tesoro. Vediamo, allora, con l’aiuto di un’approfondita analisi di A. Pronzato, di riflettere su questa fondamentale virtù del credente che consegna a Dio tutta la sua vita. “Credere è affrontare l’imprevedibile. La fede fornisce una bussola, stabilisce una meta sicura — con la garanzia della presenza di Dio — ma non offre a nessuno un programma di viaggio.
Gli Ebrei dell’Esodo si mettono in cammino per un viaggio sconosciuto. Abramo partì senza sapere dove andava“
Soltanto le ideologie definiscono con precisione gli obiettivi, le tappe, ecc.
La fede, però, non è un’ideologia; poggia, invece, su una Parola che spinge in avanti anche in mezzo alla notte più buia, alle contraddizioni, alle incertezze. Chi è in stato di esodo sa che esiste certamente da qualche parte la Terra Promessa, ma percorre il deserto. E l’unica certezza è che resta ancora molto da camminare.
Credere è accettare di essere provati senza perdere, nella prova, la fiducia in Dio. Egli non dispensa nessuno dalla prova. Proprio perché vuole “saggiare” la robustezza, l’affidabilità di una persona. La fede di Abramo è stata messa lungamente alla prova.
La prova, per noi, può assumere diverse forme: sofferenza, contrarietà, persecuzioni, assenze o ritardi di Dio, apparente trionfo delle forze del male, delusione per la mancata realizzazione dei nostri progetti…
Credere è saper vedere lontano. Il credente è l’uomo o la donna dell’al di là: al di là delle apparenze, del visibile, delle false grandezze, del contingente, del materiale.
Il credente è testimone di un altro mondo, di altri valori, di altri ideali che non siano l’avere, il potere, il guadagnare, il fare carriera.
Credere è vedere oltre i risultati immediati. “La fede è fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono” (Eb 11, 1). Credere è contare e riposare sulla fedeltà di Dio, anche quando le mani sono vuote e tutta la vita sembra un fallimento. Credere significa non temere. “Non temere” dice Dio ad Abramo, a Mosè, a Giosuè, a Geremia…
“Non temere” ripete l’angelo a Maria nel momento dell’Annunciazione. “Non temere“, si sente dire Giuseppe tormentato dal dubbio (Mt 1, 20). “Non temere” dice Cristo a Paolo, al discepolo che subisce la prova e la persecuzione. “Ti basta la mia grazia“. “Io sono con te”, “La mia forza si manifesta pienamente nella debolezza” (2 Cor 12, 9).
La paura blocca l’impegno, paralizza l’azione, spegne la voce e chiude la bocca alla preghiera.
Gesù dice: “Non temere, piccolo gregge”, “perché temete, uomini di poca fede?” (Lc 12, 32; Mt 8, 26).
La radice di tante paure è la mancanza di fede e di fiducia. Se il cuore è pieno di Gesù, sarà vuoto di paura, perché Gesù placa tutte le tempeste; perché Gesù ci dona il suo Spirito, che è principio di libertà interiore, luce che dissolve le paure, balsamo che dona pace al cuore. Gesù non ci ha dato “uno spirito di timidezza, ma di forza, di amore e di saggezza” (2 Tm 1,7).
“Talvolta — dice il Catechismo — ci rivolgiamo al Signore come all’ultimo rifugio ma ci crediamo veramente? Cioè, siamo leali quando gli diciamo: ‘Ti amo, Signore, mia forza, Signore, mia roccia, mia fortezza, mio liberatore’ (Sal 18, 1)? Siamo veritieri quando lo proclamiamo nostra ‘rupe’, nostro ‘scudo e baluardo’, nostra ‘potente salvezza’? Siamo sinceri quando affermiamo: ‘Sei tu il mio Signore, senza di te non ho alcun bene’ (Sal 15, 2)?”.
Se queste parole riflettono pensieri della mente e sentimenti del cuore, la preghiera non può essere relegata all’ultimo posto, costantemente mortificata e ritagliata. Non possiamo pensare a pregare solo se non c’è nulla di più importante da fare. Nulla, infatti, è più importante, nulla più urgente della preghiera.
Perché là dove si prega si sta con Dio e si decide la storia del mondo. Là dove si prega, c’è Cristo che opera, c’è la forza di Dio.
Si respira Dio, si irradia Dio. Dove si fa vera preghiera cresce l’amore, cresce il distacco dal male, cresce la fedeltà al dovere.
La volontà di Dio diventa il criterio supremo delle nostre scelte.
E quando la volontà di Dio conta più di qualunque nostro progetto, allora siamo giunti alla vetta della fede e dell’amore.
È questione di fede in Colui che ci ha detto: “Senza di me non potete far nulla” (Gv 15,5).
E’ questione d’amore che ci fa trovare il tempo da dedicare alla preghiera. Allora non c’è né presunzione né scoraggiamento.
C’è solo una vita che respira in Dio.
†Giuseppe Costanzo
LO SPIRITO PREGA IN NOI
“Dio ha mandato nei nostri cuori lo Spirito del Figlio suo, che grida: Abbà, Padre” (Gal 4, 6). È lo Spirito Santo il principio, come è il vincolo di comunione del Padre e del Figlio; è il dinamismo interiore che ci muove a pregare e ci dà il gusto e l’esigenza della preghiera.
È lo Spirito che infonde nel cuore la coscienza della figliolanza divina. È Lui che ci fa non solo sapere, ma anche sperimentare che siamo figli di Dio, perché è Lui che lo “attesta al nostro spirito” (Rm 8, 16). E quando c’insegna a gridare Abba! — scrive Diadoco di Fotice — “è come una madre che insegna al proprio bambino a dire ‘papà’ e ripete tale nome con lui, finché lo porti all’abitudine di chiamare il padre anche nel sonno”14.
Dire “Padre” significa aprirsi ad un mistero d’amore e di misericordia.
Lo Spirito Santo ci fa conoscere il Padre, ci fa comprendere “il mistero del suo volere” (Ef 1,9), ci fa sperimentare il suo amore, ci fa obbedire ai suoi comandi; ci fa avvertire nella Persona del Padre la dolcezza di una presenza tenerissima, ma insieme la trascendenza di Colui che sta nei cieli ed è l’Onnipotente, l’Immenso, il Santo.
Lo Spirito plasma ogni aspetto del nostro rapporto filiale con Dio: la fiducia, l’obbedienza, la confidenza, la sofferenza, l’adorazione, la contemplazione. Egli è “la scala della nostra ascesa a Dio” (S. Ireneo); ci attira al Padre, suscita in noi la nostalgia di Lui, ci mette in cuore un desiderio ardente di vedere il suo volto (cf. Sal 42, 3; 63, 2-3).
Talvolta ci è dato di comprendere la paternità di Dio con una percezione intensa e repentina che inonda l’anima di luce ed il cuore di tenerezza; talaltra l’anima è cosi sopraffatta dalla maestà e dalla trascendenza del Padre da restare come catturata da questa grandezza al punto da non poter procedere oltre nella preghiera del “Padre nostro”. Era ciò che accadeva frequentemente a S. Francesco e a S. Caterina.
Ma anche quando la preghiera è faticosa e arida e il Padre sembra assente o lontano, nella fede e nel filiale abbandono si trova un’intima pace. Preghiamo non per la nostra consolazione ma per la gioia che diamo al Padre.
Lo Spirito Santo anima silenziosamente questo rapporto, sostiene invisibilmente il nostro gemito, suscita i nostri desideri, fa scaturire in noi l’amore, dona perseveranza ed umiltà nella struggente ricerca di Dio. “E Colui che scruta i cuori sa quali sono i desideri dello Spirito” (Rm 8, 27). Ecco come lo Spirito “viene in aiuto alla nostra debolezza” (Rm 8, 26) e dà vigore alla nostra preghiera.
Dobbiamo educarci a percepire nella fede la sua presenza e a cogliere la sua azione: certe intuizioni improvvise, certe mozioni interiori, quel senso di gioia e di pienezza che a volte si sperimenta, quel rimorso di coscienza che dà una vera contrizione, quel bisogno di adorare e ringraziare, di cantare e lodare, sono segni della presenza dello Spirito che opera in noi.
Dobbiamo allenarci nella virtù della docilità. Forse dobbiamo implorare lo Spirito Santo perché pieghi la nostra volontà ribelle, orienti la nostra libertà oscillante.
Dobbiamo dirgli infinite volte, senza stancarci: “piega ciò che è rigido, scalda ciò che è gelido, raddrizza ciò che è sviato, irriga ciò che è arido” (Sequenza).
†Giuseppe Costanzo
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14) Filocalia, 1, Torino 1982, p. 370.
LO SPIRITO DI GESÙ
Lo Spirito ci è stato dato attraverso Cristo (cf. Gv 14, 16). Ed è l’amore a Cristo, concreto ed operoso, fondato sull’accoglienza della Parola e sulla pratica dei comandamenti, che apre all’uomo la via della comunione trinitaria. Solamente attraverso Cristo riceviamo lo Spirito: “Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Consolatore” (Gv 14, 16). Ma anche la conoscenza del Figlio è dono dello Spirito. È Lui che a Pentecoste dà a Pietro un’illuminazione così forte circa la persona e l’opera di Gesù da proclamarlo con certezza Signore e Cristo (At 2, 36). Paolo afferma che ad opera dello Spirito Santo Gesù Cristo è manifestato “Figlio di Dio con potenza” (Rm 1, 4).
Egli afferma esplicitamente che nessuno può dire che Gesù è il Signore se non grazie ad un’interiore illuminazione dello Spirito (cf. 1 Cor 12, 3).
Ed è sotto l’influsso dello Spirito Santo che la Chiesa, attraverso la Parola di Dio e la celebrazione liturgica, ci insegna a pregare il Signore Gesù: il Nome potente, il Nome che salva e che ricapitola tutto in sé, Dio e l’uomo, l’economia della creazione e quella della redenzione. Solo sotto l’azione dello Spirito i credenti potranno comprendere il mistero della salvezza e conoscere l’amore di Cristo che sorpassa ogni conoscenza (cf. Ef 3, 18-19).
Nel IV Vangelo Gesù stesso spiega quale sarà l’opera del Paraclito nei suoi confronti: Egli prenderà del suo e lo annuncerà ai discepoli; ricorderà loro tutto ciò che ha detto, gli renderà testimonianza, li guiderà alla pienezza della verità circa il suo rapporto con il Padre.
Nella preghiera lo Spirito non solo ci dà la conoscenza ma anche l’intimità con Gesù.
Ce lo fa invocare e ce lo fa accogliere come Fratello, Amico, Maestro, Signore che ci ama e ci salva. La bella invocazione tramandata dai monaci — “Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, abbi pietà di me peccatore!” — ripetuta spesso con cuore attento, sotto l’impulso dello Spirito Santo, è una via semplice di preghiera continua ed è possibile in ogni tempo.
Lo Spirito Santo ci rende partecipi dei pensieri di Gesù, delle sue intenzioni e dei suoi sentimenti. Ci plasma un cuore simile al cuore di Cristo. Ci trasforma in Lui, sì da poter affermare che è lo Spirito del Figlio che prega in noi. Nella preghiera, specie in quella contemplativa, l’azione dello Spirito consiste nel trasfigurare e trasformare il credente in Cristo: “riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, veniamo trasformati in quella medesima immagine di gloria in gloria, secondo l’azione dello Spirito del Signore” (2 Cor 3, 18). Si capisce allora l’insistenza con cui l’Apostolo esorta a non spegnere lo Spirito (cf. 1 Ts 5, 19), a non rattristarlo (cf. Ef 4, 30), a camminare secondo lo Spirito (cf. Gal 5, 16); si capisce l’augurio che i fedeli siano potentemente rafforzati dallo Spirito nell’uomo interiore (cf. Ef 3, 16), anzi ne siano “ricolmi” (cf. Ef 5, 18).
Come, dunque, non pregare lo Spirito Santo? Come non invocare la sua presenza dolcissima e la sua azione in noi? Egli è lo Spirito creatore. È il Dono del Padre e del Figlio. È colui che illumina la mente e riscalda il cuore, infondendo la volontà d’amare.
È lo Spirito che ci trasporta nel flusso d’amore del Padre e del Figlio. E Spirito di Carità e d’Unità che ci fa dimenticare noi stessi per amare gli altri e ci fa superare i loro limiti nel perdono cordiale.
È Spirito di Verità, che dona ai piccoli ed ai semplici il gusto della Parola, la luce per penetrarla, la “parrhesia” per annunciarla e accendere nel cuore la passione per il Regno e lo zelo per l’evangelizzazione. È Lui, lo Spirito di Santità, che incessantemente ci sprona perché la vocazione alla santità resti l’ideale grande della nostra vita.
Lo Spirito ci inonda di pace e di gioia anche quando tocchiamo con mano le nostre miserie. Se è lo Spirito a condurci, anche davanti alle colpe degli altri non proveremo sdegno ma compassione, non scandalo ma misericordia. La preghiera infatti ci fa entrare in sintonia con la misericordia del Salvatore.
Se è lo Spirito ad animarci, sapremo guardare anche alle rughe della Chiesa col cuore dei figli, che soffrono per la madre ma non se ne vergognano, non l’accusano, non le voltano le spalle; accettano invece di soffrire in silenzio, di pazientare senza diventare insofferenti, di patire per la Chiesa e — se Dio lo permette — anche da parte della Chiesa. Egli è il Padre dei poveri, la luce dei cuori, il dolce ospite dell’anima. Diciamogli spesso: “Vieni, Santo Spirito, riempi il cuore dei tuoi fedeli e accendi in noi il fuoco del tuo amore”.
†Giuseppe Costanzo
I MAESTRI DI PREGHIERA
La preghiera è il respiro dell’anima. Il suo necessario ossigeno. Senza di essa l’anima muore di asfissia. Ma chi sono i maestri di preghiera? Quali le guide?
Nel nostro impegno di imparare a pregare ci è maestro lo Spirito Santo, ma ci sono di guida tutti quelli che ci hanno preceduto in questo cammino. Ci circonda una nube di testimoni. Sono i Santi, che ci assistono con le loro preghiere, ci trascinano coi loro esempi, ci istruiscono con i loro scritti nei quali ci hanno trasmesso la loro testimonianza dell’Amore di Dio.
Ci sono le diverse “spiritualità“: esse, nella loro ricca diversità, riflettono l’unica e pura luce dello Spirito Santo, sono come sentieri per chi vuole scalare la montagna del Signore. Mettono in luce aspetti particolari della preghiera e insieme costituiscono la tradizione vivente della preghiera della Chiesa.
Il primo luogo di educazione alla preghiera è la famiglia cristiana, dove i genitori fanno conoscere ai figli l’amore fedele di Dio, di cui è segno il loro stesso amore. I genitori cristiani aiutano i figli a vivere alla sua presenza nella vita quotidiana, a rivolgersi a Lui nella preghiera, così che tutta la loro vita possa diventare un’esperienza felice dell’essere figli di Dio.
Responsabili della formazione alla preghiera sono, poi, i ministri ordinati. Spetta ad essi il compito delicato ed esaltante di guidare il popolo di Dio alle sorgenti della preghiera: la Parola di Dio, la Liturgia, la vita Teologale, la presenza di Dio nelle situazioni concrete”15.
C’è inoltre la grande risorsa dei monaci, dei mistici, dei contemplativi. Sono gli esperti della preghiera, allenati a navigare nell’oceano di Dio, a vivere immersi nel mistero. Anche se vivono sconosciuti, contribuiscono misteriosamente a portare avanti questa grande nave, la Chiesa, che solca la storia.
Strumento fondamentale di educazione alla preghiera è la catechesi. Una catechesi chiara e adatta alle persone a cui si rivolge, fa sì che la Parola di Dio sia meditata e interiorizzata nella preghiera personale. Forte impulso alla preghiera può venire dalla partecipazione ai gruppi di preghiera, a condizione che questi attingano alle fonti autentiche e curino la comunione ecclesiale.
Prezioso è, poi, il contributo della direzione spirituale. Lo Spirito Santo dà ad alcuni fedeli — uomini e donne — doni di saggezza, di fede e di discernimento. Costoro sono i veri servitori della vivente tradizione della preghiera e aiutano i singoli nel cammino della preghiera e della santità.
Occorre, infine, fare un cenno ai luoghi più propizi alla preghiera. Oltre la Chiesa, è importante l’oratorio personale o familiare, “angolo di preghiera” per incontrarsi col Padre nel segreto. Nella tradizione delle famiglie cristiane esiste un luogo dove bambini e adulti sostano in preghiera davanti a un’immagine sacra. Nei monasteri e nei santuari, inoltre, i cristiani possono trascorrere tempi di più intensa preghiera. Questi sono oasi refrigeranti nel deserto del mondo.
†Giuseppe Costanzo
15) Catechismo della Chiesa Cattolica 2686
I TEMPI DI PREGHIERA
P. Charles de Foucauld confessava: “Non appena sono arrivato a credere che c’era un Dio, ho compreso di non poter fare altro che vivere per Lui”. Pregare è un modo di vivere per Lui, che è la nostra Vita e il nostro Tutto. Pregare è ricordarsi di Dio, cioè, etimologicamente, richiamare al cuore Dio16, pensare a Lui con amore. Il ricordo è la memoria del cuore. Diceva san Gregorio Nazianzeno: “È necessario ricordarsi di Dio più spesso di quanto si respiri”17.
Gesù ci ha chiesto di pregare in ogni tempo, ininterrottamente. Ma questo non è possibile, se non ci si è allenati ad una disciplina della preghiera. Non si può far dipendere la preghiera dal sentimento o dall’umore. Occorre voler pregare, e quindi farsi un programma, fissare dei tempi da consacrare all’incontro con Dio. Sono i tempi forti — per intensità e per durata — che generano il gusto e l’esigenza della preghiera. Senza questi momenti forti non si giunge alla preghiera continua. Come, nei grandi viadotti autostradali, le lunghe campate poggiano sui grossi piloni, così la preghiera continua si fonda ed è alimentata dai momenti forti.
I momenti forti sono quotidiani (come la preghiera del mattino e della sera, prima e dopo i pasti, la Liturgia delle Ore), settimanali (come la preghiera e l’Eucaristia domenicale), mensili (come i ritiri spirituali), annuali (come il ciclo liturgico e le sue grandi feste o gli Esercizi Spirituali).
Occorre tenere presente che la preghiera non si può incasellare del tutto. Il Signore Gesù conduce ogni persona secondo tempi, ispirazioni, strade e modi che a Lui piacciono. E d’altra parte ogni persona ha un modo personale irripetibile nel rispondere a Dio nella preghiera. Come il rapporto tra un padre e ciascun figlio è particolare, così avviene nel dialogo di ogni cristiano con Dio.
Tuttavia nel cammino spirituale di ognuno ci sono tre espressioni importanti del nostro rapporto con Dio: la preghiera vocale, la meditazione e l’orazione.
Esse hanno in comune un tratto fondamentale: il raccoglimento del cuore.
È la condizione indispensabile di ogni preghiera.
†Giuseppe Costanzo
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16) R. Cantalamessa, L’eucarestia nostra santificazione, Milano 1983.
17 San Gregorio Nazianzeno, Orationes Theologicae, 1, 4: PG 36, 16B,
LE FORME DI PREGHIERA
a. La preghiera vocale
Ogni dialogo avviene attraverso un linguaggio; avviene soprattutto attraverso la parola. Dio ha parlato all’uomo rivelandosi. L’uomo risponde a Dio con la sua “parola”: parola del cuore soprattutto; ma secondo il comando divino — “amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la mente, con tutte le forze” — tutto l’uomo, nei pensieri della mente, nei gesti del corpo, nelle parole delle labbra, si rivolge a Dio.
La preghiera vocale è indispensabile nella vita cristiana. Essa è parte notevole della Liturgia. Gesù stesso, che è nostro modello, ha recitato i Salmi e ha partecipato alla preghiera della comunità ebraica nella Sinagoga e al Tempio.
Ai suoi discepoli attratti dalla preghiera silenziosa del Maestro, Egli insegna una preghiera vocale, il Padre nostro. E più volte nel Vangelo lo sentiamo esprimere a parole, a voce alta, il suo dialogo intimo con il Padre. In realtà la più interiore delle preghiere non può fare a meno di esprimersi a parole, almeno in qualche modo.
L’uomo, del resto, composto di corpo e di spirito, ha l’esigenza di associare anche il corpo alla preghiera interiore perché questa interezza è come una forza in più per la sua preghiera. E d’altra parte, Dio ha diritto all’omaggio perfetto di tutto il nostro essere, anima e corpo.
La preghiera vocale esprime la preghiera della Chiesa; è la preghiera delle folle di fedeli radunati nella celebrazione dei Santi Misteri ed è la preghiera della moltitudine immensa dei salvati, che cantano in cielo la gloria di Dio, secondo la bellissima visione dell’Apocalisse.
La preghiera vocale, però, non è quella puramente verbale, quando le labbra recitano preghiere mentre la mente e il cuore sono assenti. Questa non è neppure preghiera. La preghiera vocale autentica esige che alle parole si unisca la mente e il cuore. “Pregare è pensare a Dio con la mente nel cuore” (Teofane il Recluso).
La preghiera diventa interiore nella misura in cui prendiamo coscienza di Colui al quale parliamo. E così la preghiera vocale diventa una prima forma di preghiera contemplativa: è un modo efficace per raccogliere la mente e i sensi nell’intimo del cuore e incontrare Dio18.
b. La preghiera meditativa
Un secondo modo di pregare è la meditazione. Chi ha imparato a meditare è in grado di costruire la sua vita sulla roccia. La meditazione è soprattutto una ricerca condotta con la luce della fede e in clima di raccoglimento. Si cerca di penetrare ciò che Dio ha rivelato di sé, di comprendere il perché della vita cristiana per rispondere alle richieste del Signore. Il frutto di questa attività dello spirito è adesione consapevole al volere di Dio, l’accoglimento cordiale del suo disegno d’amore.
Il Catechismo della Chiesa cattolica dice che “ci vuole un’attenzione difficile da disciplinare”. Viviamo infatti in un ambiente generalmente ostile alla meditazione. Aggrediti dai rumori, assediati dal frastuono, risucchiati costantemente al di fuori, facciamo fatica a raccoglierci.
A fronte di un “Io” superficiale incalzato e agitato, c’è un “Io” profondo che intristisce e muore. Quando l’uomo si allontana dalle acque profonde della meditazione, si inaridisce e rischia di diventare interiormente sordo e cieco.
La meditazione si fonda anzitutto sulle Sacre Scritture, in particolare sul Vangelo. Nessun libro di preghiera è pari alla Bibbia. È un sussidio insostituibile “perché è sorgente pura e perenne di vita spirituale”20. La preghiera dev’essere impastata di Parola di Dio.
Più ne è imbevuta, più è ricca, nutriente e corroborante.
Ma sono pure importanti i testi liturgici, gli scritti dei Padri, le icone, le opere di spiritualità… E poi il grande libro della creazione, nonché quello della storia.
Può essere utile, per imparare a meditare, seguire un metodo. “Ma il metodo non è che una guida; l’importante è avanzare, con lo Spirito Santo, sull’unica via della preghiera che è Gesù”21. Per questo i Santi consigliano di fare oggetto di meditazione la Passione del Signore, dove il Suo “troppo grande” amore per noi si è rivelato ed esige con più chiarezza la nostra risposta d’amore.
Meditando si assimilano le verità di fede, si interiorizzano certezze, si scoprono i moti che agitano il cuore, si sente incoercibile il bisogno di dire: “Signore, che cosa vuoi che io faccia?” (“Rivelami, Signore, le tue vie, insegnami i tuoi sentieri”, Sal 25, 4).
Meditando si dinamizza tutto l’uomo, si mobilitano le sue facoltà, si suscita la conversione del cuore, si approfondisce il patto d’amore con Gesù, si rafforza la volontà di seguirlo.
c. L’orazione
Dopo aver riflettuto sulla preghiera vocale e sulla meditazione ci resta da parlare dell’orazione. Che cos’è l’orazione? S. Teresa di Gesù la definisce “un intimo rapporto d’amicizia, nel quale ci si intrattiene di frequente da solo a solo con quel Dio da cui ci sappiamo amati“22.
Non un rapporto statico, ma un rapporto vitale, per il quale la relazione d’amore con Gesù — e in Gesù con il Padre — diventa sempre più profonda e intensa. Un rapporto personalissimo, inimitabile, come inimitabile e unica è ogni persona che si accosta a Gesù: per questo anche la preghiera — e il cammino di preghiera di ciascuno — è irripetibile.
Nell’orazione cerchiamo Gesù come la Sposa dei Cantici cerca l’Amato del suo cuore, con una tensione appassionata.
Che cosa fare per entrare in orazione? La prima cosa da fare è prendere coscienza della presenza di Gesù, che, come abbiamo detto, è il Maestro, il Modello e il compagno della nostra preghiera.
La nostra preghiera è unione alla preghiera di Gesù. Quando ti metti in orazione Cristo è con te; e tu, da parte tua, mettiti alla sua presenza: “Guarda chi ti sta guardando” scrive S. Teresa di Gesù (Cam. 26, 3).
Il Catechismo della Chiesa Cattolica dice che occorre anzitutto ridestare la fede per entrare nella Presenza di Colui che ci attende, metterci nella verità davanti a Lui, facendo cadere le maschere dietro le quali istintivamente ci nascondiamo, e rivolgere il nostro cuore verso il Signore che ci ama al fine di consegnarci a Lui come un’offerta viva che lo Spirito Santo, con la Sua azione, deve purificare e trasformare.
È necessario, quindi, “raccogliere” il cuore, cioè richiamarlo dalla distrazione, sia all’inizio dell’orazione sia durante l’orazione stessa, ogni volta che torniamo a distrarci. E, così raccolti, dimorare in quella “stanza interiore” (cf. S. Teresa, Castello Interiore) consacrata dallo Spirito Santo e resa dimora di Dio.
Nell’orazione l’attenzione è polarizzata sulla persona di Gesù. Come in ogni incontro di amicizia è più importante lo stare insieme che le cose che ci si dice. Nel colloquio con Dio può entrare tutto ciò che riguarda Dio, il suo Mistero, il suo Regno, la sua Chiesa, e tutto ciò che riguarda me.
L’orazione è ascolto della Parola di Dio. “Contemplate le parole che escono dalla bocca del Maestro divino“, dice S. Teresa (Cam. 26).
Non un ascolto amorfo, ma un ascolto che si fa obbedienza di fede, accoglienza e adesione filiale, ad imitazione del “si” del Figlio fatto Servo obbediente e del “Fiat” di Maria.
L’orazione tende a semplificarsi e approfondirsi come ogni rapporto d’amicizia. All’inizio si ha bisogno di leggere, di meditare per muovere l’affetto e la volontà, si dicono tante cose. Nell’orazione, però, non si tratta di pensare e parlare molto, ma come di gettare piccoli ramoscelli sul fuoco dell’amore per alimentarli. Ci si aiuta anche con preghiere vocali.
Ma più cresce il rapporto con Gesù, più l’orazione diventa semplice sguardo di fede viva, attenzione amorosa e rigenerante.
Lo sguardo di Dio purifica il cuore; la sua luce trasfigura il nostro volto; il nostro cuore diventa misericordioso e compassionevole come il Suo, si accende di amore per Lui, vuole davvero seguire il Signore: “Camminiamo insieme, Signore; dovunque andrai Tu verrò anch’io” (S. Teresa di Gesù, Cam. 26).
È la comunione d’amore, apportatrice di vita per tutta la Chiesa e per il mondo intero — pur rimanendo nascosta nella fede a volte anche dolorosa — vissuta nel Mistero Pasquale di Cristo.
La migliore preparazione all’orazione e alla contemplazione è far piacere a Colui che ci ama, è cioè, la coerenza della vita con il Vangelo e l’esercizio delle virtù cristiane.
D’altra parte proprio stando spesso in orazione, guardando a lungo Gesù, si impara a imitarlo. E’ stato detto a ragione che la contemplazione è trasformante. Il cammino di orazione è il cammino della santità. Più che una forma di preghiera è una vita, è una progressiva interiorizzazione del rapporto d’amore, fino a potere dire con verità le parole di san Paolo:
“Vivo, ma non sono più io che vivo: Cristo vive in me” (cf. Gal 2, 20).
†Giuseppe Costanzo
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18) S. Teresa di Gesù, Cammino di perfezione, 24.
19) Catechismo della Chiesa Cattolica, 2705.
20) Dei Verbum, 21
21) Catechismo della Chiesa Cattolica, 2707
22) S. Teresa di Gesù, Vita, 8, 5.
LE DIFFICOLTÀ DELLA PREGHIERA
Si prega come si vive e si vive come si prega. Pregare non è facile. Presuppone sempre uno sforzo, perché la preghiera è una lotta: contro noi stessi anzitutto, contro l’uomo vecchio che si corrompe dietro le passioni ingannatrici (cf. Ef 4, 22) e contro le astuzie del Tentatore, che fa di tutto per distogliere l’uomo dalla preghiera, dall’unione con Dio.
Per pregare bisogna superare il timore degli “insuccessi” e andare avanti con fiducia malgrado lo scoraggiamento, la delusione e la tristezza che possiamo provare. “Dio dona la preghiera a chi prega“.
Gli ostacoli più frequenti sono: lo strapotere dei suoni dentro e fuori casa, il mito dell’efficienza, la scarsità di tempo. Siamo sempre indaffarati, frettolosi, agitati, incapaci di fermarci, di raccoglierci, di prendere in mano le nostre anime, di ripensare la nostra vita.
La preghiera, invece, richiede silenzio, calma e quiete.
Correre non vuol dire progredire. Per progredire occorre andare in profondità. Spesso, oggi si preferisce la novità alla profondità; la quantità alla qualità. Ci si illude che quanto più siamo incalzati dagli impegni, tanto più valiamo e siamo utili.
Un’altra difficoltà abituale della nostra preghiera è la distrazione. Irritarsi e prenderla di petto non serve. Dobbiamo imparare a lasciarla cadere, a sfruttarla per umiliarci, costatando la nostra fragilità. Ma dobbiamo anche imparare a prendere in mano tre “leve di comando“, per liberarci progressivamente dalle distrazioni e immergerci nella preghiera:
il pensiero, perché non continui a vagare, deve essere richiamato a pensieri di fede e alla Persona — Dio — alla quale parliamo;
la volontà, perché acquisti vigore;
il cuore, perché ridesti il suo amore preferenziale per il Signore e si offra risolutamente a Lui e si lasci da Lui purificare.
A questo scopo è necessario chiederci a quale padrone vogliamo servire. Può essere utile controllare la posizione del nostro corpo: il corpo o diventa alleato della preghiera o diventa ostacolo; può impedire la concentrazione, ma può anche favorirla.
Prendiamo consapevolezza che il nostro corpo è tempio dello Spirito Santo, dimora vivente di Dio (cf. 1 Cor 6, 19).
Soprattutto facciamo scendere sulla nostra debolezza la potenza di Dio. Spesso ci scoraggiamo perché guardiamo a ciò che riusciamo a fare con le nostre sole forze, anziché pensare a ciò che può fare Dio in noi con la sua potenza. E infine, attiviamo la virtù della vigilanza che ci tiene desti, perché desiderosi e in attesa del Signore che viene.
La fede, la speranza e la carità ci sono sempre di aiuto e stanno alla base della preghiera. La luce che non deve spegnersi è quella della fede; il fuoco che deve sempre ardere è quello dell’amore; l’acqua che zampilla sempre fresca è la speranza e la speranza non delude.
Un’altra difficoltà è l’aridità. Essa può derivare da svogliatezza e infedeltà e in questo caso il rimedio è la conversione del cuore. Ma c’è un’aridità con cui il Signore purifica il cuore di chi si applica seriamente all’orazione: insensibilità, oscurità, fatica, sensi di colpa… Come se Dio avesse abbandonato l’anima a sé stessa.
Attraverso l’alternanza di luce e di tenebre, di presenza e di assenza percepibili, di serenità e di turbamento, di calma e di lotta.
Dio ci purifica, ci costringe a cercarlo con purezza d’amore, prendendo coscienza della nostra povertà, della nostra pochezza, aggrappandoci sempre di più a Lui con l’amore della sposa del Cantico dei Cantici.
È l’ora in cui la grazia ci distacca e ci libera da tutto ciò che non è Dio o non porta a Dio. Può essere anche partecipazione all’agonia del Maestro, condivisione della sua morte, discesa con Lui nella tomba:
“il chicco di grano … se muore, produce molto frutto” (cf. Gv 12, 24).
È il cammino verso la santità.
Questi sono i tempi della fede pura e scarna, della gratuità. Quando proviamo gusto nella preghiera, corriamo il rischio dell’intimismo e dell’egoismo “spirituale”.
Invece, quando la preghiera è nuda, povera, senza soddisfazione, senza gusto né consolazione sensibili, allora è l’azione più pura che dà gloria a Dio e scava in noi spazi infiniti per la sua Presenza.
†Giuseppe Costanzo
PREGARE È UNA NECESSITÀ VITALE
Pregare è una necessità vitale, come il respirare, come il bere: se non respiri e non bevi muori asfissiato, disidratato.
Pregare è necessario come il pensare, come il capire; se non rifletti, ad un certo punto, perdi il senso delle cose: chi sei? Perché vivi? Perché soffri? Perché lotti? Perché muori? Non capisci più niente…
La preghiera invece è sorgente inesauribile di luce, di forza, di speranza che ci è stata data da Dio.
Pregare è necessario! Gesù ce lo ha insegnato con il suo esempio: passava la notte in preghiera e le sue giornate erano invisibilmente intessute da un dialogo d’intimità con il Padre. In Gesù l’adesione del cuore e di tutto l’essere a Dio è piena ed ininterrotta.
Da lui impariamo che la cosa più importante non è tanto ciò che si dice, ma ciò che si è; non è tanto ciò che si ha sulle labbra, quanto ciò che si ha nel cuore. Il Padre lo esaudiva sempre perché Egli faceva sempre le cose a Lui gradite (cf. Gv 4, 34; 11, 42).
Egli ci ha consigliato di pregare per far fronte alle lotte della vita. Sapeva che certi problemi sono pesanti. Sapeva che noi siamo fragili. Sapeva che il maligno si accanisce, che il mondo ci tenta, che la carne è debole. “Pregate — dice —per non entrare in tentazione” (Mc 14, 28).
A certi incroci della vita, solo la preghiera ci salva. In certe situazioni la forza dell’uomo non basta, la buona volontà da sola non regge. Si crolla. Si fa naufragio.
Per sopravvivere c’è bisogno dell’incontro diretto con la forza di Dio. Bisogno di ascoltare quella voce interiore che ci chiama: voce misteriosa ed esigente, inquietante e beatificante. Bisogno di quella Presenza, di quel mistero in cui “viviamo, ci muoviamo e siamo” (At 17, 28).
Bisogno di raccoglierci, di unificare la vita, di ricentrarla in Cristo; di verificare e di correggere la rotta; di sentire i palpiti di quel Cuore che pacifica e riscalda. E questo ci ritempra. Rigenera in noi la pazienza e la speranza, la voglia e l’esigenza della fedeltà.
Ha ragione san Giovanni Crisostomo: “Niente vale quanto la preghiera; essa rende possibile ciò che è impossibile, facile ciò che è difficile. È impossibile che cada in peccato l’uomo che prega“. E sant’Alfonso, in maniera laconica, afferma: “Chi prega, certamente si salva; chi non prega, certamente si danna“. La preghiera, l’adorazione, la contemplazione, se portate alle loro logiche conseguenze, non rendono estranei ai problemi più scottanti del proprio tempo. Anzi, danno lucidità e incisività di interventi.
Al mistico si può applicare la preghiera di Tagore: “Se conosco Te, nessuno mi sarà estraneo” Nessun uomo. Nessun avvenimento. Chi sa guardare in alto, è più lucido nel vedere la terra. La contemplazione di Dio affina lo sguardo e lo rende più penetrante.
†Giuseppe Costanzo
PREGARE SEMPRE
La preghiera è il respiro dell’anima, l’alito dello Spirito di Dio in noi. E’ impossibile vivere da figli di Dio senza pregare, come è impossibile vivere senza respirare. Quando il respiro si ferma, cessa la vita. Comprendiamo, allora, l’insegnamento di Gesù “sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi” (cf. Lc 18, lss.).
Ma come realizzare una preghiera costante? Occorre un rapporto personale, esistenziale, dinamico, profondo col Signore, che diviene, giorno per giorno, il centro e il senso della vita, l’amico fedele e fidato, il nostro compagno di viaggio. Bisogna aver chiaro — non solo a livello intellettuale — che Gesù è l’Alfa e l’Omega della storia, del mondo e della nostra storia personale, il fondamento e il compimento di tutto. Questo determina in noi un atteggiamento di radicale abbandono, di totale affidamento, di fedele discepolato, di vero e proprio innamoramento, che ci fanno pensare a Lui, vivere per Lui, desiderare intensamente l’unione con Lui.
È vero che la preghiera non è tutto, ma tutto deve cominciare dalla preghiera. Se tu ami il Signore, senti il bisogno di lasciarti accogliere da Lui, di stare spesso con Lui, di ascoltarlo, di parlargli, di dirgli che lo ami e di chiedergli che non si stanchi di amarti e di perdonarti.
Se hai raggiunto questo rapporto con il Signore — e lo ali-menti costantemente — tu pratichi non solo la vita di preghiera ma anche la preghiera della vita.
Pregare è cantare l’amore e la misericordia del Signore.
È coinvolgere Dio nella propria vicenda e nella vita familiare.
È invitare Gesù alle proprie nozze, come fecero gli sposi di Cana.
Dobbiamo rivolgerci a Dio anche nei momenti di festa e di gioia, non solo nei momenti tristi, nelle prove sconvolgenti, nelle ore disperate…Altrimenti si finisce per considerare Dio come una sorta di scialuppa di salvataggio per i casi di naufragio, quando non ce la facciamo più. Oppure ci facciamo l’idea di un Dio consolatore nei momenti di lutto e di pianto. È vero che la sofferenza e la croce sono l’appuntamento privilegiato di Dio con la nostra vita; però la preghiera è un rapporto quotidiano con Dio: è la gioia dell’incontro.
È la consapevolezza riconoscente che il Signore è importante per la nostra vita e noi siamo importanti per Lui.
Perciò la preghiera diventa clima di gratitudine, lode, affidamento; di ricerca operosa del Bene, del Vero, del Bello!
Pregare significa tenere le mani sul volante della vita. La vettura da sola non sta sulla strada, sbanda immediatamente. Così la nostra vita tende a sbandare subito o da una parte o dall’altra: verso l’idolatria delle cose o verso la schiavitù del lavoro. Si rischia di credere che la vita sia solo lavoro, o impegno nelle cose materiali, o solo divertimento… Appunto una vita allo sbando!
Tu preghi con la vita quando fai il tuo lavoro con competenza e trasparenza; quando accetti la solitudine, le incomprensioni e le tribolazioni per compiere bene il tuo dovere e restare fedele alle responsabilità assunte; quando gestisci il potere senza arroganza e con spirito di servizio; quando rispetti il creato, osservi le regole dell’etica professionale o ti spendi con gioia per il servizio all’uomo e alla società. In breve, tu preghi con la vita quando rispondi con fedeltà alla volontà di Dio, che penetrando sempre più capillarmente nella tua esistenza, la rende “un sacrificio vivente, santo e gradito a Dio” (Rm 12, 1).
Un cristiano maturo è colui che sa fare sintesi armonica di mente e di cuore, di preghiera e di vita, di contemplazione e di testimonianza. Quello che ci può aiutare sempre è l’esperienza dei santi: “Francesco non era semplicemente un orante, non era uno che pregava, ma era l’incarnazione della preghiera, era la realtà stessa della preghiera“. Dalla qualità della tua preghiera dipenderà la bontà della tua vita. Comincia subito: se preghi meglio, amerai di più.
Frutto dell’amore sarà il servizio. Frutto del servizio sarà la pace (Madre Teresa di Calcutta).
†Giuseppe Costanzo
LA CONFIDENZA FILIALE
Lo Spirito di Gesù apre il nostro cuore alla confidenza filiale verso il Padre. “La confidenza filiale — scrive il Catechismo della Chiesa Cattolica — è suscitata dall’azione di Dio nella storia“. Cioè, nasce dalla considerazione di ciò che Egli ha fatto per noi, dalla contemplazione adorante e grata delle meraviglie che Egli ha compiuto per la nostra salvezza.
La meraviglia più grande è la Passione e la Resurrezione del Figlio. Gesù è l’incarnazione dell’Amore: attraverso la Croce ci ha mostrato come il Padre ci ama, ci ha dato la dimostrazione suprema, la più inequivocabile: un Dio che ama l’umanità — che ama proprio te — fino a dare il proprio Figlio a morte…!
E’Amore che ti soggioga e ti butta in ginocchio e genera una salda certezza, un’incrollabile fiducia: Dio può tutto e mi ama, non mi abbandona mai. Sappiamo che l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori perché lo Spirito Santo ci è stato donato e che questo divino Spirito intercede dentro di noi con gemiti inesprimibili, secondo i disegni di Dio (cf. Rm 5, 5; 8, 26-27).
A questo punto la confidenza diventa addirittura audace e la preghiera non solo non sarà contraria alla volontà di Dio, ma diventerà cooperazione alla Provvidenza di Dio, al suo disegno di amore per gli uomini. Assecondando l’azione dello Spirito, il nostro cuore sarà trasformato: saprà sintonizzarsi col cuore del Padre, sottomettersi al suo santo volere e riconoscere che “tutti i sentieri del Signore sono verità e grazia” (Sal 25, 10).
La nostra fiducia in Dio si manifesta soprattutto nella tribolazione. Quando siamo duramente provati dalla vita, torchiati dal dolore, saggiati come oro nel crogiolo, questo è un “test” del nostro rapporto con Dio.
Un “test” che rivelerà la profondità della nostra fede, la verità del nostro amore, la limpidezza della nostra speranza. La solidità della nostra confidenza filiale viene messa alla prova, quando, a motivo degli avvenimenti e delle situazioni in cui ci troviamo, pensiamo che la nostra supplica non è esaudita e siamo tentati di non pregare più.
Lo scoraggiamento o — peggio — il risentimento in cui a volte si cade suscitano una domanda: chi è Dio per noi? Quale immagine di Lui è sottesa alla nostra preghiera? È uno strumento di cui servirci o un Padre di cui fidarci? La nostra preghiera mira a piegare Dio ai nostri progetti o a sottomettere la nostra volontà alla sua? Cosa crediamo che sia meglio per noi: ciò che vogliamo noi o ciò che vuole donarci Lui?
Ci fidiamo di più dei nostri progetti o del suo disegno? Sono domande di fondo. “Noi — dice san Paolo — nemmeno sappiamo cosa sia conveniente domandare”.
Perché allora irritarci quando Dio non esaudisce le nostre richieste? Dio è Padre, è Amore, è tenerezza infinita. Ci ama più di quanto noi possiamo amarci e “la sua Provvidenza, ogni mattina, si leva per noi prima del sole” (P. Lacordaire).
Noi viviamo avvolti dal suo amore di Padre.
Noi sopravviviamo ed il mondo continua ad esistere perché Egli è misericordia infinita. Il Padre nostro sa di quali cose abbiamo bisogno prima che gliele chiediamo. Non attende la nostra informazione per venirne a conoscenza, Aspetta però la nostra domanda per rispettare la nostra dignità di figli che liberamente chiedono e chiedendo prendono coscienza del loro bisogno e si aprono col desiderio ad accogliere il dono: esso può non essere quello da noi richiesto, ma è certamente quello di cui abbiamo veramente bisogno.
Dio — non dimentichiamolo — “ci ama fino alla gelosia“.
“Egli è infinitamente libero nella sua bontà, ed infinitamente buono nella sua libertà” (A. Dumas).
Maestro e modello della nostra preghiera — ripetiamo — è Gesù, che ha sempre cercato ciò che piace al Padre! “E pur essendo Figlio imparò l’obbedienza dalle cose che patì…” (Eb 5, 8).
Cristo ha portato sulla Croce tutte le nostre domande e il Padre le ha tutte esaudite nella Resurrezione. Ormai sappiamo che tutto ciò che chiediamo nel nome di Gesù, il Padre ce lo concederà (cf. Gv 15, 16). Sappiamo anche che il dono che tutti li comprende è lo Spirito Santo, Datore dei doni e Consolatore perfetto (cf. Lc 11, 13).
Lo Spirito Santo porta il cuore della creatura a vivere permanentemente in uno stato di abbandono e di confidente amore con la gioiosa semplicità dei bambini. Dice il Salmo: “Come un bimbo svezzato in braccio a sua madre… così è l’anima mia” (Sal 130, 2).
L’uomo non conta più sui suoi meriti, sulle sue forze, non presume più di sè stesso, ma conta solo sull’amore del Signore.
S. Teresa di Gesù Bambino diceva: “Com’è dolce abbandonarsi tra le sue braccia senza timori né desideri” (cf. L.235).
Noi, purtroppo, siamo frequentemente angustiati dai timori e sommersi dai desideri perché non siamo docili allo Spirito Santo che “attesta al nostro spirito che siamo figli di Dio” (Rm 8, 16).
Chiediamo in unione con Cristo ed in sintonia con lo Spirito che prega dentro di noi: il Padre ci ascolterà.
†Giuseppe Costanzo
LA PREGHIERA DI MARIA
Maria è modello di vita spirituale perché è anzitutto donna del silenzio e dell’ascolto. “Il silenzio è l’atmosfera ammirabile ed indispensabile dello Spirito” (Paolo VI). “È l’attività nascosta dell’amore in ascolto” (Courtois). Senza silenzio, lo spirito è dissipato, il cuore inquieto, l’anima svuotata. La persona vive in superficie, incapace di concentrazione e senza radici.
Maria è maestra del silenzio. L’ha coltivato, l’ha gustato, l’ha posto a fondamento del suo cammino di fede. Il silenzio l’ha resa salda nei suoi pensieri, raccolta nel Signore, pronta a seguire le segrete ispirazioni di Dio. Nel silenzio Maria ascoltava la Parola, meditava la storia della salvezza, si effondeva nella lode, sviluppava la dimensione contemplativa della vita.
Maestra del silenzio e modello dell’ascolto, Maria è “la sapienza riflessiva” (Paolo VI), la madre della vita interiore, perché la preghiera è dialogo con Dio, che nasce dall’ascolto. L’ascolto di Dio illumina la mente, purifica il cuore, orienta la libertà, cambia la vita.
Da qui la capacità di riconoscerLo: di scoprire la Sua presenza nella storia e d’intessere con lui un dialogo vitale. Vogliamo scoprire l’atteggiamento orante di Maria, meditando tre episodi decisivi della sua vita.
- La preghiera del Magnificat
È un canto di adorazione e di lode, un inno d’incantato stupore, un’esplosione incontenibile di meraviglia. Si articola in tre momenti: uno sguardo su Dio, su di sé, sulla storia. Anzitutto lo sguardo su Dio. Maria s’inabissa in Lui, s’immerge nel suo mistero e subito la sua anima si effonde nella lode, il suo cuore vibra e canta di gioia: “l’anima mia magnifica il Signore ed il mio spirito esulta in Dio, mio Salvatore” (Lc 1, 46ss.). La contemplazione glielo fa conoscere e la fede glielo fa confessare Signore, Salvatore, Onnipotente e Santo, fedele alle sue promesse.
Dopo aver incontrato Dio, la creatura è preparata a gettare lo sguardo su di sé senza il rischio di esaltarsi o di deprimersi, poiché, come dice sant’Agostino, la conoscenza di Dio senza la conoscenza di sé può generare presunzione; la conoscenza di sé senza quella di Dio può portare alla disperazione.
Maria si osserva ad un triplice livello. A livello naturale, ella scopre e riconosce la propria pochezza anzi il proprio niente: “ha guardato l’umiltà della sua serva” (Lc 1, 48). Chi ha gli occhi puntati su Dio, non può gonfiarsi di orgoglio. Chi conosce Dio non può misconoscere l’uomo. La contemplazione di Dio illumina la realtà umana e cosmica, e tutto ritorna al suo posto, tutto ritrova la sua verità e la sua giusta collocazione.
Poi, a livello soprannaturale. E qui Maria, colma di meraviglia e di gratitudine, dà la sua testimonianza di fede: “Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente e Santo è il suo nome” (Lc 1, 49). Non nasconde i doni, non ignora i benefici. Li riconosce e li canta con cuore semplice ed umile. L’umiltà è verità. La verità è semplice.
Infine ad un livello profetico. Afferrata dallo Spirito e proiettata nei secoli futuri, Maria scorge da lontano ma con chiarezza le meraviglie che Dio compirà per mezzo suo; intuisce e presagisce quale vincolo di amore e devozione, quale carica di amore e di fiducia legherà il popolo dei figli alla madre: “Tutte le generazioni mi chiameranno beata” (Lc 1, 48).
Il terzo sguardo Maria lo getta sulla storia, sul modo in cui Dio interviene e conduce la storia: l’opera di Dio sovverte le situazioni consolidate, create dalla superbia e dall’avidità umana.
Ai superbi, ai potenti, ai ricchi, Dio preferisce gli umili, i deboli, i poveri. Un capovolgimento radicale.
La Parola di Dio si cala nella storia e la trasforma. E questi ribaltamenti che la Parola di Dio ci fa intravvedere a volte avvengono anche con la cooperazione umana. Questo vuol dire che se ci impegniamo, qualche ingiustizia può essere riparata, qualche oppresso può essere liberato, qualche affamato può ricevere soccorso.
Chi prega ha di tutto ciò una visione limpida; chi prega è capace di una lettura sapienziale della storia: sa, cioè, andare oltre la cronaca, oltre la notizia del giorno, per cogliere il disegno di Dio, i pensieri del Suo Cuore, le coordinate della storia salvifica.
Questo sguardo sapienziale e l’atteggiamento contemplativo rendono Maria sentinella vigile della storia e madre tenera dell’umana famiglia.
b. Intercessione materna
Il secondo episodio su cui vogliamo fermare la nostra attenzione è quello delle nozze di Cana (cf. Gv 2, 1-11). Mentre la festa è in pieno svolgimento, Maria, presenza attenta, si accorge che è venuto a mancare il vino. Il tripudio della mensa rischia di appannarsi bruscamente, traducendosi in una brutta figura per gli sposi.
Maria ne parla con Gesù, lo mette al corrente del disagio: “Non hanno più vino” (v. 3). Ma Gesù, con una battuta imprevista, quasi agghiacciante, sembra prendere le distanze da sua madre: “Che ho da fare con te, o donna? Non è ancora giunta la mia ora” (v. 4). L’espressione nella Bibbia, indica una divergenza di vedute, che può andare dal disaccordo lieve ad un dissenso radicale. Dobbiamo riconoscere che Maria non poteva comprendere sul momento. Capirà più tardi: a Pasqua, a Pentecoste… Ma se lei si fosse risentita per la risposta del Figlio, se si fosse chiusa in sè stessa, se non avesse avuto umiltà, pazienza e tanta fiducia nel Figlio, né ci sarebbe stato il miracolo né mai ella avrebbe compreso il pensiero e le intenzioni di Gesù.
In questa scena Maria appare il modello del dialogo mite, della preghiera fiduciosa, dell’attesa paziente, dell’amore operoso, della comunione tenace, della sollecitudine concreta e discreta. La sua preghiera al Figlio è di domanda e di intercessione. Sintetizza bene tutto il suo messaggio per noi. Rappresenta il suo testamento spirituale. Caratterizza la sua fisionomia, il suo agire, il suo carisma di generazione in generazione, fino alla fine dei tempi.
Mentre gli altri invitati pensano a godere, a mangiare e a bere, a cantare e a danzare, a osservare gli sposi e a ritrovarsi con gli amici, forse anche a spettegolare, Maria è attenta, si accorge di ciò che manca, si coinvolge con una partecipazione umanissima. Vede, s’immedesima, interviene con discrezione. Si limita ad esporre la situazione.
Mostra tutta la sua compassione, manifesta la sua fede e la sua docilità nei confronti del Figlio: “Fate quello che vi dirà” (v. 5). È l’unica parola di Maria rivolta agli uomini in tutto il Vangelo di Giovanni, ma in realtà in tutto il Nuovo Testamento.
Ella è la madre che veglia con amore sui suoi figli, desiderando per noi il bene vero. Perciò continua nell’eternità ad intercedere e ad implorare Dio per noi; e nella storia (le apparizioni, i messaggi, i miracoli ne sono i segni) ad additarci le vie che conducono al Figlio: digiuno, preghiera, conversione; a rivelarci le esigenze del Regno: carità e purezza di cuore, giustizia e pace, umiltà ed unità.
Ella ci manifesta le viscere materne di misericordia del Padre, la fedeltà instancabile del Signore. E se non l’ascoltiamo non le resta che… tacere, o piangere in silenzio. Piangere di afflizione, di tristezza, e di dolore. Le lacrime sono le parole di chi… non ha più parole.
Quanto conforto ci dona, quanta fiducia ci infonde questo episodio di Cana! Maria conosce tutto ciò che ci manca, tutto ciò che rende povera la nostra vita ed arido il nostro cuore. Ella sa quali sono i drammi del nostro tempo, quali le nostre colpe, i nostri smarrimenti, le nostre aspirazioni…
Maria parla ancora a suo Figlio del nostro difficile “oggi“, di questa nostra storia così tormentata e tortuosa, così drammatica e meravigliosa.
Vorrei chiudere questa riflessione sottolineando le caratteristiche della preghiera della Madonna: una preghiera fatta di sguardi che si incrociano e s’intendono. Gli occhi spesso trasmettono più messaggi che le parole, comunicano sentimenti ed attese meglio di qualsiasi espressione verbale.
Una preghiera sobria: non spreca le parole, non crede di essere ascoltata a forza di parole (cf. Mt 6, 7). Si limita all’essenziale.
Una preghiera umile: di fronte al rifiuto (vero o apparente, momentaneo o definitivo) non protesta, non s’impunta, non s’indispettisce, ma neppure cede alla rassegnazione.
Una preghiera fiduciosa: crede nella potenza del Figlio ed esorta i servi ad obbedirgli Crede che ciò che il Figlio farà, sarà la cosa migliore.
Una preghiera carica di compassione e di condivisione: non è individualista né intimista, ma è aperta ai fratelli e si fa carico dei loro problemi e delle loro pene.
Vegliati da questa Madre, il nostro cammino verso la patria non sarà esente dalle prove e dalle tribolazioni, ma reso più sereno dalla sua presenza tenera e dalla sua intercessione potente.
c. In attesa dello Spirito Santo
L’ultimo avvenimento che ci rimane da contemplare è la presenza orante di Maria nel Cenacolo in attesa della Pentecoste: “Perseverò, in preghiera con gli apostoli nell’attesa dello Spirito santo” (dalla liturgia). Luca, negli Atti, è molto stringato; ci riferisce l’essenziale, ci dice che “tutti questi (cioè gli apostoli) erano assidui e concordi nella preghiera, insieme con alcune donne e con Maria, la madre di Gesù e con i fratelli di Lui” (At 1, 14).
Proviamoci ad indovinare i sentimenti, le attese, le invocazioni del suo cuore immacolato. Ella aveva già l’esperienza dello Spirito. Aveva goduto di una sua straordinaria ed ineffabile effusione sulla sua persona, quando — nell’annunciazione — lo Spirito santo era sceso su di lei (cf. Lc 1, 35) e aveva prodigiosamente fecondato il suo grembo verginale. Maria, per opera dello Spirito, era diventata la Madre-Vergine, la Madre di Dio. Questo evento aveva cambiato la sua vita, ribaltando i suoi progetti, modificando il suo destino. Ed ella aveva acconsentito. Questa adesione ai disegni di Dio aveva permesso l’incarnazione del Verbo ed il compimento dell’opera salvifica del Figlio, di cui ella è stata la compagna eccezionalmente generosa (LG 61).
Ora, dopo il mistero agghiacciante della morte e l’evento esaltante della risurrezione, Maria è ancora più aperta alla novità di Dio, alle sorprese del suo inarrestabile amore. Presagisce che qualcosa d’inedito sta per accadere, che la potenza di Dio sta per visitare la terra, trasformare i cuori degli uomini e cambiare il volto della storia.
Ricorda le parole del Figlio, i suoi insegnamenti, le sue promesse… Conosce le profezie sul dono dello Spirito (cf. Gl 3, 1-5; Ez 36, 27), sul cuore nuovo (cf. Ez 36, 26), sulla vita nuova mediante lo Spirito (cf. Ez 37, 14) e sa che Dio è fedele. Ricorda il comando di Cristo ai “suoi” di non allontanarsi da Gerusalemme ma di attendere che si adempisse la “promessa del Padre” (At 1, 4), ed aspetta fiduciosa, recettiva, piena di speranza “lo Spirito di sapienza e di rivelazione per una più profonda conoscenza di Dio” (Ef 1, 17), Sa per esperienza che Dio è grande e compie meraviglie (cf. Sal 86, 10) e si prepara ad accoglierle con un cuore dilatato dalla fede e purificato dall’ardente attesa.
Tutta la sua vita è già un grido di preghiera, un fremito di speranza, un’invocazione di pienezza che attraggono irresistibilmente lo Spirito e ne affrettano l’irruzione sulla Chiesa e sul mondo,
Ciò che Maria aveva predetto nel Magnificat sta per compiersi: Dio si serve dei piccoli, dei deboli, degli umili per fare meraviglie e per confondere i sapienti ed i potenti di questo mondo, “perché nessun uomo possa gloriarsi davanti a Dio” (1 Cor 1, 29).
In preghiera nel Cenacolo, Maria memore delle “grandi cose” fatte dall’Onnipotente (cf. Lc 1, 49), consapevole della missione materna affidatale dal Figlio morente (cf. Gv 19, 26ss.), mossa dallo Spirito, diventa l’animatrice silenziosa della comunità, la memoria illuminante e discreta del gruppo dei discepoli, il punto di riferimento degli apostoli.
La Madonna chiede per loro la sua stessa fede e docilità, la sua pronta obbedienza, la sua umiltà di cuore, perché possa compiersi il progetto di Dio sul nuovo Israele e sull’umanità intera.
I discepoli riconoscono in lei, la donna forte, la guida saggia, la madre spirituale. Come prega Maria? Quali i tratti caratteristici della sua preghiera?
Una preghiera silenziosa. Nessuna parola. Nessuna espressione. E preghiera del cuore. È adesione della volontà. Una preghiera umile.
Non si distingue da quella degli altri. Si confonde, invece, con essa e la sostiene e la anima.
Una preghiera fiduciosa. Maria sa che “il Signore fa prodigi per il suo fedele” (Sal 4, 4) e sa anche che “con Dio noi faremo prodigi” (Sal 60, 14).
Una preghiera perseverante. Chi crede sa attendere. Chi spera non si arrende. Dio non delude.
Una preghiera comunitaria. Nasce dalla concordia dei cuori ed in essa trova la sua efficacia: “Se due di voi sopra la terra si accorderanno per domandare qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli ve la concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro” (Mt 18, 19-20).
Una preghiera testimoniale. Maria, che aveva già beneficiato della prima effusione dello Spirito, attinge da quell’esperienza fiducia nell’operato di Dio e sostiene i discepoli con il suo esempio e con il suo incoraggiamento. Le meraviglie che Dio ha compiuto in lei sono il segno di ciò che Dio può fare e la caparra di ciò che ancora farà per il suo popolo.
Una preghiera aperta alle sorprese di Dio. La Madonna aveva goduto della presenza fisica del Cristo: nel periodo della gestazione e nel tempo della vita nascosta e pubblica; dopo la sua Ascensione restava a Lui unita col ricordo affettuoso e col cuore anelante all’incontro; ora è in attesa di una nuova presenza, di un nuovo modo di vivere con Lui: sarà la sua unione col Cristo mistico nel suo Spirito. Quindi nel Corpo mistico, vivificato e santificato dallo Spirito del Cristo Risorto, Maria continua la sua maternità vigile e tenera. Comincia dunque per lei la nuova maternità: la maternità spirituale nei confronti della Chiesa, che, nata dal cuore squarciato di Cristo, vive e cresce avvolta dall’amore e dalle premure del suo cuore trapassato dal sacrificio del Figlio.
Da Maria vogliamo imparare ad accogliere lo Spirito, e da Lui animati, nel Corpo mistico della Chiesa, imparare ad amare e a servire ogni fratello e l’intera umanità.
Ce l’ottenga la sua potente intercessione.
†Giuseppe Costanzo
