Salmo  102  (103)

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Novembre 2015

Una delle perle del Salterio, un salmo di altissimo tenore teologico e spirituale, un inno che anticipa la definizione che nel N. T. darà S. Giovanni: “Dio è Amore” (Gv. 4,8). Qualcuno lo ha definito il “Te Deum” dell’A.T.  Ravasi lo presenta come il Cantico dei Cantici della bontà e dell’amore di Dio.

        Facciamo anzitutto una rapida lettura esegetica.

        Il Salmista, afferrato dalla commozione e dalla gratitudine per la tenerezza di Dio, comincia col fare a sé stesso due appelli: “benedici”, “non dimenticare”.

“ Benedici il Signore”, “non dimenticare tutti i suoi benefici”.

        Tutto l’essere (“quanto è in me”) è chiamato a farsi lode e benedizione del “Nome Santo”, cioè di Dio; tutta la persona dell’orante si impegna a “non dimenticare tutti i suoi benefici” (vv.1-2) cioè tutti i prodigi da Dio operati per salvare il suo popolo.

        “Benedici” è l’invito alla lode e al ringraziamento, “non dimenticare” è il monito a guardarsi dall’infedeltà. “Dimenticare”, infatti, è il verbo del peccato e dell’apostasia.

        Nei vv. 3-10 troviamo la prima sezione, che comprende tre strofe.

        La 1° strofa è composta da cinque participi che sono quasi altrettanti nomi di Dio: il Perdonante, il Risanante, il Salvante, il Coronante, il Saziante. E’ Dio che si china sull’uomo e lo colma dei suoi benefici. L’enumerazione dei benefici parte dal dono più grande, il perdono dei peccati, a cui segue la guarigione dalle infermità (conseguenza del peccato), e quindi la liberazione dalla morte (che ci porta nella fossa, nella tomba). Alle liberazioni negative (dal peccato, dalla malattia, dalla morte) subentrano ora gli interventi positivi di Dio. Due in particolare.

        Il primo: “ti circonda di bontà e misericordia”.  E’ la tenerezza materna di Dio che avvolge nel suo amore la sua creatura.

        Il secondo: “sazia di beni la tua vecchiaia”. E’ il modo in cui Dio mostra concretamente il suo amore e la sua benevolenza: una vecchiaia benedetta, ricca di pace, di gioia, quasi una seconda giovinezza. Bellissima in questo senso l’immagine dell’aquila, simbolo di potenza e di longevità: “Si rinnova come aquila la tua giovinezza”.

 Il profeta Isaia dice: “Quanti sperano in Jahweh riacquistano forza, mettono ali come aquila, corrono senza affannarsi, camminano senza stancarsi” (40,31).  E’ un’immagine suggestiva. Il fedele sa che il progressivo affievolirsi del suo fisico, descritto con implacabile lucidità dal c. 12 del Qoèlet, può essere vissuto diversamente se si pensa che la vicinanza di Dio basta da sola a dare all’esistenza un incalcolabile valore.

        Ed eccoci alla 2° strofa (vv 6-7) in cui l’orante ricorda le opere prodigiose di Dio nell’Esodo e durante il drammatico cammino nel deserto. Anche qui due participi che completano il settenario delle azioni salvifiche di Dio. Egli è “colui che compie” e “colui che fa conoscere”.

        “Compie” atti giudiziari nei confronti degli oppressori e in difesa degli oppressi. “Fa conoscere” le sue “vie”, cioè i suoi disegni salvifici, il progetto con cui Dio conduce la storia e il suo popolo.

        La 3° strofa ( vv. 8-10) celebra la misericordia di Dio, è un inno di ringraziamento e di lode alla bontà sconfinata del Signore: “Misericordioso e pietoso è il Signore, lento all’ira e grande nell’amore” (v.8). Queste parole, prese da Es. 34,6, riassumono l’atteggiamento di Dio nei confronti dell’Alleanza; dopo di che l’orante passa a celebrare il perdono di Dio che è senza limiti: “Non è in lite per sempre, / non rimane adirato in eterno /. Non ci tratta secondo i nostri peccati / e non ci ripaga secondo le nostre colpe” (vv. 9-10). Nella commossa esaltazione della misericordia divina il Salmista supera i limiti della pura giustizia retributiva, introducendo, – come scrive Ravasi – una sorta di “irrazionalità” nella bontà di Dio. “Dio – scrive Ravasi – nel suo amore non sa applicare con matematica e spietata freddezza la sua giustizia. Egli preferisce sospendere la sua ira e perdonare alla sola condizione che “la colpa sia riconosciuta” (Ger. 3,13). Dio non è fiscale con noi, non chiede che il peccato sia pagato, ma solamente riconosciuto, confessato e detestato.

        La misericordia di Dio nasce dalla conoscenza che Egli ha della nostra pochezza: “Egli sa bene di che siamo plasmati, ricorda che noi siamo polvere” (v.14).

        E’ il tema della seconda sezione (vv. 11-19): un inno alla misericordia divina e alla fragilità umana, un inno appassionato e di alta spiritualità. Questa sezione contiene tre strofe.

        Nella 1° strofa (vv. 11-13) troviamo tre immagini, che tentano di descrivere la sconfinata grandezza dell’amore di Dio. Le prime due sono complementari e definiscono le dimensioni della divina misericordia nelle due direzioni, verticale e orizzontale. Così aveva fatto il profeta Isaia per annunciare che le vie del Signore non sono quelle della vendetta ma del perdono: “Quanto il cielo sovrasta la terra, è la direzione verticale, tanto le mie vie sovrastano le vostre vie, i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri (Is. 55,9). In questa logica d’amore “quanto dista l’oriente dall’occidente – è la direzione orizzontale – così Egli allontana da noi le nostre colpe” (v.12). Il peccato ci opprime, il Signore ci libera “gettando dietro le sue spalle tutti i nostri peccati” (Is 38,17), “gettandoli in fondo al mare” (Michea 7,19).

        La 3° immagine (v.13) si riferisce all’amore paterno. Oltre che dell’amore materno (Is 49,15) e di quello nuziale  (Os. 2) la Bibbia ci parla pure dell’amore paterno di Dio. Dio si presenta – già nell’A.T. – come un padre che non si stanca di preoccuparsi del figlio peccatore rivestendo la sua nudità dopo il peccato (Gen 3,21) e liberandolo dalla schiavitù d’Egitto, perché – dice – “Israele è il mio figlio primogenito” (Es 4,22). Gesù con l’Incarnazione si fa fratello di tutti gli uomini e ci fa figli di Dio. Stupendo il testo del profeta Osea: “Quando Israele era fanciullo, io l’ho amato e dall’Egitto ho chiamato mio figlio … A Efraim io insegnavo a camminare tenendolo per mano, ma essi non compresero che avevo cura di loro. Io li traevo con legami di bontà, con vincoli d’amore; ero per loro come chi solleva un bimbo alla sua guancia, mi chinavo su di lui per dargli da mangiare” (Os 11,1. 3-4). Quanta fiducia infondono queste parole! Quali certezze generano nell’uomo! Ha ragione il Salmista nel dire: “Mio padre e mia madre mi hanno abbandonato, ma il Signore mi ha raccolto” (Sal. 27 (26), 10).

        L’inno prosegue con la 2° e 3° strofa in cui vengono contrapposte la caducità dell’uomo (vv.14-16) all’eterna misericordia di Dio (vv 17-19). Dio conosce la fragilità della natura umana – inconsistente come la polvere di cui è fatta, – inconsistenza accresciuta dalla decadenza del peccato e non vuole infierire sulla sua creatura così debole. Così la debolezza umana   diventa il motivo dell’indulgenza divina, la fragilità creaturale diventa un argomento a favore del perdono. L’aveva già usato il Sal 78 memore che nella storia d’Israele Jahweh “molte volte placò la sua ira e trattenne il suo furore, ricordando che essi sono carne, un soffio che va e non ritorna” (vv. 38-39). Cfr anche Sir. 18, 7-11 e 17, 24 -27.

        In Gen. 8, 21 leggiamo: “Io non maledirò più la terra a causa dell’uomo perché l’istinto del cuore umano è incline al male sin dall’adolescenza”. Parole che manifestano quanto Dio sia comprensivo e compassionevole verso la sua creatura. E’ quella che M. Buber chiama “l’umanità” di Dio, che Giona non riesce ad accettare, perché voleva per i Niniviti il castigo piuttosto che il perdono: “Mi affrettai a fuggire a Tarsis perché so che tu sei un Dio misericordioso e clemente, longanime, di grande amore e che ti lasci impietosire riguardo al male minacciato” ( Gio. 4,2).

        E qui il caso di sottolineare – con Ravasi – che “la misericordia divina non è indulgenza per il peccato, ma è solo celebrazione del primato dell’amore di Dio sul peccato e quindi è la proposizione di un’etica fondata non sulla paura ma sull’amore” (Il libro dei Salmi vol. 3°, p. 74). P. Charles de Foucauld, commentando questo Salmo, scriveva: “Non si amerà mai abbastanza. Ma il buon Dio, che sa da quale argilla ci ha plasmati e che ci ama più di quanto una madre possa amare suo figlio, ci ha detto (lui che non muore) che non respingerà chi viene a lui” (ivi).

        Nei vv 15 – 16 il Salmista medita sulla fragilità della creatura umana paragonandola ad un fiore sbocciato in un campo verdeggiante; il vento del deserto gli piomba addosso col suo soffio infuocato e il fiore si dissecca riducendosi ad un po’ di polvere introvabile.

        Dio è pieno di comprensione verso la sua creatura, la comprensione diventa rapidamente com – passione (capacità di soffrire con) e la compassione alla fine sfocia nella tenerezza. La comprensione, la compassione e la tenerezza (in una parola la misericordia) sono i sentimenti che inevitabilmente sorgono nel cuore di Dio. Davanti alla contemplazione della miseria umana, nel cuore di Dio non spunta la collera, ma la tenerezza. E’ una certezza che allarga il cuore!

        C’è nel libro della Sapienza un passo commovente che sintetizza lo spirito del Salmo 102: “Hai compassione di tutti, perché tutto tu puoi: chiudi gli occhi sui peccati degli uomini, aspettando il loro pentimento. Tu infatti ami tutte le cose che esistono e nulla disprezzi di quanto hai creato; se avessi odiato qualcosa, non l’avresti neppure creata. Come potrebbe sussistere una cosa, se tu non l’avessi voluta? Potrebbe conservarsi ciò che da te non fu chiamata all’esistenza? Tu sei indulgente con tutte le cose, perché sono tue, Signore amante della vita” (11, 23-26).

        Di fronte alla nostra miseria morale e alle nostre fragilità, Dio invece di sentire rancore e collera, sente pietà e compassione, si intenerisce e ci avvolge nella sua misericordia. Né potrebbe essere diversamente, giacche Egli ci conosce meglio di quanto noi conosciamo noi stessi, e per questo ci comprende e perdona più di quanto facciamo noi con noi stessi. Quanto più grande è la nostra miseria, tanto più grande è la sua tenerezza, perché, alla fine, solo l’amore può guarire la miseria!

        Alla fragilità umana si oppongono nella loro eternità la “grazia” e la “giustizia” di Dio (v.17), cioè il suo amore misericordioso, che travalica le generazioni abbracciando i “figli dei figli”. Riconoscete dunque che Jahweh vostro Dio è Dio, il Dio fedele, che mantiene la sua alleanza e benevolenza per mille generazioni con coloro che lo amano e osservano i suoi comandamenti (Dt 7,9).

        Grida di esultanza, dunque, per il nostro Dio così buono e grande nell’amore. Formiamo un’orchestra sinfonica e cosmica con tutte le voci dell’universo, vengano le schiere dall’alto, si avvicinino gli angeli, potenti esecutori dei suoi ordini, prestiamo la voce ai minerali e alle sorgenti, alle cime innevate e alle stelle più recondite per gridare a braccia alzate, tutti insieme: Alleluja per Colui che era, che è e che viene! Onore, splendore e lode a Colui che eternamente cavalca sulla nuvola bianca della misericordia! Gloria nel più alto dei cieli!

        Per finire, il Salmista fa tacere tutte le voci, smorza l’orchestra cosmica, scende in silenzio nelle profondità di se stesso e con slancio e determinazione ordina a se stesso: “Benedici il Signore anima mia” (v. 22).

† Giuseppe Costanzo