17 – marzo – 2007
Dalla Lettera ai Filippesi (3, 17 – 4,1 )
“Fatevi miei imitatori, fratelli, e guardate a quelli che si comportano secondo l’esempio che avete in noi. Perché molti, ve l’ho già detto più volte e ora con le lacrime agli occhi ve lo ripeto, si comportano da nemici della croce di Cristo: la perdizione però sarà la loro fine, perché essi, che hanno come dio il loro ventre, si vantano di ciò di cui dovrebbero vergognarsi, tutti intenti alle cose della terra. La nostra patria invece è nei cieli e di là aspettiamo come salvatore il Signore Gesù Cristo, il quale trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso, in virtù del potere che ha di sottomettere a sé tutte le cose.
Perciò, fratelli miei carissimi e tanto desiderati, mia gioia e mia corona, rimanete saldi nel Signore così come avete imparato, carissimi.”
1° Parte
La prima cosa che Paolo fa ai Filippesi è l’invito: “Fatevi miei imitatori fratelli, e guardate a quelli che si comportano secondo l’esempio che avete in noi”.
In queste parole c’è una calda esortazione ad imitare Paolo nel suo sforzo di tendere alla perfezione. E’ l’invito a non seguire l’esempio lacrimevole di certi cristiani rilassati e gaudenti che Paolo definisce: nemici della croce di Cristo. Quello di tendere alla perfezione è un invito pressante e ricorre più volte nelle sue lettere.
Una citazione per tutte: nella seconda ai Corinti al cap. 13 verso 11 dice: “Tendete alla perfezione, siate nella gioia”. Tendere alla perfezione significa anelare a realizzare l’uomo fiero, l’uomo vero, integro, come Dio lo ha sognato, cioè tendere alla santità: è un progetto che Dio ha su ciascuno di noi: “Questa è la volontà di Dio, dirà nella Lettera ai Tessalonicesi, la vostra santificazione”.
Anche a Filippi, una comunità carissima a Paolo, ci sono persone che pensano e agiscono diversamente, anzi sono molti. Di loro Paolo parla con le lacrime agli occhi (ecco un esempio che ha strappato a Paolo lacrime di sofferenza, di rammarico) e perché? Perché costoro sono “nemici della croce di Cristo” e ne fa un ritratto spietato:
- si comportano da nemici della croce di Cristo, cioè la svuotano della sua bontà, ne rinnegano il valore redentivo, respingono il richiamo allo spirito di rinuncia e di penitenza.
- hanno come dio il loro ventre, cioè hanno fatto del senso dei piaceri e della gola come una nuova divinità.
- si vantano di ciò di cui dovrebbero vergognarsi. E’ la perversione più abominevole, arrivando a gloriarsi, a vantarsi di ciò di cui invece dovrebbero provare vergogna.
- sono tutti intenti alle cose della terra, cioè come una sorta di chiusura al trascendente, c’è una dimenticanza del cielo, c’è una vita alienata nelle cose di questo mondo che passa e dobbiamo lasciare. Uno può essere proprietario di tutto il mondo, ma deve lasciare tutto.
Ecco perchè Paolo piange davanti a questi comportamenti e dice in maniera cruda:”la perdizione sarà la loro fine”. La perdizione è la sorte irreparabile ed eterna di chi vive come se Dio non ci fosse, quindi in tutto il contrario di coloro che imitano Cristo e l’apostolo.
Le loro aspirazioni sono solo terrene, dimenticano che le cose visibili, sono transitorie, di un momento, dice Paolo, quelle invisibili sono eterne.
Il cristiano è uno che deve realizzare un delicato equilibrio tra terra e cielo, tra tempo ed eternità, il cristiano, per dirla col Vangelo di Giovanni, deve vivere nel mondo, senza essere del mondo.
Chiediamoci francamente: non è questa la situazione di gran parte degli uomini di oggi? Paolo ha fatto il ritratto di quello che sta accadendo oggi, di gente che disprezza la croce, ci sono delitti della croce, hanno per dio il ventre, si vantano di ciò di cui dovrebbero vergognarsi, sono tutti intenti alle cose della terra, quindi in qualche modo candidati alla perdizione eterna, e… noi dove ci collochiamo?
Paolo passa a fare il ritratto del vero cristiano: la nostra cittadinanza è nei cieli, dice Tertulliano, la nostra municipalità, noi diciamo: cittadini del cielo.
Il cristiano, in quanto cittadino del cielo, è straniero ed è pellegrino sulla terra, “homo viator”, cioè uomo in cammino. E’ un esule alla continua ricerca della patria, alla ricerca della città futura, dove dimora Cristo Signore e dove Lui ci ha preceduto per prepararci un posto.
La vita cristiana è pellegrinaggio verso il cielo, dove i cristiani non sono più stranieri, dice Paolo nella lettera agli Efesini, ma concittadini dei santi e familiari di Dio, cioè appartengono alla famiglia di Dio. Del cielo noi, con la redenzione di Cristo, siamo diventati titolari, come uno che ha vinto un concorso ed è titolare di quella cattedra ed è in trasferta altrove. Noi siamo titolari del cielo e in trasferta ancora sulla terra. Noi aneliamo al cielo, come chi è titolare di cattedra e vuole rientrare al più presto possibile; noi invece cerchiamo di rientrare il più tardi possibile in cielo in cui siamo titolari.
Nel cielo ci inoltra definitivamente Gesù quando ritornerà per l’ultimo giudizio nei giorni della parusia, si rende presente e opera il giudizio universale e quindi entriamo definitivamente anima e corpo o in Paradiso o all’Inferno.
Questo non vuole essere da parte di Paolo un invito all’evasione, non siamo da lui incoraggiati ad evadere dalla storia, a disimpegnarci nei confronti della polis, della città cioè in cui siamo inseriti.
Il cristiano vive nella compagnia degli uomini, vive accanto a loro, solidale con loro, ma rompe con la mondanità, non rompe col mondo, anzi ci deve vivere, ci deve operare, rompe cioè con quell’atteggiamento che predilige il mondo dimenticando il cielo, la meta verso cui siamo incamminati.
Il cristiano è uno, come dice Paolo nella Lettera ai Romani, che non si conforma alla mentalità di questo mondo, di questo secolo, ma cerca invece di trasformarsi e di lasciarsi soprattutto trasformare.
Il cristiano non è uno che si conforma alla ideologia dominante, non è uno che si sottomette agli idoli di questo mondo e di questo tempo. Il cristiano sa che questo è tempo di esodo come il popolo ebreo con a capo Mosè che fece l’esodo cioè l’uscita dalla casa di schiavitù, dall’Egitto, dall’oppressione del Faraone, così il cristiano è uno che vive in stato di esodo, uscendo dalla terra di esilio per approdare nella casa del Padre.
I cristiani che hanno un minimo di reminiscenza di fede dicono: “siamo di passaggio”: questa è la condizione del cristiano, del pellegrino, di chi sa di non essere arrivato, ma di essere in cammino.
La migliore illustrazione di questo stile di vita, di questo vivere da cittadini del cielo, la troviamo nella lettera di un autore del primo secolo ed è una eloquente testimonianza della coscienza dei primi cristiani: “i cristiani abitano la loro rispettiva patria come forestieri, a tutto partecipano come cittadini e a tutto sottostanno come stranieri. Ogni terra straniera è patria per loro, e ogni patria è terra straniera. Essi dimorano nella terra, ma hanno la loro cittadinanza nel cielo”.
Questa è una delle cose che sempre dovremmo tenere presente, altrimenti ci attacchiamo alle cose di questa terra in una maniera che veramente ci fa solo soffrire e non ci permette di vivere come dovremmo e la nostra condizione richiede.
Dai cieli, dice Paolo, aspettiamo come Salvatore il Signore Gesù Cristo cioè il Salvatore nostro, viene dal cielo, dai cieli, dall’alto, non giunge da una città terrena, anche se la gente ha creduto a tanti salvatori. Dobbiamo convincerci che non c’è salvezza alcuna, ma la nostra salvezza viene dall’alto, dal cielo, dall’Altro, non dall’uomo ma da Dio.
Dal cielo aspettiamo il Salvatore, il Signore nostro Gesù Cristo.
2° Parte
Affrontiamo un tema di grande importanza.
Paolo da battezzato e da vero cristiano dice che attende dal cielo il Salvatore Gesù Cristo, il quale “trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso, in virtù del potere che ha di sottomettere tutte le cose”.
Questa è la nostra speranza, nell’ora della parusia, del ritorno di Gesù Giudice e Salvatore, Egli trasfigurerà il nostro corpo, questo corpo segnato dal tempo, provato dalla malattia, umiliato dalla morte, Gesù lo trasfigurerà e gli darà la forma del suo corpo glorioso.
Paolo ci assicura che l’opacità del nostro corpo, un giorno si trasformerà in luce.
Ricordiamo nell’Apocalisse quando si parla di “cieli nuovi e di terra nuova”.
Questo gesto di Paolo ci fa ricordare questa grande promessa: i cieli nuovi e la terra nuova che Dio prepara per noi, altro non sono che il luogo della corporeità trasfigurata dove non ci sarà più né fame, né sete, né la malattia, né la morte e dove Dio asciugherà ogni lacrima dai nostri occhi. Bellissimo se pensiamo al nostro pellegrinaggio sulla terra dove sono compagni inseparabili, la fame, la sete, la sofferenza, la malattia, la morte, le lacrime.
Emerge l’importanza del corpo che non è un ‘appendice, magari un po’ fastidiosa dell’essere umano, ma ne è parte integrante. Dice Padre Raniero Cantalamessa: “l’uomo non ha un corpo ma è corpo: anima e corpo”. Il corpo è stato creato direttamente da Dio, è stato fatto e plasmato con le sue stesse mani. Questo corpo è importante perché è stato assunto dal Verbo nell’Incarnazione, questo corpo è stato santificato dallo Spirito nel Battesimo. L’uomo biblico rimane incantato di fronte allo splendore del corpo umano. Una potenza all’armonia, all’ordine, alla perfezione del corpo umano. Certi organi del corpo sono uno splendore di armonia, di stupore.
Un salmista canta: “Mi hai fatto come un prodigio, sei Tu che mi hai tessuto nel seno di mia madre, sono stupende le tue opere”. Nessuna opera appare meravigliosa come il corpo umano che è destinato a condividere in eterno la stessa gloria dell’anima.
Scrive un famoso autore: “Corpo e anima saranno o due mani giunte in eterna adorazione o due polsi ammanettati per una eterna cattività”. Immagine suggestiva!
Il cristiano è uno che predica la salvezza del corpo, non la salvezza dal corpo. La salvezza del corpo la predicava la corrente manichea, agnostica o quelli che come Platone pensavano che il corpo fosse la prigione dell’anima. Il nostro corpo invece proprio perché destinato ad essere eternamente salvo, eternamente glorioso, per sempre conforme al corpo glorioso di Cristo, questo nostro corpo allora non può essere disprezzato come oggi accade, come quei giovani che nella loro incoscienza il sabato notte e la domenica mattina vanno a sbattere………….
Il corpo non può essere disprezzato, perché ha una grande dignità: è tempio dello Spirito Santo, è stato assunto dal Figlio di Dio nell’Incarnazione, è stato risuscitato e glorificato nella Pasqua, è destinato ad essere glorioso per sempre…ma non può neanche essere idolatrato: è creatura di Dio e solo Dio può essere adorato.
Il corpo è fragile, è pieno di limiti: ha fame, ha sete, ha sonno, si ammala, muore.
Questo messaggio sul corpo è particolarmente consolante per chi soffre, per chi deve assistere al disfacimento, alla sfigurazione del proprio corpo oppure di quello di una persona cara.
Egli, Gesù trasfigurerà il nostro misero corpo conformandolo al suo corpo glorioso, saranno riscattati i corpi umiliati dalla malattia e dalla morte.
Il corpo ha una sua grande dignità e non può essere idolatrato né disprezzato. Viviamo in un tempo in cui è bene ricordarci queste cose: basta vedere la TV che ci fa vedere corpi belli, sani, efficienti, ragazze che ridono, felici come se fossero la felicità in persona, ma noi sappiamo che sono solo sorrisi artificiosi. Oggi si parla di fitness, ecc di queste cose ci si può servire con misura, con distacco, con sapienza: io non sono contro queste cose, anche io la palestra la devo proprio fare…e so che non mi farà nuovo, al massimo posso mettere qualche pezza finche si può.
Il corpo è compagno dell’anima e dunque va rispettato, dobbiamo farne un alleato della nostra anima, ma non un idolo a cui ci inchiniamo in adorazione.
Cristo è risuscitato dai morti, primizia di un frutto che promette altri frutti. La miseria della nostra mortalità, la fragilità di questo corpo, simile all’erba che germoglia al mattino e alla sera è falciata, e secca, dice il salmista, sono destinate ad essere trasfigurate, perché Cristo è entrato nella nostra carne e ha posto un seme di infinito e di eterno.
Cristo è l’artefice del nostro futuro glorioso ed è anche il prototipo, il modello ad immagine del quale noi saremo trasformati. E’ il trionfo della sua potenza con cui è capace di sottomettere, di assoggettare a sé ogni cosa.
Questa pagina molto bella sarebbe bene leggerla prima alle persone malate, anziane, a quelle che fanno fatica a vivere con un minimo di efficienza: tante persone che sono a letto per tutta una vita, o sono in carrozzina, e portano la croce di stare distesi per tutta la loro esistenza.
Questa pagina di Paolo è di grande conforto: là tutti saremo rimessi a nuovo e noi dobbiamo meditarla per prepararci a bene invecchiare, perché se uno vive, diventa vecchio, ma un vecchio che sta ripiegato su se stesso, accartocciato, avvitato su se stesso, fa pena a se stesso e agli altri.
Avere la fierezza anche della nostra fragilità che sarà riscattata alla fine: Egli trasfigurerà questo nostro corpo di miseria per renderlo uniforme al suo corpo glorioso.
† Giuseppe Costanzo
