Siracusa 18 novembre 2006
…La Parola
Dalla Lettera di S. Paolo ai Filippesi. (Fil. 1, 19-26)
“So infatti che tutto questo servirà alla mia salvezza, grazie alla vostra preghiera e all’aiuto dello Spirito di Gesù Cristo, secondo la mia ardente attesa e speranza che in nulla rimarrò confuso; anzi nella piena fiducia che, come sempre, anche ora Cristo sarà glorificato nel mio corpo, sia che io viva sia che io muoia.
Per me infatti il vivere è Cristo e il morire un guadagno.
Ma se il vivere nel corpo significa lavorare con frutto, non so davvero che cosa debba scegliere.
Sono messo alle strette infatti tra queste due cose: da una parte il desiderio di essere sciolto dal corpo per essere con Cristo, il che sarebbe assai meglio; d’altra parte, è più necessario per voi che io rimanga nella carne. Per conto mio, sono convinto che resterò e continuerò a essere d’aiuto a voi tutti, per il progresso e la gioia della vostra fede, perché il vostro vanto nei miei riguardi cresca sempre più in Cristo, con la mia nuova venuta tra voi.” (Fil. 1, 19-26)
Paolo è in prigione, in attesa del giudizio e intravede la possibilità della condanna a morte, la pena capitale metterebbe fine alla sua vita. Egli nel momento in cui scrive si trova tra la vita e la morte. Paolo risolve questa contrapposizione con un’affermazione fortissima e dice: “Per me vivere è Cristo e morire è un guadagno”.
“Per me vivere è Cristo” per Paolo significa che Cristo è la ragione profonda della sua vita. Cristo è tutta la sua vita, cioè Cristo è l’origine, il senso, il fine, il modello della sua vita. Tutto ciò che si può mettere nella parola “vivere” Cristo lo è per lui.
Vivere è essere nella luce, Cristo è la sua luce; vivere è essere nella gloria, Cristo è la sua gloria; vivere è essere nella verità, Cristo è la sua verità; vivere è trionfare nella morte, in Cristo lui trionfa nella morte; vivere è possedere se stessi, possedere l’universo, in Cristo lui possiede se stesso, possiede l’universo, possiede Dio e ciò che si chiama morte non è più morte, è una vita più piena, più ricca, la vera vita poiché è l’ingresso nella gioia del Signore, è il possesso totale di Cristo, la comunione più profonda con Lui: comunione non soltanto nella fede ma nella visione faccia a faccia.
La morte dunque diviene un guadagno, perché la morte conduce tra le braccia di Colui che, dice Paolo, mi ha amato e ha dato se stesso per me.
“Per me vivere è il Cristo”, cerchiamo di approfondirlo ulteriormente.
Per me vivere è il Cristo significa: lo penso, lo amo, lo contemplo come amore, vivo di Lui, vivo per Lui, per Lui sono, per Lui mi spendo, per Lui mi sforzo di essere fedele, lo faccio conoscere a chi non lo conosce, lo tengo in cima ai miei pensieri e alle mie aspirazioni. Nulla antepongo a Lui, è il primo nella mia scala dei valori, senza di Lui, la mia vita non ha né senso, né valore, con Lui anche la morte è vita, anzi vita piena ed eterna e perciò morire è un guadagno. Nulla vi è per me di più caro, nulla di più desiderabile, più appagante, nulla più beatificante della sua presenza, nulla più angosciante della sua assenza, nulla più dolce della sua amicizia, nulla più triste della sua lontananza.
In questo modo la scelta tra vita e morte, non diventa motivo di angoscia, perché sia che viviamo, e se viviamo, viviamo per il Signore, se moriamo, moriamo per il Signore, dunque sia che viviamo sia che moriamo siamo del Signore. Ecco che l’antitesi angosciante è stata risolta con un colpo d’ala: per me vivere è Cristo e morire un guadagno.
Paolo si trova a scegliere tra una morte vantaggiosa per lui, perché incontrerebbe per sempre il Signore, e una vita fruttuosa per i fedeli che si avvarrebbero del suo ministero ed egli non vuol dar vita a desideri puramente umani. La sua scelta è difficile proprio perché entrambe le alternative sono a favore di Cristo.
Essere con Cristo attraverso il martirio, oppure essere al servizio di Cristo attraverso l’evangelizzazione, attraverso la sollecitudine delle Chiese, attraverso il fruttuoso lavoro apostolico. Ecco, Paolo col martirio è con Cristo, con la vita che lo fa apostolo ed evangelizzatore, è al servizio di Cristo: nulla lo può separare da Cristo, né la vita né la morte. La morte lo condurrebbe all’incontro definitivo con Cristo; con la vita perché la spende al servizio di Cristo e quindi è con Lui ancora una volta.
Questa espressione è di una profondità abissale. Se Paolo andrà alla morte, al martirio, conoscerà il guadagno perché metterà fine a tutte le sofferenze della vita apostolica e finalmente potrà essere per sempre con Colui che tanto ama, e per il quale ha speso tutta la sua vita. La sua chiara coscienza è che l’autentico e definitivo guadagno, il vero vantaggio è guadagnare Cristo; se invece sarà assolto, la sua vita continuerà ad essere vissuta nella fede di Gesù, il Figlio di Dio e a testimoniare così che per lui “vivere è Cristo”.
Paolo non mostra alcun odio per la vita terrena, non ha disprezzo per il corpo. Il corpo del credente è legato in modo inscindibile a Cristo; se il nostro corpo appartiene a Cristo in quanto riscattato a caro prezzo, allora noi cristiani siamo chiamati a glorificare Dio nel nostro corpo che non è una realtà negativa da guardare con sguardo cinico o angosciato. Il corpo è destinato alla risurrezione, e se è vero che il corpo è per il Signore, l’apostolo giunge a fare una affermazione audace per cui dice: “Il Signore è per il corpo”
Per il cristiano il corpo è il luogo del culto, il luogo della glorificazione di Dio, sempre nella buona e nella cattiva sorte, nella salute e nella malattia, nella forza e nella debolezza. Non è che il malato ha minore dignità di un sano. Dobbiamo ribadire queste cose in questi tempi in cui qualunque pubblicità mette sotto gli occhi corpi belli, sani, efficienti, prestanti, mentre i malati, i disabili vengono appena tollerati quando non vengono emarginati, quando non si fa sentire loro che danno … fastidio.
E’ importante questo discorso perché noi siamo chiamati a glorificare Dio nel nostro corpo che è il luogo della glorificazione di Dio. Sempre. Paolo dirà ai cristiani di Roma: “Vi esorto fratelli a offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio.”
In un altro passo della lettera ai Filippesi Paolo dice: “La nostra patria è nei cieli e di là noi aspettiamo come Salvatore, il Signore nostro Gesù Cristo, il quale trasformerà questo nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso”.
Questo è il destino che attende i nostri corpi, anche quelli più fragili, più mostruosi, più menomati, non importa, lì, diventeremo tutti corpi gloriosi che daranno gloria al Redentore, quindi nessun disprezzo per la vita da parte di Paolo, ma una franca confessione che come cristiano che ama il Signore, egli vuole andarsene, vuole “salpare” (il testo greco) per essere con Cristo per sempre.
L’apostolo sa che il cristiano fin dal battesimo, fin dall’immersione nella morte di Cristo per risuscitare con Lui, il cristiano è con Cristo, ma è attraverso la morte che raggiunge il punto in cui la comunione piena con Cristo si realizza, in un modo nuovo, diverso, definitivo, non più in un corpo di miseria, malato, ma in un corpo glorioso, come quello del suo Signore nella vita eterna, per sempre.
Questi discorsi del corpo, della morte, vanno tenuti presenti più di ieri.
Riflettiamo su questi concetti: “Per me vivere è Cristo e morire un guadagno” e il corpo ha un valore anche quello malato.
II parte
Paolo di fronte alla prospettiva del vivere e del morire ci offre l’opportunità di una riflessione sull’una e sull’altra realtà, cioè sulla vita e sulla morte.
Il discorso della morte da un punto di vista cristiano è diventato un discorso insostenibile, perché non è concepibile che un cristiano sia così terrorizzato davanti alla morte da farla diventare un tabù.
Ieri un tabù era il sesso, oggi è la morte: della morte non si deve parlare, ad un cristiano che sta morendo non si deve dire: “Guarda questa è la tua situazione, preparati, il Signore ti ama, ti vuole con sé, ti viene incontro”. Quello che non funziona è il tabù, per cui la gente muore senza saperlo.
La vita è dono, l’abbiamo ricevuto e dobbiamo custodirlo, ecco perché non possiamo disporne come vogliamo, ecco perché l’eutanasia è un peccato gravissimo contro Dio e contro l’uomo, perché è un bene indisponibile (termine usato dal Papa), cioè è un bene di cui non posso disporre perché non mi appartiene; io posso disporre delle cose di cui sono padrone, non di quelle di cui sono amministratore.
La vita è compito per cui dobbiamo viverla con senso di responsabilità, trafficando generosamente tutti i talenti ricevuti, consapevoli che si vive una sola volta e che il tempo è breve anche se vivessimo 100 anni. Combattere dunque la pigrizia, la sfiducia, il disimpegno, e agire con intelligenza, con diligenza, con passione.
Ci sono modi diversi di concepire la morte. L’attuale panorama socio-culturale presenta la realtà della morte, diversamente connotata.
Mi rifaccio volentieri ad una breve eccellente scheda che il mio Vicario generale, Mons. Giuseppe Greco, preparò per il foglietto della “Domenica” del giorno di Tutti i Santi, in cui parla delle diverse maniere di connotare la morte. In questo foglietto sul retro c’era proprio un trafiletto su come è vista oggi la morte.
Sono 7 i modi :
- La morte censurata- secondo questa visione la morte è un tabù, non se ne deve parlare, non vi si deve pensare.” Non ci accorgiamo di questa grande stoltezza, perché non è rimuovendo il pensiero della morte che la morte non arriva, anzi ti coglie alla sprovvista, ti coglie impreparato. Vivendo distratti dal pensiero della morte, si vive alienati e si muore espropriati.
- La morte rifiutata- oggi c’ è il mito della salute e della forma fisica, di una sorta di eterna giovinezza, non si accetta per niente l’invecchiamento, e l’appressarsi della morte.” Ed è così che si vive la terza età, la stagione della vecchiaia, della malattia, la si vive tristi, angosciati, ripiegati, malinconici. Dobbiamo educarci fin da giovani, perché poi queste cose non si possono più imparare, quando è l’ora. Educarsi a vivere con sapienza fin da giovani le diverse stagioni della vita: ogni stagione ha i suoi pregi e i suoi difetti, i suoi vantaggi e i suoi svantaggi, con i propri limiti e con le proprie ricchezze. Questa è saggezza, prepararsi ad invecchiare bene e morire bene.
- La morte occultata- si riscontra la tendenza a nascondere all’ammalato terminale l’imminenza della sua morte, negandogli di fatto la possibilità a prepararsi a morire.” Invece l’amore verso il morente non deve spingerci ad occultare, ma a rivelare con delicatezza, con gradualità, non sbattere crudelmente in faccia la verità (vale per i medici). Va detta la verità a tempo opportuno, stando accanto all’ammalato con tutto l’affetto e additandogli la meta che ci attende. Questo è un modo cristiano di porsi davanti alla malattia e alla morte.
- La morte solitaria – difficilmente si muore in casa, attorniati dai membri della propria famiglia, si muore spesso nelle strutture pubbliche, si muore soli.” Questo è un aspetto angosciante e disumano della morte, e dovremmo fare di tutto affinché il morente, in casa o fuori si senta accompagnato, non abbandonato, si senta amato non sopportato, si senta aiutato a pregare e a partire con gioia, non con ribellione e disperazione. Io credo di poter dire che se un malato terminale è circondato dall’affetto, dalle premure di parenti, di amici, non ci sarà nessun malato terminale che chiederà l’eutanasia. L’eutanasia la chiede chi si ritrova solo, abbandonato, tradito e disperato e non chi si trova accanto gli affetti più cari che lo tengono per mano, gli fanno sentire la presenza, la solidarietà, l’amicizia, la preghiera, il sostegno. Sono tutte cose da riscoprire in un mondo che ha fretta, che reputa il “tempo, denaro”.
- La morte anonima – c’è un livellamento spersonalizzante nel vivere e nel morire. E’ molto attuale la preghiera poesia di un autore: Dà o Signore a ciascuno la sua morte, la morte che fiorì da quella vita in cui ciascuno amò, pensò, sofferse. Se ci si prepara a ben morire, la morte sarà per ognuno di noi un evento personalissimo, un momento solennissimo, il più solenne di tutta la vita, in quanto è l’ultimo atto della vita che ti porta finalmente alla meta sospirata.
- La morte cercata- è conseguenziale alla cultura di morte oggi diffusa, emerge dalla scelta della droga o nella irresponsabile alta velocità in un elenco di innumerevoli morti del sabato sera. Senza una fede matura, senza la speranza escatologica, senza la carità teologale, è facile nutrire disperazione nella vita. Tanti giovani che vanno ad una velocità pazzesca e magari senza casco, spesso sono vittime di questa forma di disprezzo della vita e non hanno neanche capito il valore, non hanno una fede matura, adulta.
- La morte disperata – “Chi vive senza speranza, muore senza speranza, soltanto la morte cristiana è permeata dalla consapevolezza del passaggio verso la vita eterna. E’ animata dalla speranza, è un abbandono fiducioso nelle mani del Padre.” La differenza tra l’ateo e il cristiano in fondo è questa: l’ateo attende la morte o la teme come la fine di tutto, il cristiano attende la morte come l’incontro con Cristo. Gli atei sono quelli che non hanno speranza, i cristiani invece sono coloro che vivono (come dice la Liturgia) nell’attesa della beata speranza
che venga il nostro Salvatore Gesù Cristo.
Chiudo con un’espressione che mi ha molto colpito e mi fa compagnia da qualche mese. Una giovane morta a 19 anni scrisse così: “La vita è bella perché la si può donare, anche la morte è bella quando la vita non è solo tolta, ma offerta”.
Cari fratelli ed amici so che sono stato poco diplomatico nel cominciare quest’anno la Scuola della Parola con questi discorsi, ma prima o poi tutti faremo i conti con la morte. Basta guardarla in faccia con la luce che ci viene dalla fede, che unica può illuminare la morte e togliere quelle brutte connotazioni che abbiamo sopra elencato.
Per noi la morte è ben altra cosa. Perché S. Francesco di Assisi ha potuto chiamarla “sorella morte”? Perché, come dice Padre Cantalamessa in un suo libro di meditazione sulla morte, capovolge il proverbio che noi spesso usiamo: “La speranza è l’ultima a morire”. P. Cantalamessa riflettendo sulla morte conclude: “La morte è l’ultima speranza”.
Questa è la conclusione di chi ha la grazia della fede. La morte fa paura, e anche Gesù Cristo ha avuto paura, quando ha sudato sangue nell’orto degli ulivi, però dopo l’istintiva prima reazione ha detto: “Padre si faccia non la mia, ma la tua volontà”.
La morte istintivamente mette paura perché è un’esperienza che si fa singolarmente, nessuno la può fare al mio posto, per cui quel senso di ansia, di trepidazione che cosa è? Se crediamo nella Parola del Signore, nel suo amore, che morendo ha vinto la nostra morte, e risorgendo ha ridato a noi la vita, allora tutto cambia e a quel punto la morte non è la fine di tutto, è invece l’inizio di una vita interminabile, è l’ingresso nella vita eterna, come diceva S. Teresa di Gesù Bambino: “Non muoio, entro nella luce”.
La morte non è l’ultima parola dell’umana vicenda, è il tunnel buio che sbocca nella luce intramontabile, perché Cristo morendo, ha distrutto la nostra morte e risorgendo ha ridato a noi la vita. “Chi crede in Lui, anche se muore, vivrà, è il più bel vivere, chi crede in Lui non morrà in eterno.”
Coraggio amici, la Parola di Dio ci aiuta ad attrezzarci a ben vivere e a ben morire. La Parola di Dio è quella che dà le grandi certezze, i profondi convincimenti, la Parola di Dio come dice il Salmista, ci fa vivere: “La tua Parola mi fa vivere”.
Quando recitiamo l’Ave Maria diciamo: “Prega per noi peccatori, adesso e nell’ora della nostra morte” pensiamoci. Questo ci dà fiducia che nel momento della morte, la Madonna ce la ritroveremo accanto che prega per noi, ci dà coraggio, ci tiene per mano, ci sussurra parole di conforto e di speranza, di serena accettazione della volontà di Dio: La morte è una chiamata, una vocazione, è l’ultima chiamata, dopo una serie di chiamate. “Nell’ora della mia morte chiamami e comanda che io venga a te, affinché ti lodi con tutti i Santi”.
† Giuseppe Costanzo
