Scuola della Parola – Inno Filippesi

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Siracusa 16   Dicembre   2006

I   Parte

(Filippesi  2, 1-11 )

        Fratelli e sorelle siamo ancora insieme per ascoltare e approfondire la Parola di Dio in questo tempo della festa di S.Lucia e di preparazione al Natale.

Lucia è la creatura che in maniera eccellente ha incarnato questo messaggio che Paolo ha inviato alla comunità di Filippi.

Nella comunità di Filippi, Paolo ha ricevuto notizia di tante mancanze d’amore ed essendoci un rapporto bello, sereno, tra padre e figli con la comunità, egli interviene con una calda, accorata emulazione. Li corregge consolandoli, li sprona incoraggiandoli. Questo è il senso della parola greca non facilmente traducibile parafrasis. Questa parola significa incoraggiamento, consolazione, correzione   e così via.

Paolo vedendo minacciata la comunione parla ai suoi col cuore in mano, rivolge loro una vibrante esortazione sostanziata in un inno cristologico tra i più belli, una perla incastonata in tutta la lettera ai Filippesi, il cuore della lettera, l’inno il più profondo di tutto il Nuovo Testamento.

Paolo interviene a correggere dando certezze teologiche e profondissime. Il moralismo dell’indice puntato è finito.

La mancanza di amore tra questi fratelli della comunità si manifestava in tante miserie, passioni umane: la rivalità, la vanagloria, la concorrenza, l’invidia, la gelosia, la voglia di protagonismo. Paolo li esorta a conservare l’unità con due mezzi fondamentali: l’umiltà e l’altruismo.

Non ci può essere mai unità se non c’è umiltà. La persona orgogliosa, superba, è una persona che rompe sempre con tutti perché l’orgoglio porta ad assumere atteggiamenti di superiorità, di sprezzante superiorità, crea tensioni, dissapori, ferisce le persone. Paolo raccomanda l’umiltà se si vuole conservare l’unità e raccomanda l’altruismo cioè non pensate solo al vostro bene personale, ma anche a quello degli altri. Quante volte siamo così egoisti che praticamente facciamo fatica a stare l’uno con l’altro. L’egoista, il superbo, non è capace di comunione.

L’amore è umile, stima gli altri superiori a se stessi. L’umiltà non era una virtù facilmente praticata a quel tempo, anzi…era disprezzata presso i pagani.

La parola umiltà nel mondo greco era sinonimo di schiavismo, servilismo, adulazione; ma l’umiltà cristiana non è affatto umiltà da cane bastonato, è una virtù.  

Il cristiano in primo luogo è umile verso Dio, poiché sa che da Lui ha ricevuto e riceve tutto e nel cammino verso Dio pratica la vera umiltà, verso gli altri uomini, verso i fratelli indifesi e in essi riconosce la scintilla di Dio. Senza umiltà è impossibile vivere in comunione, ma ci si preoccupa per il bene dell’altro che vale quanto il proprio. Noi invece crediamo che i nostri diritti siano i più forti. Le belle parole sull’amore non fruttano niente, vuole dire Paolo, soltanto i fatti persuadono, per cui dice :siate umili … siate altruisti allora potete conservare l’unità. In fondo l’esortazione di Paolo ruota attorno a questi tre registri fondamentali:

unità, umiltà, altruismo.

Questa è una regola che dobbiamo assumere anche per noi.

Spesso nelle nostre comunità perché non c’è unione? non c’è umiltà? Certamente per le meschinerie di cui abbiamo parlato prima: la vanagloria, l’invidia, la gelosia, il volere emergere ecc……….

Segue ora l’inno cristologico che non è di Paolo:   

 “non considerò un tesoro geloso

 la sua uguaglianza con Dio………………”.( da 6 a 11 )

Paolo ha trovato questo inno e lo ha fatto suo ripensandolo, rimaneggiandolo, integrandolo e vi apporta le sue intuizioni e integrazioni.

Paolo prima aveva parlato della necessità dell’umiltà mediante la quale i Filippesi si trattano con amore, ora prosegue con una esortazione:” voi dovete avere gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù” cioè “il vostro cuore deve essere abitato e animato dagli stessi sentimenti che animavano e abitavano nel cuore di Cristo.”

L’inno ha due movimenti fondamentali: l’abbassamento e l’innalzamento.

Ritroviamo in questi versetti tutte le tappe del mistero di Cristo.

  1. la preesistenza divina
  2. l’abbassamento dell’incarnazione
  3. l’ulteriore abbassamento della morte
  4. la purificazione celeste
  5. l’ adorazione dell’universo
  6. il titolo nuovo di Cristo

Gesù Cristo nella sua preesistenza, fin dall’eternità quale Dio e Verbo di Dio, conserva la pienezza della divinità, ma Gesù non si abbarbicò al fatto di essere uguale a Dio, non tentò di conservare gelosamente per sé questo dono, spogliò se stesso cioè vuotò se stesso, rinunciò non alla natura divina ma alla gloria che gli spettava, che possedeva nella sua preesistenza e che avrebbe dovuto rimbalzare sulla sua umanità.  

Questo Dio che si fa uomo avrebbe dovuto avere una umanità su cui si riverberava tutta la bellezza, lo splendore, la gloria della divinità: a tutto questo ha rinunciato: era Dio ma non si vedeva, si vedeva invece un uomo come gli altri. Fino a che punto questa rinuncia? Fino a diventare uno schiavo, assume cioè la forma di servo, l’immagine di un uomo povero e dipendente da tutti.  

Questo è lo scandalo del Natale: per una incarnazione di un Dio ti aspetti una reggia, un grande splendore e invece ecco un bambino come tutti gli altri, bisognoso degli uomini, in particolare di Maria e di Giuseppe: niente di straordinario, un uomo come tutti gli altri, ha assunto la forma di un uomo povero e dipendente. Chi lo ha salvato dalla persecuzione di Erode? Giuseppe e Maria la madre di Gesù con la fuga in Egitto. A Gesù chi gli ha insegnato a pregare? Maria! Chi gli ha insegnato a lavorare da falegname? Giuseppe!

Abbassò se stesso più in basso di uno schiavo fino a giungere a divenire come uno schiavo morto in croce.

Il suo abbassamento che lo condusse all’umiliazione di una morte da malfattore fu un atto di obbedienza al Padre fino alla morte in croce. Lassù Gesù è il primo, quaggiù un uomo, uno schiavo, l’ultimo degli uomini perché è stato condannato a morte come un malfattore. Solo Dio può giungere così in basso, solo Lui può rendere così se stesso.

Il Natale è un mistero, un abisso di umiltà, noi invece così boriosi, così supponenti, così ancorati, così pretenziosi… Il mistero del Natale veramente ci ridimensiona se prendiamo la cosa sul serio.

Non è finita, non è tutto qui quello che è accaduto, anzi “proprio perché spogliò se stesso sino alla morte e abbassò se stesso fino alla morte sulla croce, Dio lo ha esaltato sopra ogni cosa, lo ha innalzato sopra ogni altezza.”

In forza della sua obbedienza, lo schiavo è diventato il Signore: ecco il capovolgimento, i due movimenti: abbassamento, innalzamento; Lui si è abbassato in obbedienza al Padre e in solidarietà con gli uomini; il Padre lo ha esaltato, lo ha glorificato, da servo  lo ha fatto diventare Signore.

In una sola battuta si può dire che il mistero di Cristo è obbedienza di Cristo al Padre fino alla morte, compiacimento del Padre fino ad esaltarlo nella gloria.

A questo innalzamento corrisponde il nome che ha ricevuto da Dio, perché, dice Paolo, Dio gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome: Gesù, davanti al quale ogni ginocchio si piega, cioè tutto in cielo e sulla terra si sottomette, il nome col quale governa l’intero mondo visibile e invisibile. E il secondo nome qual è? Signore.

Con questo nome tutte le potenze riconoscono e confessano la sua assoluta signoria. Questa è la sua esaltazione e alla sua signoria tutti devono sottomettersi.

Cristo è il trionfatore sopra tutte le potenze e trionfa a gloria di Dio Padre. Colui che domina sopra le potenze e gli uomini è colui che si è abbassato fino alla croce al quale Dio nella sua gloria ha dato il nome di Signore Gesù Cristo, perciò “il Padre lo ha esaltato e gli ha dato un nome che è al di sopra di ogni altro nome perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sottoterra e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore.

Questo inno illumina la mente e riscalda il cuore e ognuno dovrebbe mettersi in ginocchio e pregare: Gesù abbi pietà della mia boria, fammi diventare piccolo, umile, obbediente. I santi incarnano esattamente questa testimonianza di cui abbiamo urgente bisogno: Lucia è una santa che ci insegna cosa è l’umiltà fino alla morte

II  Parte

“Come tu mi vuoi io sarò, dove tu mi vuoi io andrò”

Chiediamo a S. Lucia che queste parole le faccia imprimere con la grazia dello Spirito Santo nel cuore di tanti giovani che magari hanno paura e non si decidono mai. La nostra riuscita è lì: come Tu mi vuoi, io sarò, dove Tu mi vuoi, io andrò.

Vorrei ora affrontare due cose di grande importanza:

il desiderio di diventare come Dio

il mistero della croce

  1. il desiderio di diventare come Dio è quello che ha portato Adamo ed Eva a fare il passo che hanno fatto disobbedendo a Dio perché non si sono fidati di Dio, non hanno creduto alla sua Parola, hanno avuto, insinuato dal serpente, il sospetto che Dio non fosse un amico, ma un concorrente spietato, un rivale che, geloso, voleva tenere solo per sé la divinità. Dobbiamo vedere allora quale è stato il loro errore che non era certo il desiderio di diventare come Dio che è già innato nell’uomo e che costituisce la sua grandezza e lo distingue dall’animale.

Tale anelito costituisce lo specifico dell’uomo, la realizzazione della sua identità profonda perché desiderare di diventare Dio, significa desiderare una vita in pienezza, desiderare una vita felice in cui sono libero da malattia, da sofferenza, dal peccato, la morte. Desiderare di diventare come Dio non è peccato. Allora dove hanno sbagliato Adamo ed Eva?

La Scrittura pur salvaguardando l’unicità di Dio e la sua distinzione rispetto all’uomo insiste sulla promessa fatta all’uomo di diventare come Dio: “sarete dei” e i Padri orientali, a partire da S.Atanasio:  “Dio si è fatto uomo perché l’uomo diventi Dio”. Questa è la nostra destinazione: “diventare Dio” dobbiamo vedere però per quale strada.

Il problema non è il desiderio di diventare come Dio, ma è il modo in cui lo voglio realizzare. Altro è accogliere la nostra divinizzazione come un dono, altro è pretendere di conquistare la divinizzazione con le proprie forze. Adamo ed Eva pretesero di conquistarsela la divinizzazione, mentre la strada giusta è accoglierla come dono di Dio.

Quando l’accogliamo come dono ci sottomettiamo alla libertà e alla gratuità di Dio che ci chiama, come dice S. Pietro, partecipi alla divina natura.

Nel secondo caso di Adamo ed Eva è come se volessimo strappare a Dio una preda che egli custodisce gelosamente, escogitando una sorta di rapina nei suoi confronti.

Il primo Adamo pretese di appropriarsi della divinizzazione con le proprie macchinazioni, con le proprie forze.  

Il secondo Adamo (Gesù Cristo) ci ha illuminato a percorrere il cammino inverso: lo ricevo come dono dall’amore di Dio.

  • Il mistero della croce

Dice Paolo che Gesù si fece obbediente fino alla morte e alla morte di croce. L’obbedienza di Cristo non si è fermata neanche dinanzi all’esperienza umana, più ignominiosa e squalificante: la croce. L’obbediente è il Crocifisso e come dice Paolo nella 1° lettera ai Corinzi “il crocifisso è scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani.” Il Crocifisso è ritenuto il maledetto da Dio.

L’apostolo fissa l’attenzione sulla paradossale impotenza del Crocifisso.

Questa morte ignominiosa non è il compiersi di un progetto, del volere inflessibile di un Dio che reclama soddisfazione, ma la morte in croce è il coronamento di un cammino di obbedienza vissuta nel dono totale di sé. La morte in croce è la conseguenza del modo di essere, di comportarsi di Gesù: Egli annunciava una verità scomoda, Egli inquietava le coscienze con la sua predicazione in un mondo in cui il giusto dà fastidio all’empio, in un mondo in cui il giusto diventa insopportabile all’empio al solo vederlo, per cui è chiaro che scatta la volontà di eliminare il giusto perché in esso, l’ingiusto si vede, si specchia vede le sue sozzure, le sue incoerenze, le sue infedeltà, la sua cattiveria  e allora il giusto dà fastidio e si vuole eliminare.

Questa è la croce; non è la conseguenza di un volere inflessibile di un padre che chiede soddisfazione, ma è la conseguenza della coerenza di Cristo, della predicazione di Cristo, una testimonianza di vita che dà fastidio agli empi. E’ ben diverso da quello che molti pensano!

La croce dunque è la risultante del comportamento e della predicazione di Gesù come libero e obbediente Adamo, come vero Adamo pienamente conforme al progetto di Dio.

Anche se l’inno è “prepaolino”, Paolo ha aggiunto quelle parole “obbediente fino alla morte e alla morte di croce”. Con questo inciso Paolo vuole sottolineare l’indicibile scandalo della morte patita da Gesù. Non dobbiamo dimenticare che la morte in croce, è la morte del maledetto da Dio, appeso tra cielo e terra, perché così appare, rifiutato da Dio e dagli uomini: non è né in cielo, perché Dio lo rifiuta, né in terra perché l’umanità lo rifiuta.

La morte in croce, come dice nella Lettera agli Ebrei, è la morte della vergogna, è come dice Origene, la turpissima morte della croce, è il supplizio dello schiavo, il supplizio estremo inflitto a chi è stato giudicato “nocivo alla polis cioè alla città”.

Ebbene Cristo ha conosciuto proprio questa morte di croce, e il carattere infamante di tale morte, dice Paolo non può restare taciuto, non si può ridurre la croce ad un simbolo religioso, persino ornamentale.

La croce è la vittoria estrema, essa ci testimonia che qualunque sia il male in cui l’uomo possa venire a trovarsi, in essa troverà Cristo, l’abbassato, l’umiliato a compatire con lui.

Gesù, la sua obbedienza a Dio e la solidarietà agli uomini, trovano sulla croce la loro realizzazione estrema fino al grido:

“Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?” Qui si ha la massima epifania del Figlio perché si ha contemporaneamente il culmine dell’obbedienza e dell’umiliazione, ma si ha anche la croce, la manifestazione suprema dell’amore di Dio che si dona

 e perdona: “Padre perdonali perché non sanno quello che fanno”.

 Il mistero della croce è un mistero grandissimo!

Per Paolo che conosceva  bene l’Antico Testamento dove chi muore in croce, è un maledetto da Dio, il punto nevralgico della sua conversione sta qui: accettare come suo Dio, come suo Salvatore, come suo Signore, colui che è morto in croce.

Affidiamo allo Spirito Santo, che Lucia ci ottenga con abbondanza, che queste parole siano per noi luce, pungolo e siano anche di conforto mentre il Signore ci chiama a condividere la sua croce.

† Giuseppe Costanzo