Assunzione di Maria SS.ma in cielo

•

60° Anniversario della Ordinazione Sacerdotale
Troina – 2015

Celebriamo un grande mistero. Un mistero di speranza e di gioia per tutti noi: l’Assunzione di Maria SS.ma in cielo, in anima e corpo.

La Madonna assunta in cielo è il disegno di Dio restaurato e portato al suo integrale compimento. È l’apoteosi della creazione e della redenzione in una creatura. È la meta del nostro cammino e il termine della nostra speranza. È l’indicazione persuasiva di ciò che saremo, quando il Salvatore Nostro Gesù Cristo “trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso, in virtù del potere che Egli ha di sottomettere a sé tutte le cose” (Fil 3, 20 sg).

Questo mistero ci colma di gioia perché sappiamo che la Madonna ci ama con cuore di Madre, ci veglia con amorosa sollecitudine, ci attende nella gloria del cielo e ci sostiene nel nostro cammino. Perciò “brilla come un segno di sicura speranza e di consolazione per il popolo di Dio in cammino, fino a quando non verrà il giorno del Signore” (L G  58).

“Questa festa allora – come disse Papa Benedetto XVI – parla del nostro futuro: ci invita ad avere coraggio, a credere che la potenza della risurrezione di Cristo può operare anche in noi e renderci uomini e donne che ogni giorno cercano di vivere da risorti, portando nell’oscurità del male che c’è nel mondo la luce di Cristo”.

xxxxxxxx

È stata per me una grazia singolare ricevere l’Ordinazione sacerdotale proprio nella festa dell’Assunta del 1955. Proprio nel giorno dell’Assunta del ‘49, dopo una novena di preghiere allo Spirito Santo, avevo ottenuto, per intercessione della Madonna, il permesso di entrare in Seminario per prepararmi al sacerdozio.

L’Ordinazione presbiterale conferitami proprio il 15 Agosto del ‘55 mi sembrò un dono e un privilegio. Sessant’anni di vita e di ministero sacerdotale. Sessant’anni in cui ho sperimentato la misericordia del Padre, l’amore paziente del Divino Maestro, la guida dolcissima dello Spirito Santo e l’accompagnamento vigile e tenero della Madonna SS.ma. Anni di studio, di insegnamento, di servizio formativo in Seminario. Anni di impegno pastorale nei vari ruoli e compiti a cui la Provvidenza mi ha chiamato. Trentanove anni di servizio episcopale durante i quali ho imparato sempre più che amare la Chiesa è spendersi nel servizio (servizio della Parola e servizio dei sacramenti), nella preghiera (in tutte le sue declinazioni), nella sofferenza (in tutte le sue modulazioni e sfaccettature), nella testimonianza, dalla quale emerge che il Vangelo è non solo credibile, ma anche vivibile.

Due sentimenti emergono con forza da questi sessant’anni di ministero: la gratitudine e la contrizione. Gratitudine per i doni ricevuti e per il bene di cui il Signore mi ha voluto strumento. Per tutto dico: “Benedici il Signore, anima mia, non dimenticare tanti suoi benefici”. Contrizione per le tante infedeltà che hanno ferito il Cuore di Cristo e tolto credibilità al Vangelo. Con Davide peccatore imploro; “Pietà di me, o Dio, secondo la tua misericordia, nel tuo grande amore cancella il mio peccato” (Sal 51).

xxxxxxxxx

Quando sono diventato “emerito”, è cominciata la seconda fase del ministero: quella della vecchiaia, quella dell’ora presente. In questa fase sono facili il ripiegamento, la tristezza, la malinconia, l’angoscia. A provocare questi stati d’animo sono diversi fattori: il corpo che si indebolisce, la vitalità psichica che diminuisce, la mente e la memoria che si affaticano facilmente, le malattie che trovano un più facile varco, la crescente dipendenza dagli altri.

È una svolta delicata, che potrebbe segnare il declino definitivo, ma può essere l’inizio di una fase ugualmente preziosa e feconda. Per far questo è importante convincersi che il mito dell’eterna giovinezza è un inganno, e che il valore della vita non coincide sempre e comunque con la giovinezza. Soprattutto però, “urge”, ricuperare la giusta prospettiva da cui considerare la vita nel suo insieme.

 E la prospettiva giusta è l’eternità, della quale la vita è preparazione significativa in ogni sua fase. Anche la vecchiaia ha un suo ruolo da svolgere in questo processo di progressiva maturazione dell’essere umano in cammino verso l’eterno. Se la vita è un pellegrinaggio verso la patria celeste, la vecchiaia è il tempo in cui più naturalmente si guarda alla soglia dell’eternità” (Giovanni Paolo II, Lettera agli anziani). Alla luce della Parola di Dio e con la grazia dello Spirito Santo ho maturato alcune certezze che vorrei condividere con tutti voi.

  •La prima: la vecchiaia è il tempo forte della fede e dell’abbandono filiale e fiducioso al Signore. È il tempo di reimpostare la relazione con Dio e con se stessi. Caduti, per necessità di cose, i puntelli umani, la virtù fondamentale è la fede: una fede rivitalizzata, vissuta cioè non solo e non tanto come adesione della mente alle verità rivelate, ma come certezza dell’amore di Dio che sempre ci avvolge e ci accompagna.

Una tale fede ci sostiene nelle sofferenze del corpo, nelle angustie dell’anima, nelle difficoltà per la preghiera, nella dolorosa percezione di sentire lontano anche il Signore. La fede, in queste situazioni, ci aiuta a perseverare nella preghiera tenendo fisso lo sguardo su Gesù. È stato scritto: “La fede è il più potente ansiolitico, la sfiducia è il più potente ansiogeno” (Silvano Fausti).

  • La seconda certezza che mi piace condividere con voi è questa: la vecchiaia, nonostante le difficoltà che comporta, non impedisce l’esercizio della carità fraterna. Un sacerdote che per lunghi anni è stato alla sequela di Gesù e da Lui ha imparato a servire il prossimo, avrà modo, anche nella vecchiaia, di rendersi utile nel servizio. Sarà la disponibilità all’ascolto, oggi così prezioso; sarà il consiglio richiesto e dato; sarà il servizio del Confessionale, spesso carente. Sarà il ministero della Parola. C’è tanto bene da fare. Altro che inutili!

  • Ma c’è un’ attività che può nutrire la mente e dilatare il cuore di un prete: la meditazione della Parola di Dio, che è Parola di vita. Il Salmista dice: “Sostieni i miei passi con la tua Parola”. La parola di Dio  è luce della mente e gioia del cuore. Suscita la fede e la alimenta. Genera la speranza e la purifica. Spinge alla carità e la rende operosa. È Parola che libera e salva. Parola che fa vivere. Parola tonificante, trasformante.

Tutto ciò però non si improvvisa. È dono ed è compito. Rendo grazie alla Madonna che continua ad essermi Madre e Maestra, lei che è beata per aver creduto alla Parola, lei che la custodiva e la meditava nel suo cuore.

  • C’è un’altra attività che lo Spirito mi fa sentire come gradita al Cuore di Dio e preziosa per il suo popolo santo. È la preghiera: – Preghiera anzitutto di adorazione, di lode, di ringraziamento a Colui che ci ha creati e ha fatto grandi cose per la nostra salvezza.

 “Noi ti lodiamo, Ti benediciamo, Ti adoriamo, Ti glorifichiamo, Ti rendiamo grazie per la tua gloria immensa”. “Grande Tu sei e compi meraviglie. Tu solo sei Dio”.

  • C’è la preghiera del Rosario, preghiera contemplativa, tanto cara a Maria. Preghiera familiare a chi ama la Madonna e a chi ha il gusto della meditazione.
  • C’è infine un’altra forma di preghiera che oggi sento particolarmente urgente: è la preghiera di intercessione   per i bisogni della Chiesa e dell’intera umanità, così sconvolta, disorientata e smarrita, perché il Signore “abbia misericordia di noi e del mondo intero”. Quanta sofferenza, quanto odio, quanta violenza! “Quando sono scosse le fondamenta, il giusto che cosa può fare?” (Sal 10). Ci angoscia il senso di impotenza, eppure disponiamo di un’arma potentissima: la preghiera appunto di intercessione, unita all’amore e al perdono: “Tra il vestibolo e l’altare piangano i sacerdoti, ministri del Signore, e dicano: «Perdona, Signore, al tuo popolo e non esporre la tua eredità al ludibrio e alla derisione delle genti»” (Gl 2, 17). Amare, pregare, perdonare: sono le armi più potenti, di cui dispongono anche i più deboli. Col Salmista allora dirò: “Perché ti rattristi, anima mia, perché su di me gemi? Spera in Dio, ancora potrò lodarlo, Lui salvezza del mio volto e mio Dio” (Sal 42).

xxxxxx

  •Poi la terza ed ultima fase: la morte terrena, uno degli eventi più inquietanti e più conturbanti della nostra vita. Nella vecchiaia la morte diventa un pensiero abituale, è vissuta come un orizzonte sempre meno lontano ed interpella tutta la nostra fede nella risurrezione che Gesù ci ha promesso: “Chi mangia di questo pane vivrà in eterno ed io lo risusciterò nell’ultimo giorno” (Gv 6, 54).

La speranza dell’eternità mi inonda il cuore di gioia e di pace: “essere sempre con Dio”, “vedere Dio così com’Egli è”, è “la vittoria che vince il mondo”. L’eternità perciò non posso intenderla secondo le categorie del pensiero idealista e marxista, che fa sopravvivere la persona nei figli o nella patria o nel partito politico (ciò che alla fine è pur sempre qualcosa di contingente e non eterno); la giusta visione dell’eternità invece accetta la caducità, ma riesce a vedere che la vita ha un significato che trascende la vita. “Sia che viviamo, sia che moriamo, siamo del Signore” (Rm 14, 8). E Lui è il Dio dei vivi  (cfr  Mt 22, 32; Mc 12, 27; Lc 20, 38).

La morte, dunque, non è la fine, ma il compimento e la pienezza. Non è inabissarsi nel nulla, ma raggiungere la patria. Non è piombare nel buio, ma entrare nella luce. Non è perdere tutto, ma ricevere “quello che Dio ha preparato a coloro che lo amano”.

 La morte è l’inevitabile strettoia attraverso cui passare per giungere nella Casa del Padre, dove Gesù ci ha preparato un posto e dove gli amici e fratelli defunti ci attendono. Il sole, al suo tramonto, si congeda da questo emisfero e comincia a risplendere nell’altro emisfero. Così è con la morte: lasciamo questa terra d’esilio per nascere nella patria celeste.  In questo senso dico che la morte non è più uno spettro e un incubo, ma il momento più alto e più serio della mia vocazione cristiana, che non mi toglie la vita, ma soltanto me la trasforma: Ai tuoi fedeli, Signore, la vita non è tolta, ma trasformata (Pref.). Giustamente la liturgia ci fa dire: “Trasformati a tua immagine noi vedremo il tuo volto e sarà gioia piena”.

E S.Agostino afferma con fierezza: “Là riposeremo e vedremo. Vedremo e ameremo. Ameremo e loderemo. Ecco ciò che alla fine sarà senza fine”. E mentre sono in questo mondo, vegliato e custodito dalla Madre Assunta in cielo, continuerò a enarrare mirabilia Dei, facendo mio il proposito del Salmista: “Voglio cantare al Signore finché ho vita, cantare al mio Dio finché esisto”, certo, nella fede, di unirmi al coro dei Santi, di cui Ella è la Regina.

Per me vivere è lodare. Vivere è amare. Vivere è perdonare. Vivere è aiutare a vivere.

In questa tua festa solenne mi è caro, o Madre, rinnovare l’affidamento di tutto me stesso a Te e l’impegno di continuare ad imparare da Te:

  • dal tuo “ecce” la pronta disponibilità ai disegni di Dio;
  • dal tuo “fiat” la radicale adesione al volere di Dio;
  • dal tuo “stabat” la fortezza nel dolore;
  • dal tuo “Magnificat” l’attitudine a fare di tutta la vita un canto di lode alla Trinità Santissima, nell’attesa di poterlo fare per sempre nella liturgia del cielo. 

†Giuseppe Costanzo