Augusta-Centro Utopia
7 luglio 2014
La famiglia è la cellula e il pilastro fondamentale della società.
È la prima società umana.
“Nell’orizzonte della comunità cristiana, la famiglia resta la prima e indispensabile comunità educante. Per i genitori, l’educazione è un dovere essenziale, perché connesso alla trasmissione della vita, originale e primario rispetto al compito educativo di altri soggetti; insostituibile e inalienabile nel senso che non può essere delegato né surrogato” (Educare alla vita buona del Vangelo, n. 36).
Educare i figli vuol dire amarli e dunque farli crescere, portarli alla maturità. “L’amore è un lavoro a giornata, in cui si ricomincia sempre daccapo” (M. Rilke). Non solo, quindi, provvedere al loro nutrimento, al vestito e all’istruzione, ma anche dare loro il senso della vita e consegnare loro valori e ideali. Vuol dire aiutarli a coltivare il senso della libertà e della responsabilità, facendoli vivere non in un ambiente ovattato, ma capace di fare da palestra per la grande avventura della vita.
Non basta procurare ai figli delle cose ed esonerarli da ogni fatica. Non basta anzi è diseducativo – rendere loro la vita facile e comoda. E’ pericoloso trasformare il figlio in un idolo da adorare.
Ciò che un genitore deve avere chiaro è che alla cura del figlio non basta il sostegno affettivo, ma occorre la chiara percezione di una meta a cui condurlo, cioè l’indicazione di un progetto da realizzare.
Educare non è facile. Non lo è mai stato. Ma oggi le difficoltà si sono moltiplicate, perché i giovani hanno molti maestri e non tutti buoni. Inoltre si è passati da uno stile educativo autoritario che imponeva e svalutava, ad un altro all’insegna del lassismo senza regole, senza confini, senza autorità, ad un terzo stile educativo conciliante, dove i genitori evitano di scontrarsi coi figli, di polemizzare con loro.
È diminuita, quindi, la conflittualità, ma è anche diminuita la responsabilizzazione dei figli in ordine ai doveri familiari. Ora, è vero – come dice San Paolo – che bisogna “Non esasperare i figli, perché non si scoraggino” (Col 3, 21), ma è anche vero che bisogna insegnare loro a “ubbidire ai genitori in tutto”, perché “ciò è gradito al Signore” (Col 3, 20). Cosa impossibile se i genitori litigano continuamente davanti ai figli, se usano i figli per riempire i vuoti di comunicazione tra di loro o – peggio – per accusarsi a vicenda, mettendo i figli contro il padre o la madre. Quando i legami coniugali sono così fragili, i figli, paradossalmente, assumono un altro significato: il genitore che teme di perdere l’affetto del figlio (sono parole di Eugenia Scabini) non è teso al compito di “educare” come tirar fuori da sé (e-ducere), ma piuttosto è portato a se-ducere, cioè ad attirare il bambino a sé. Ecco, allora, il “genitore-amico”, l’atteggiamento permissivista, in una parola la perdita di autorevolezza della figura genitoriale. I figli cresceranno insicuri e sfiduciati nei confronti del matrimonio e domani non si stupiranno se anche la loro famiglia si disgregherà.
Educarli vuol dire dare affetto e sostenerli, ma questo non significa riempirli solo di lodi, senza mai far notare i difetti, altrimenti si riterranno perfetti, impeccabili, e perciò intoccabili. (cfr i genitori = i sindacalisti dei figli)
Educarli vuol dire insegnare loro a pregare e ad amare, ma questo si può fare con efficacia anzitutto con l’esempio. In una società che registra una grande chiusura al Trascendente e che genera uomini e donne senza radici, senza legami, senza progetti, educare alla preghiera, all’amore e alla solidarietà non è lavoro né facile né breve. L’educazione dei figli chiede una condotta esemplare, che è l’argomento più convincente. Chiede ai genitori di saper ricostruire continuamente la loro unione e dunque di sapersi sempre riconciliare: un fatto, questo, spesso difficile, ma obbligatorio. Sono tante, infatti, le cause delle crisi dei coniugi: le condizioni della vita moderna, lo scontro dei caratteri, gli eccessivi impegni di lavoro, la gelosia, i motivi di salute, i problemi economici, le infedeltà (vere o presunte), i lunghi silenzi, più irritanti e pericolosi di certi discorsi …
In queste ed altre difficoltà importante è convincersi che nulla è mai perduto completamente e che si può sempre ricominciare, dialogando con lealtà e umiltà, senza la pretesa di avere sempre ragione, e senza rinfacciarsi i torti, senza volere imporre il proprio punto di vista, scegliendo invece la via della mitezza e della discrezione, imparando a tacere, ad ascoltare e chiedere perdono (“Permesso, grazie, scusa”, Papa Francesco), cercando insieme nella preghiera l’aiuto di Dio, guardando a Cristo, che ama la Chiesa sua sposa con un amore tenero, paziente e recuperante e accogliendo da Lui l’invito a farsi santi insieme coi figli. È quello che il Papa Benedetto XVI ha detto a Valencia: “Possano i figli sperimentare più i momenti di amore e di affetto dei genitori che non quelli della discordia o dell’indifferenza, perché l’amore tra il padre e la madre offre ai figli una grande sicurezza e insegna loro la bellezza dell’amore fedele e duraturo” (luglio 2006).
Educare alla maturità, dicevamo. Ora, la maturità è una realtà complessa, non facilmente definibile a cui contribuiscono componenti diverse della persona e della società. Anche quelli che sono compiti strettamente personali – come l’educarsi alla libertà, all’amore e alla responsabilità – non si compiono senza il contributo decisivo della famiglia, della società, della Chiesa.
Il compito della famiglia – l’abbiamo detto – è fondamentale e non delegabile. Lì i giovani devono ricevere le certezze e i valori fondamentali: il senso della vita, gli ideali per cui vivere e spendersi; lì devono imparare ad amare, a pregare, a perdonare. Lì si impara e si vive la relazione, la reciprocità, il dono di sé, la gratuità e la fraternità, lo spirito di servizio e l’arte di dialogare.
La famiglia è palestra di tutte le virtù umane e cristiane: il senso del dovere, della fedeltà e della responsabilità. In famiglia i genitori consegnano ai figli il tesoro della fede, il patrimonio della Bibbia, l’amore a Cristo e alla Chiesa. In famiglia i genitori educano i figli alla collaborazione e alla solidarietà; lì i figli devono imparare che nella vita ci sono i diritti, ma anche i doveri e che il “tutto subito” non aiuta a crescere, perché in quel caso tutto diventa scontato e svalutato, e non abitua – come dicono i competenti – a “diluire la soddisfazione del bisogno”. In famiglia i genitori aiutano i figli ad affrontare e superare le prove, memori che la prova superata accresce la stima e la coscienza di sé. Cosa importantissima in una società competitiva quale è quella in cui viviamo.
Una famiglia, dunque, dove sia chiaro che amare non è viziare, ma educare. Non possono attendersi nulla di buono quei genitori che fanno crescere i figli nella bambagia, che li difendono sempre e comunque, che cercano di risparmiare loro problemi e sacrifici, che si rassegnano a far diventare la casa una sorta di albergo. I genitori maturi, invece, allenano i figli alla lotta e alla rinuncia. Non si riesce nella vita senza un minimo di consapevolezza e di disciplina. Ascoltiamo il grande apostolo e atleta del cristianesimo: “Io – dice – corro, ma non come chi è senza meta; faccio pugilato, ma non come chi batte l’aria; anzi, tratto duramente il mio corpo e lo riduco in schiavitù, perché non succeda che, dopo aver predicato agli altri, io stesso venga squalificato” (1 Cor 9, 26 sg).
Oggi, purtroppo, molti giovani vivono in un mondo da favole, dove tutto è facile e dovuto. E questo non favorisce la maturazione: questa richiede certo affettività e vicinanza, ma richiede anche fermezza, senso di responsabilità e fatica. Bisogna generarli di nuovo nel dolore (cfr Gal 4, 19). Altrimenti restano “come fanciulli sballottati dalle onde e portati qua e là da qualsiasi vento di dottrina” (Ef 4, 14).
È facile, per noi adulti – genitori, docenti, educatori – lamentarci dei comportamenti e degli atteggiamenti dei giovani ma dovremmo anzitutto chiederci che cosa abbiamo loro dato. Abbiamo dato un modello di adulto che, pur con i suoi limiti, si sforza di essere autentico, coerente, impegnato e non centrato solo su futili bisogni, quali il guadagno, l’affermazione di sé a tutti i costi e la scarsa attenzione agli altri? Abbiamo saputo proporre ideali grandi, credendo in loro e aspettandoci il meglio da loro? Abbiamo il coraggio di investire su di loro, di formare nuove leve, di ascoltare il loro punto di vista (anche se talora ci sconcertano), accettando di cedere il posto e di non essere sempre al centro?
Siamo disposti a dialogare con loro, ascoltando le loro ragioni e offrendo argomenti di ragione e non di autorità? L’adulto dovrebbe essere colui che mostra la strada e che, pur avendo momenti di crisi, sa però di avere dei doni e dei compiti, una meta e una responsabilità.
Servono adulti che, pur dando radici, invitano i giovani a spiccare il volo e a volare alto, giacché siamo fatti per le vette.
Difficoltà ad educare
L’educazione nella famiglia e da parte della famiglia è diventata un’arte difficile, tanto più che la famiglia oggi è rimasta sola in questo compito e molti genitori sono disorientati e si sentono inadeguati, addirittura impotenti. Si tratta di una solitudine anzitutto sociale. Infatti la società consumistica pone al centro l’individuo e la soddisfazione dei bisogni dei singoli, anziché la cellula fondamentale che è la famiglia, con il rapporto uomo-donna e la relazione genitori-figli.
Il compito dei genitori si scontra oggi con una cultura che rifiuta, delegittima e banalizza i pilastri dell’educazione umana; una cultura che mira a creare dei consumatori, avidi di novità e obbedienti alle regole del mercato. Non c’è in essa alcun interesse per formare “bravi giovani e onesti cittadini” (D. Bosco) e questo scoraggia i genitori dall’assumersi le loro responsabilità educative.
Inoltre si sta sfaldando il triangolo classico dei grandi soggetti educativi: la scuola fatica ad essere formativa, la famiglia diventa iperprotettiva nei confronti dei figli, la comunità cristiana, fin quando la frequentano, diventa “atmosferica” e affettiva. La società crea individui, i legami si allentano e si frammentano, la famiglia fatica a costruire storie stabili e stabilizzanti per i figli.
A tutto questo si aggiunga il clima generale dominato dal soggettivismo dei valori, dal permissivismo, dalla poca sensibilità al bene comune, dalla chiusura al Trascendente, dalla ricerca spasmodica di una felicità esclusivamente terrena, la carenza di relazionalità. È paradossale, ma nella società della massima comunicazione, in un mondo in cui si può comunicare in maniera massiccia e rapidissima con innumerevoli strumenti tecnologici, scarseggiano le relazioni! Si tende ad interpretare il benessere della persona in chiave individuale.
La correzione nell’opera educativa
L’intervento educativo include la correzione, che – quando occorre – deve essere anche energica. La storia della salvezza, come ci è raccontata dalla Sacra Scrittura, ci mostra Dio come educatore energico. Non accomodante, non accondiscendente, non debole né rassegnato, ma determinato e perciò anche capace di rimproverare. Non è possibile accompagnare il cammino di crescita di un fanciullo o di un adolescente senza avvertirlo degli errori e delle deviazioni … La “correzione di rotta” è parte integrante del cammino.
Vi propongo alcuni testi biblici assai illuminanti:
- Apocalisse 3, 14-22. È una delle Lettere – l’ultima – alle sette chiese. All’Angelo della Chiesa che è a Laodicea viene mosso un severo rimprovero: “Conosco le tue opere: tu non sei né freddo né caldo. Magari tu fossi freddo o caldo! Ma poiché sei tiepido, non sei cioè né freddo né caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca” (3, 15-16). Laodicea si trova in una situazione di indifferenza, di mediocrità, di ottusità morale, che, paradossalmente, appare più nauseante di quanto non sarebbe una situazione assolutamente negativa. Il giudizio severo di Cristo è un frutto e un segno del suo amore: mira a far sì che la Chiesa riprenda uno stato di fervore spirituale, ridestandosi dallo stato di torpore e di autosufficienza: “Io, tutti quelli che amo, li rimprovero e li educo. Sii dunque zelante e convertiti” (3, 19).
La radice da cui nasce il rimprovero è dunque l’amore (“io tutti quelli che amo, li rimprovero”): un amore insistente e discreto nello stesso tempo (“sto alla porta e busso”). L’amore non fa mai violenza alla libertà, la rispetta; però interviene, illuminando, orientando, “bussando” alla porta del cuore: “sii zelante e convertiti!” (v. 19).
Potrebbe essere proprio questa la ragione per cui si ha difficoltà a rimproverare: la mancanza di amore. Chi ama poco, fa fatica a rimproverare: magari si lamenta, dice parole pungenti, recrimina in modo astioso, oppure si chiude in un silenzio rassegnato, ma non ha il coraggio del rimprovero franco, motivato, perché il cuore è fiacco o gravato da sensi di colpa. Come possono infatti genitori ed educatori rimproverare ai figli o ai discepoli cose che essi, in fondo, non sono capaci di evitare nella loro vita?
Rimproverare, però, non vuol dire sbattere in faccia colpe ed errori. Rimproverare è “smascherare le false certezze, smontare le ragioni fasulle, contestare le legittimazioni improprie, che stanno dietro ai comportamenti sbagliati. Tutto ciò è molto di più del semplice “rimbrotto” di cui spesso ci accontentiamo, lamentandoci poi che non ha avuto effetto” (Martini, op. cit. pag. 36). Per rimproverare in modo caldo e suadente, rispettoso ed umile, occorrono amore, intelligenza e riflessione. “Io, quelli che amo li rimprovero e li educo”. Ciò vuol dire che il rimprovero fa parte dell’atto educativo. Vuol dire che Dio, nell’educare il suo popolo e ciascuno di noi non risparmia i modi forti, ma sa anche temperarli col suo amore tenero e paziente: “Ecco, io sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta e mi apre la porta, io verrò da lui e cenerò con lui, ed egli con me” (3, 20). È uno splendido richiamo all’intimità, che da’ calore all’azione educativa e sottolinea il tono affettuoso di cui è impregnato il rimprovero.
b) Un testo importante ce lo offre la Lettera agli Ebrei (cap. 12, 5-11).
Comincia con una citazione del Libro dei Proverbi, cioè del libro cheraccoglieva la saggezza antica di Israele: “Figlio mio, non disprezzare la correzione del Signore e non ti perdere d’animo quando sei ripreso da Lui, perché il Signore corregge colui che Egli ama e percuote chiunque riconosce come figlio” (Proverbi, 3, 5-6). Come in Apocalisse 3, si dice che la correzione sgorga dall’amore paterno, l’Autore della Lettera applica il testo alle prove della vita, alle avversità nella sequela di Cristo ed esorta ad accoglierle tutte – anche le persecuzioni! – come un’attenzione di Dio che, come ogni buon padre, educa e corregge i suoi figli. Tutto fa parte dell’amorevole pedagogia di Dio. “È per la vostra correzione che voi soffrite! Dio vi tratta come figli; e qual è il figlio che non viene corretto dal Padre? … Certo, sul momento, ogni correzione non sembra causa di gioia, ma di tristezza; dopo, però, arreca un frutto di pace e di giustizia a quelli che per suo mezzo sono stati addestrati” (12, 7-11).
c) Infine, c’è da segnalare una pagina del quarto Vangelo: “Il Padre mio è l’agricoltore. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutta, lo pota perché porti più frutto” (Gv 15, 1-2).
Viene indicata l’azione educativa di Dio sotto la metafora del contadino paziente e tenace. La potatura è simbolo di tutti quegli interventi coi quali Dio purifica e fa crescere, non accontentandosi del minimo, non risparmiando prove e rinunce, chiedendo sempre di più. È il segno di un amore che non fa sconti, di un amore esigente.
Dai testi richiamati emergono alcune conclusioni generali.
- Educare non vuol dire accontentare sempre. Altrimenti si procura ai figli (o ai discepoli) quella infelicità che si voleva loro risparmiare. Bisogna, invece, avere il coraggio di chiedere all’educando sacrifici, rinunce, sofferenze, così da prepararlo a tutte le asprezze e agli imprevisti della vita. Raccomando vivamente ai genitori la lettura del libro di Padre Amedeo Cencini, dal titolo emblematico: “Se mi ami, non dirmi sempre sì”. Ricordatelo: un bambino che ha tutto, è un “povero” bambino, non un bambino soddisfatto!
- Educare non vuol dire approvare sempre, senza mai far notare i difetti, senza mai richiamare i doveri, senza mai indicare la giusta linea di condotta. È pericoloso considerare il figlio (spesso unico!) come il bambino prodigio, come è devastante disprezzarlo perché non è il primo della classe, perché non ha vinto la medaglia d’oro, perché è meno bravo del cugino o del figlio del vicino… Bisogna avere il coraggio della verità, ma sempre nel rispetto della gradualità.
- Educare vuol dire correggere. Nessuno nasce perfetto: tutti siamo un po’ egoisti ed avidi sin dalla nascita. L’intervento educativo deve aiutare il giovane a coltivare il senso della libertà e della responsabilità, facendolo vivere non in un ambiente ovattato, ma capace di far da palestra per la grande avventura della vita. Il terreno deve essere dissodato e lavorato (cfr. Lc 13, 8), l’amministratore va controllato e corretto (cfr Lc 13, 2). Questo vuol dire che educare significa anche contrariare, se occorre: frenare i capricci e l’aggressività distruttiva, contrastare gli istinti negativi e le pulsioni egoistiche. Si tratta sempre di trovare il modo giusto, senza autoritarismi né permissivismi, e senza atteggiamenti dimissionari.
- Non basta dire la verità: bisogna dirla con amore. La verità che non è detta con amore non educa, ma esaspera. L’altro si irrigidisce e si chiude.
Dall’amore ricevuto, invece, si impara a passare all’amore donato. Dall’egocentrismo all’altruismo.
Dall’amore passivo all’amore oblativo. Solo un grande amore conferisce all’educatore quella saggezza che sa rimproverare nei modi e nei tempi giusti. L’educazione, diceva San Giovanni Bosco, è cosa del cuore.
5. Correggere, infine, non è soltanto denunciare l’errore, ma darne la ragione. Non è sufficiente dire “Questo non si fa”, ma occorre motivarlo. L’educando così viene aiutato a controllarsi, a capire ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, a conoscere e gestire le proprie emozioni, a fare buon uso della libertà e ad assumersi le proprie responsabilità.
Tale atteggiamento da parte dell’educatore “nasce da un amore intelligente, che pensa e riflette prima di rimproverare, che ha sempre in mente il fine da raggiungere, che ricorre alla discrezione del dialogo a tu per tu prima che ad interventi in pubblico” (Card. Carlo Maria Martini). Perché l’impegno educativo però dia tutti i suoi frutti, è urgente recuperare la figura maschile, quella del padre, che in questo tempo è decisamente in crisi. Si parla oggi di “scomparsa del padre” nella nostra società.
Le delusioni nel lavoro educativo
Non mancano. Sono tante. Talora sembra di perdere tempo, di non concludere nulla. E si è tentati di mollare. Di lasciar correre. Non cedete allo scoraggiamento. Guardate all’esempio di Dio e di Cristo. Ci sono pagine della Bibbia (Gen 3; Rm 1-2) che ci mostrano come Dio affronta l’insuccesso educativo: non si lascia scoraggiare, non desiste, ma insiste, riprendendo e riproponendo il suo piano, con pazienza, con tenacia, con nuove aperture. È la sua sapiente pedagogia: Egli ha un progetto, sa quello che vuole ottenere e per quali strade ci vuole condurre, e perciò a volte è paziente e misericordioso, altre volte è esigente e severo. Gesù sceglie i dodici e li ammaestra, li educa, li forma. La sua scuola è fatta di parole e di silenzi, di rimproveri e di tenerezza, di esigenza e di pazienza, di fatica e di preghiera … sempre di amore e di fiducia in questi poveri uomini, semplici e quasi tutti incolti, che si sono trovati all’improvviso in un’avventura più grande di loro. Gesù è il Maestro e il Modello a cui guardare per educare ed educarci.
Dico ai genitori e nello stesso tempo ai docenti e agli educatori in genere: c’è da armarsi di un’infinita pazienza di fronte alle immancabili sofferenze e delusioni, ma sappiamo che “Chi semina nelle lacrime, mieterà con giubilo” (Sal 126, 5) e perciò “Non stanchiamoci di fare il bene; se, infatti, non desistiamo, a suo tempo mieteremo” (Gal 6, 9).
† Giuseppe Costanzo
