Giarre, 09/03/10
Il tema su cui siamo invitati a riflettere si compone di due capitoli: il sacerdozio di Cristo, anzitutto; e poi il sacerdozio del presbitero.
La scelta di questo tema, così fondamentale per la vita della comunità ecclesiale, risulta quanto mai opportuna in occasione del Giubileo sacerdotale di P. Diego, a cui facciamo gli auguri più belli, colmi di affetto e di riconoscenza per la sua fedeltà al dono ricevuto, per il suo servizio e per la sua testimonianza.
Veniamo, allora, al primo tema: il sacerdozio di Cristo.
Il documento neotestamentario, che ce ne offre una trattazione ampia e completa, è la Lettera agli Ebrei. L’Autore mette a confronto i due ordinamenti: quello dei sacerdoti antichi e quello del nuovo Sacerdote, Gesù Cristo.
Nella parte centrale della Lettera egli sviluppa il tema di Gesù Sommo ed Eterno Sacerdote, articolandolo in tre parti:
- un sacerdozio nuovo (cap. 7)
- un’alleanza nuova (cap. 8)
- un sacrificio nuovo (capp. 9-10).
Non è qui il caso di indugiare ad esplicitare tutti i passaggi che l’Autore fa per dimostrare la sua tesi.
Può bastare, per una chiara visione d’insieme, una rapida sintesi.
Il capitolo 7 ci offre una sottile comparazione tra il sacerdozio levitico e il sacerdozio nuovo di Cristo alla maniera di Melchisedek.
Il sacerdozio antico levitico era ereditario per legge, il sacerdozio di Cristo è invece donato dalla parola di Dio per giuramento; è donato carismaticamente, non biologicamente, secondo il filo genealogico.
Il sacerdozio levitico era terreno e provvisorio, il sacerdozio di Cristo alla maniera di Melchisedek è celeste e definitivo.
Il sacerdozio antico offriva una mediazione precaria: non eravamo mai certi che Dio fosse placato. Il sacerdozio di Cristo ci offre una mediazione perfetta ed efficace, grazie a un duplice dinamismo: obbedienza filiale verso Dio e solidarietà fraterna con gli uomini. L’unione di questi due atteggiamenti è essenziale per la mediazione sacerdotale e per il ministero pastorale.
Il sacerdozio antico di Levi aveva bisogna della reiterazione: reiterazione dei sacerdoti perché morivano, reiterazione dei sacrifici per cancellare le colpe che si moltiplicavano. Il sacerdozio di Cristo alla maniera di Melchisedek è unico: unico è il sacerdote, unico è il sacrificio in cui Cristo offrì “se stesso”.
E da ultimo: il sacerdozio antico levitico era affidato a uomini deboli, mortali; il sacerdozio di Cristo secondo l’ordine di Melchisedek è affidato, invece, al Figlio di Dio.
– Nel capitolo ottavo di Ebrei l’Autore afferma che l’alleanza, di cui Cristo è sacerdote e mediatore, è un’alleanza nuova, cioè piena, perfetta e definitiva, stipulata nel sangue di Cristo. Essa era stata annunciata dal profeta Geremia (cap. 31). L’Autore ha puntato tanto su Geremia perché egli proclama che non si tratta più di un’alleanza estrinseca, stilata su tavole di pietra, ma impressa nel cuore:
“i miei precetti saranno iscritti dentro di voi, perché donerò a voi il mio Spirito”. È la teologia della grazia: per farlo a sé fedele, Dio agisce all’interno dell’uomo, gli rinnova il cuore. Siamo di fronte ad una novità radicale, ad una svolta sostanziale (cfr. Eb 8, 13).
– Nei capp. 9-10 l’Autore sottolinea la perfetta efficacia del sacrificio di Cristo, in contrasto con la legge antica, la quale non otteneva mai la purificazione delle coscienze, malgrado la ripetizione indefinita delle immolazioni di animali. “È impossibile infatti eliminare i peccati con il sangue di tori e di capri” (10, 4). Cristo ha posto fine a questa situazione senza uscita, “poiché con un’unica oblazione Egli ha reso perfetti per sempre quelli che vengono santificati” (Eb 10, 14). Grazie al sacerdozio e al sacrificio di Cristo la situazione religiosa degli uomini è completamente cambiata. Nell’antica alleanza, infatti, vigeva un sistema rigido di separazioni:
- separazione tra il popolo ed il Sommo Sacerdote: il popolo non poteva entrare all’interno del Tempio, doveva restare nei cortili.
- Separazione tra i semplici sacerdoti ed il Sommo sacerdote: solo lui poteva entrare – ma solo una volta l’anno – nel Santo dei Santi; ai semplici sacerdoti era consentito entrare solo nella parte santa del Tempio.
- Separazione tra il sacerdote e la vittima: il sacerdote non poteva offrire se stesso, perché non era degno in quanto era peccatore. Il peccato, infatti, genera divisione e non comunione, complicità e non solidarietà. Perciò egli non era degno di accostarsi a Dio, ma non era neanche in grado di rappresentare Israele presso di lui. Di conseguenza il sacerdote dell’antica alleanza doveva offrire come vittima un animale, ma proprio questi, non era in grado di santificare il sacerdote.
- C’era, infine, la separazione tra la vittima e Dio: un’animale non può entrare in comunione con Dio.
- Ora, invece, tutti i credenti hanno il diritto di entrare nel santuario e non più nel santuario fabbricato dall’uomo, ma in quello vero, cioè nell’intimità con Dio, e ciò grazie al Sangue di Cristo, perché questo Sangue ha abolito tutte le antiche separazioni e ha rimesso l’uomo in piena comunione con Dio.
- Con la sua offerta Gesù ha abolito la separazione tra la vittima e Dio, in quanto è stato una vittima “immacolata” (9, 14) e una vittima che, con amore, ha adempiuto perfettamente la volontà di Dio (Eb 10, 3), e perciò a Dio graditissima.
- Nello stesso tempo Gesù ha abolito la separazione tra il sacerdote e la vittima, in quanto “ha offerto se stesso” (9, 14), sacerdote e vittima insieme. Nel momento in cui Dio ha gradito la vittima, ha gradito anche il sacerdote e lo ha esaltato, innalzandolo presso di sé nella gloria.
- E da ultimo, Gesù ha abolito la separazione tra il popolo ed il sacerdote, in quanto la sua offerta è stata un atto di totale solidarietà con tutti noi.
- Così il Sangue di Cristo è diventato veramente “Sangue dell’Alleanza” (cfr. 10, 29; 13, 20). Un Sangue che determina una situazione nuova, mai verificatasi in precedenza. Il Sangue di Cristo, dotato di una straordinaria forza di coesione, stabilisce la comunione con Dio e tra di noi.
* * *
Ora questa mediazione sacerdotale di Cristo si prolunga nei tempi e si rende presente nei diversi luoghi per mezzo del ministro di Cristo. Passiamo così al secondo tema: il sacerdozio del presbitero.
Chi è il presbitero? È un uomo che il Padre ha scelto fin dall’eternità ad essere ministro di Cristo e dispensatore dei divini misteri (cfr. 1Cor 4) e che con atteggiamento filiale gli ha detto: “Eccomi!”, “la mia libertà è il tuo disegno su di me”.
È un uomo che il Figlio ha guardato con amore di predilezione (“intuitus eum, dilexit”), che ha chiamato al servizio dei fratelli, che ha consacrato conformandolo a Cristo Capo, Sposo e Pastore della Chiesa e trasmettendogli i suoi poteri, e che ha mandato nel mondo ad annunciare a tutti il suo Vangelo di salvezza.
È un uomo che lo Spirito Santo ha interiormente trasformato e plasmato. Lo Spirito – mi si consenta questa piccola parentesi – è il grande artista delle più grandi trasformazioni.
- Riempie di sé un fanciullo che suonava la cetra e lo fa diventare il Salmista (cfr. 1 Sam 16, 18). È Davide.
- Riempie di sé un fanciullo dedito all’astinenza e ne fa un giudice di vecchi (cfr. Dan 13, 46 ss). È Daniele.
- Riempie di sé un pescatore e ne fa il capo della Chiesa (cfr. Mt 4, 19). È Pietro.
- Riempie di sé un persecutore e ne fa il dottore delle genti (cfr. At 9). È Paolo.
- Riempie di sé un pubblicano e ne fa un evangelista (cfr. Lc 5, 27 ss). È Matteo.
- E così via…
La nostra capacità, però, non ha origine umana, ma “viene da Dio, che ci ha resi ministri idonei della nuova alleanza” (2 Cor 3, 5 ss). Noi – dice San Paolo – siamo “ministri di Cristo” e compiamo “il ministero della riconciliazione” non con una nostra autorità, ma quali “ambasciatori di Cristo” (2 Cor 5, 20). In nome di Cristo, “sommo sacerdote degno di fede” (Eb 3, 1-6) annunciamo con autorità “la Parola di Dio” (Eb 13, 7). In nome di Cristo, “Sommo Sacerdote misericordioso”, “vegliamo sulle anime” e abbiamo “da renderne conto” (Eb 13, 17). Siamo dunque strettamente associati al Sacerdozio di Cristo, siamo “sacramento di Cristo, Pastore e Capo” (P.O.).
Grande dignità! Enorme responsabilità! Un dono grande e un compito immane: a servizio del sacerdozio di Cristo e al servizio del sacerdozio comune dei fedeli.
“Il prete – diceva il Santo Curato d’Ars – non è prete per
Se stesso. Egli non da’ l’assoluzione a sé, non amministra i Sacramenti a sé, egli non è per sé ma per voi. Dopo Dio, il sacerdote è tutto! … Lasciate per vent’anni una parrocchia senza prete: vi si adoreranno le bestie” e aggiungeva: “andate a confessarvi dalla Madonna o da un angelo. Vi diranno l’assoluzione? No. Vi daranno il Corpo e il Sangue di nostro Signore? No. La Madonna non può far scendere nell’ostia il suo Divin Figliolo. E se aveste vicino duecento angeli, non potrebbero darvi l’assoluzione. Un prete, per quanto meschino egli sia, lo può fare; egli può dire: “Andate in pace: io vi perdono”.
Grandezza da vertigini, calata dentro una creatura piccola e misera.
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Vorrei lentamente avviarmi verso la conclusione, augurando a P. Diego gli stessi sentimenti del Padre suo, S. Francesco d’Assisi. Francesco “triplici desiderio flagravit” (“arse di un triplice desiderio”): essere tutto di Cristo, tutto della Chiesa, tutto delle anime (“ut totus esset Christi, ut totus esset Ecclesiae, ut totus esset animarum”).
- Essere tutto di Cristo, cioè a Lui configurato, in Lui trasformato, con Lui identificato.
- “Rimanete in me”. È l’invito accorato di Gesù ai suoi, l’invito a tenersi intimamente uniti a Lui, come il tralcio alla vite, pena l’assoluta impossibilità a portare frutti. È la richiesta di un discepolato che persevera nella sequela del Maestro, senza mai voltarGli le spalle, senza mai tagliare i ponti con Lui.
- “Rimanete nel mio amore”. È l’invito all’intimità, alla fedeltà, alla santità. Un rapporto personale profondo, che si nutre di conoscenza amorosa, di contemplazione stupita, di imitazione assidua, di ascesi generosa, sempre memori che la santità è, sì, nostro impegno, ma anzitutto dono suo: “Io sono il Signore –dice il Libro del Levitico – che vi vuole fare santi” (20, 8).
- “Rimangano in voi le mie parole”. È l’indicazione di un itinerario di vita interiore alimentata dalla Parola che non passa, che è luce ai nostri passi e lampada sul nostro cammino, è sorgente pura e perenne della vita spirituale, che è cibo dell’anima e norma di vita. Il cuore del sacerdote deve essere abitato dalla Parola e da essa continuamente plasmato. Della Parola egli deve essere uditore e annunciatore, discepolo e maestro. Centrato in Cristo, innamorato di Cristo, il sacerdote deve poter dire con l’apostolo Paolo: “per me vivere è Cristo”. Continuamente nutrito e misurato dalla Parola di vita, il sacerdote deve poter affermare: “la tua Parola mi fa vivere” (Sal 119, 55) e con l’umile fierezza di Paolo deve poter confessare: “So in chi ho posto la mia fede” (2 Tm 1, 12), so a chi ho dato fiducia.
- Essere tutto della Chiesa.
Il sacerdote è “servus Ecclesiae” (Sant’Agostino). L’ufficio che il Signore gli ha affidato è un vero servizio (cfr. Lumen Gentium 24). Essere pastore del gregge non vuol dire cercare onori e privilegi, ma mettersi al completo servizio di Dio e del popolo di Dio. È ancora Sant’Agostino ad affermare con chiarezza che “praesse est prodesse” presiedere è giovare, servire. E San Gregorio Magno esorta i presbiteri dicendo: “non godano di presiedere, ma di servire”.
Ora il servizio più importante, e oggi anche il più urgente, è quello della comunione. Di essa la Santissima Trinità è la sorgente e la meta, la causa ed il modello. Cristo è non solo sorgente, ma anche luogo della comunione. La Chiesa, poi, ne è il segno e lo strumento.
Giustamente il Concilio Vaticano II ha definito la Chiesa “sacramento dell’unità” (Sacramentum unitatis): unità tra Dio e gli uomini e unità degli uomini tra di loro.
Il ministero del presbitero deve essere anzitutto ministero dell’unità, cosa fondamentale oggi in un mondo sempre più frammentato. La comunione è un bisogno, non un “optional”, perché l’uomo è un essere relazionale. La relazione è condizione di una sana crescita e maturazione della persona. La società tecnologica ha realizzato un gran passo avanti nel mettere in comunicazione gli uomini. Mai il mondo è stato così rapidamente unificato dai mezzi della comunicazione sociale: le notizie saltano immediatamente dall’uno all’altro emisfero e la televisione sembra portarci il mondo in casa. Eppure mai come oggi si lamenta dalle persone un così grande e frustrante senso di solitudine. Il sacerdote – specialmente se parroco – deve essere un promotore appassionato della comunione, e questo implica tre forme di riconciliazione previa: con se stessi, con la diversità, con la totalità. È quasi superfluo ricordare che la comunione ecclesiale è anzitutto comunione di fede, e non c’è comunione profonda e piena se non si accoglie pienamente la verità che in ultima analisi è Cristo stesso. Su questo occorre chiarezza: non si può fare comunione a discapito della fede.
c) Essere tutto delle anime.
È lo zelo pastorale. È il bisogno di spendersi per il popolo di Dio. È l’esigenza irrefrenabile del cuore che ama. Gesù non affida il suo gregge ai mercenari, ma ai pastori. E l’unica condizione che Egli pone è che sappiano amare: “mi ami? Pasci!”. Il servizio pastorale è anzitutto un servizio d’amore: “Sia impegno d’amore pascere il gregge del Signore” (“Sit amoris officium pascere dominicum gregem”).
Tale servizio, dunque, si accetta per amore e si nutre nell’amore. Quanto maggiore è l’amore, tanto minore è la fatica: “Ubi amatur non laboratorur, et si laboratur labor amatur” (Sant’Agostino).
Il ministero pastorale nasce dall’amore per Cristo (“Mi ami tu?”) e si manifesta nell’amore per il gregge di Cristo: “Pasci i miei agnelli… pasci le mie pecorelle”. Tra i molteplici e gravi problemi del pastore questo è il principale, radice e sintesi di tutti gli altri: amare il proprio gregge. In uno dei discorsi, con la forza di sintesi che gli è propria, Sant’Agostino esprime così il suo programma di servizio pastorale: “Si debbono correggere i turbolenti, incoraggiare i deboli, accogliere gli infermi, confutare i critici, scuotere i pigri, frenare i rissosi, soffocare gli orgogli, comporre le liti, soccorrere i bisognosi, liberare gli oppressi, approvare i buoni, tollerare i malvagi, amare tutti (“omnes amandi”, Sermo 340). Stupendo!
Essere pastori così vuol dire lasciarsi mangiare, farsi pane spezzato per la vita del mondo.
Il segreto? Far fiorire l’amore da una fede grande e da una speranza ardente e vivere immersi in un clima di preghiera. Di San Francesco d’Assisi il Celano scrisse che era “non tam orans, quam oratio factus”.
È l’augurio che di tutto cuore facciamo a P. Diego in questa fausta ricorrenza del suo 50° di Messa. Il Signore gli conceda di essere sempre di più “uomo di Dio” e “servo della Chiesa”, uomo della contemplazione e pastore illuminato.
† Giuseppe Costanzo
