Il saluto di benvenuto al nuovo Presule

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Eccellenza Reverendissima,

oggi questa veneranda Diocesi dei Santi Felice e Paolino, che affonda le sue profonde radici nel solco particolare della Tradizione Apostolica, oggi 10 ottobre, vigilia della Festa della Maternità di Maria, rigoglioso bocciolo fiorito dal Concilio di Efeso del 431 e splendido auspicio del Concilio Vaticano II, di cui ricorre il Ventennale, questa diocesi vive un’ora storica, nel tripudio festoso di mille cuori osannanti e nella purezza architettonica di questa splendida Piazza.

Il motivo di tanta gioia?

La Sua presenza, Eccellenza! Il Vescovo è colui che ci rappresenta Gesù in veste umana. “Ecco, io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo”.

La Fede ci garantisce, nella presenza umanamente tangibile del Vescovo e della Chiesa, l’immediatezza della presenza di Cristo.

L’istituzione è la condizione della possibilità della presenza personale, non distorta di Cristo: dalle Sua presenza Corporea nella Chiesa, Cristo opera in tutta la storia del mondo, come nell’esistenza di ogni uomo.

Il Concilio Vaticano II ci ha svelato il Mistero del Vescovo: il Vescovo appare l’erede legittimo della Missione affidata agli Apostoli, Colui che dalla Sua Consacrazione riceve un potere spirituale di Verità, di Vita, di Autorità, che lo innesta nel bimillenario Colloquio iniziato da Cristo con gli Apostoli sulle sponde del lago di Galilea.

Attorno al Vescovo si realizza, nello Spirito Santo, per mezzo del Vangelo e dell’Eucarestia, la Chiesa Locale, nella quale è presente e opera la Chiesa di Cristo, Una, Santa, Cattolica e Apostolica.

Questa Chiesa di Cristo, che è in Nola, cosa chiede al Suo Nuovo Vescovo?

  1. Anzitutto “Una Fede Adorante”.

Che Lei sia per noi un Testimone dell’Assoluto, il Sacerdote del Dio Vivente, il Profeta del Mondo invisibile.

Che il Vescovo ci aiuti a radicarci in quella dimensione contemplativa, mediante la quale, ogni lavoro compiuto a servizio della Chiesa e del mondo assuma il suo pieno significato. In un mondo in cui “il ritmo e il frastuono coprono e soffocano la voce che sale dal profondo, e l’uomo, rimasto solo in se stesso, va popolando il suo universo di “divi” e di “idoli”, come ha scritto vostra Eccellenza nell’aureo libretto di Commento ai Salmi, urge più che mai potenziare l’anelito struggente che ognuno di noi porta in sé per il Mistero di Dio, perché l’uomo è “Uno sconfinato e fecondo bisogno di Amore”; e Dio è l’Amore.

La nuova primavera della Chiesa fiorirà il giorno in cui il Vescovo e con Lui, noi Sacerdoti, potremo fare alle nostre comunità un discorso simile a quello degli Apostoli, al momento della istituzione dei diaconi:

“Non è giusto che noi trascuriamo la Parola di Dio per il servizio delle mense. Cercate, fratelli, tra di voi sette uomini di buona reputazione, pieni di spirito e di saggezza, ai quali affideremo questo incarico. Noi, invece, ci dedicheremo alla preghiera e al Ministero della Parola”.

A loro fa da controcanto dopo 2 millenni, un Vescovo dei nostri giorni, e dei nostri luoghi, Mons. Raffaele Pellecchia: “Noi invece insisteremo più sulla preghiera, sul ministero della Parola, sull’esercizio dell’Apostolato. Saremo Vostri Pastori meno distratti, più vicini ai vostri cuori, più sensibili alle vostre sofferenze. Coltiveremo con più serietà i valori della cultura, educheremo meglio i vostri figli, assisteremo con più impegno i vostri ammalati, saremo più pronti a darci tutto a tutti. Aiutateci ad essere più noi stessi per essere interamente vostri”.

Sulla scia di San Paolino, che a Cimitile aveva creato una comunità di uomini e donne dedicati alla lode liturgica e alla Evangelizzazione, Lei possa, Eccellenza, ripeterci le parole di San Paolino: “Tutti dobbiamo costruire una cetra composta di diverse corde per un canto solo. Con queste schiere di persone sulla lira della Pace la Parola vivente manifesterà “l’opera della Salvezza”. Felice sarà il plettro di questa cetra, col quale Cristo glorioso toccherà la cetra a dieci corde”.

Poi:

  • Una Carità Amante

Eccellenza vogliamo costruire con Lei una Chiesa che sia non solo mistero di salvezza ma anche una casa di comunione, una famiglia fatta di uomini concreti, santi e fragili. In questa comunità al Vescovo è richiesto il servizio più eccellente e più difficile: quello dell’unità nel rispetto della diversità dei doni e dei ministeri.    

A Lei, Eccellenza, spetta di promuovere quella “auspicata collaborazione tra presbiteri e laici nella linea della corresponsabilità di un’unica missione che se vissuta costituisce per tutta l’umanità un germe validissimo di Unità, Speranza e Salvezza (C.C.)

Mandato dal Padre a governare la sua famiglia, il Vescovo deve promuovere e valorizzare i carismi, sia umili che eccelsi, suscitabili con abbondanza dallo Spirito senza che nessun movimento pretenda di esprimere la totalità del messaggio evangelico: “Né uno, né ciascuno possono essere il tutto, ma solo tutti e solo l’unione di tutti sono il tutto” (Moheler).

In particolare, Eccellenza, la nostra Chiesa le chiede di imprimere ai nostri rapporti lo stile del dialogo, fondato sulla sincerità e la lealtà, la libertà e il rispetto delle diverse responsabilità affidate o competenze riconosciute. Il dialogo sarà reale se nasce dall’ascolto della Parola di Dio e della Parola che viene dai fatti.

Una chiesa che sa ascoltare non soltanto coloro che le sono vicini, che le appartengono, ma tutta la realtà antropologica che le sta attorno.

Ciò le consentirà di inserirsi nel tessuto vivo della storia degli uomini e di farsi concreto evento di salvezza, perché testimonia nella sua debolezza, la potenza salvatrice di Dio. Un servizio umile e generoso non può confondersi, però, con la Debolezza, che in pratica si risolve in una violazione dei diritti altrui, e quindi, in una vera e propria ingiustizia. Anche un bel “No” è un Servizio, come è un servizio invitare qualcuno a lasciare il suo posto, perché non giova al popolo di Dio.

Il servizio non può affievolire il senso dell’Autorità di cui il Vescovo è portatore e custode.

  • Infine una Speranza che non delude

La Chiesa deve gridare a tutti, con la vita e con le opere, le riserve di vita, di gioia e di speranza, di cui Cristo Risorto l’ha arricchita.

A tutti, ma soprattutto “ai giovani”, che vivono il loro momento più difficile, per il contesto sociologico, psicologico e culturale, in cui sono costretti a vivere. Essi sperimentano dolorosamente la dissoluzione dei “grandi valori” nella storia di oggi, l’incoerenza degli adulti, e anche dei cristiani.

A parte certi atteggiamenti ribellistici, i giovani più seri propugnano valori, quali l’anelito alla Pace, la denuncia di ogni pressione, il senso di giustizia, il rispetto dell’uomo, l’autenticità e la sincerità della vita, valori che hanno sapore evangelico.

Solo quando l’ideale della vita cristiana sarà vissuta e incarnata in uomini coerenti col Vangelo, forse muteranno anche le scelte vocazionali più impegnative, e il Nostro Seminario non sarà solo il simbolo, seppure esigente di un glorioso passato.

Un’attenzione particolare chiediamo al suo cuore di Pastore per quanti hanno interrotto ogni rapporto col Padre in Cristo e hanno perduto il senso della Chiesa.

La Comunità Cristiana, anche qui a Nola, è  scossa da una profonda crisi di trapasso culturale e sociale, per cui l’area della indifferenza e del distacco dalla Chiesa si va notevolmente allargando.

Forse, con la sua guida, senza perdere la nostra identità o dissolverci nell’anonimato, la “Nostra Chiesa” dovrà aprirsi più coraggiosamente al dialogo e all’apertura con gli altri con la buona cultura: dovrà affrontare il guado portandosi dietro solo ciò che è essenziale, il Vangelo, facendosi povera di cultura propria per colloquiare con ogni uomo di buona volontà, così come spesso è avvenuto nella storia missionaria della Chiesa. Dove la speranza cristiana brillerà in tutto il suo splendore e nella testimonianza di Povertà dalle cose, dall’avere, come il Concilio Vaticano II ha sottolineato nella Gaudium et Spes al numero 88: “lo Spirito di povertà è la gloria e il segno della Chiesa di Cristo”

San Paolino, ricco Patrizio romano, rinunciò a tutto per darlo ai poveri, come Francesco, e cantò la gioia della libertà al punto di ritenere la povertà superiore a qualunque altro bene. Egli canta: “Quando ero chiamato Senatore che cosa avevo di simile a ciò che posseggo qui, ora che sono giudicato povero? (C 21, 458) La povertà è la radice della fecondità del ministero sacerdotale. Una povertà personale che si faccia amore e condivisione con i più poveri e bisognosi. Servire i poveri partecipando ai loro sforzi di liberazione dalla fatalità, dalla superstizione, dal bisogno dalle vessazioni di ogni tipo.

Amare l’oppresso vuol dire aiutarlo a liberarsi dall’oppressione, come amare il ricco e il potente significa aiutarlo a liberarsi dalle sue ingiustizie.

La Chiesa, però. libera il mondo nella misura in cui Essa, nei suoi singoli membri, si libera dal nudo, e Essa stessa soffre la realtà dei poveri e degli oppressi. Questo resta sempre l’unico segno di un’autentica liberazione cristiana.

Una Chiesa che sta nella Città, proprio per il suo amore ai poveri, non per dominarla, non per asservirla non per clericalizzarla, ma per darle un supplemento di amore che spesso le manca, per renderla pur rimanendo nel suo ambito profano e terrestre, simbolo e preannunzio della Città Celeste.

Eccellenza, la speranza suscitata dal Concilio per una Chiesa rinnovata è la speranza di Dio. Essa è ora deposta sulle nostre mani, sul suo Cuore.

Il Concilio ha scoperto ricchezze, ha dissotterrato tesori: è giunto alla Sorgente, è arrivato al Mistero: la Realtà Soprannaturale della Chiesa. Tutto dipenderà da noi, dalla sensibilità con cui accoglieremo il messaggio del Concilio, dalla generosità con cui ciascuno di noi, stasera e nei giorni a venire, decide di rinnovare se stesso per essere insieme con lei come le comunità che Paolino aveva attorno a sé a Cimitile. Un’oasi spirituale, i cui membri, ispirati dalla spiritualità e dall’esempio di Paolino, erano uniti “corpore, mente, fide”, sedevano alla stessa povera mensa: una clausura pienamente aperta sul mondo, nella quale tutti i valori trovavano ospitalità. Quanti, ospiti, sostavano in questa fraternità, si riempivano di Cristo, e rinnovati nel cuore ne ripartivano, come Corsi di acqua: “Ecco, canta il Poeta Santo, queste sono le fonti che sgorgano del benigno fiume di Cristo; si spandono per la terra con invisibile gorgo, ricche dell’acqua viva della Bontà Misericordiosa”.

E noi preghiamo ancora col Santo Patrono: “Tu o Cristo, concedi che per la tua gloria queste fonti con serena  abbondanza scaturiscano nel petto del Tuo Vescovo Giuseppe, e che mai in alcuna stagione, le loro sorgenti si attenuino” (Corm. XXI, V. 845-52)