GIUSEPPE COSTANZO
Arcivescovo di Siracusa
Lettera pastorale per l’Anno Mariano
29 Agosto 2002 – 1 Settembre 2003
Carissimi fratelli e sorelle in Cristo,
ricorre quest’anno il 50° anniversario del prodigioso evento della Lacrimazione della Madonna.
Fu allora un fatto sorprendente, che suscitò domande, turbò coscienze, scosse indifferenze, commosse tanti cuori, provocò conversioni, ottenne guarigioni….
Per questa felice ricorrenza mi è parso opportuno indire, per la nostra diocesi un anno mariano.
Che cosa ci proponiamo in quest’anno? Quali mete ci prefiggiamo?
Quali frutti attendiamo?
Madre, perché piangi?
Come vostro pastore, che è vostro condiscepolo e compagno di viaggio, custodisco nel cuore tanti sogni. Ve ne manifesto alcuni.
Sogno un sussulto della coscienza, che ci scuota dal torpore, che ci spinga a nuova consapevolezza, che ci faccia uscire dal “risaputo”, dall’ “ovvio” e dallo “scontato”. È vero, tanto è stato detto, in questi 50 anni, sul pianto della Madonna a Siracusa.
Ne hanno parlato i Papi, i vescovi, i teologi, i pastori… Ma ognuno di noi
come vive questo mistero? Come lo interpreta? Come si sente interpellato? Come ha risposto, in questi anni, al messaggio silenzioso e accorato di Maria? Dopo le
forti emozioni dei primi anni, forse ci siamo abituati, è venuto meno il senso dello stupore, si è attutita la meraviglia, si è spento l’entusiasmo, è subentrata la
“routine”. Figli di un tempo che insegue e divora ciò che è sensazionale, ciò che fa spettacolo, suscita clamore, facciamo a fatica a perforare la superficie e ad andare in profondità. Così tutto diventa “banale” e la vita cristiana si appiattisce.
Senza una coscienza vigile si può arrivare a ritenere che il fatto delle lacrime non ci riguarda, che interpella le scelte e la vita degli altri. E così si sciupa un messaggio, si vanifica una grazia, si perde un’occasione….
Ma potrebbero esserci altre spiegazioni. Forse ci sentiamo inadeguati a capire, e lasciamo che siano altri- il Papa, il vescovo, i sacerdoti, i predicatori
a decifrare questo mistero, a interpretare questo evento e a tentare di proporre risposte. Altri, forse, ‘si trovano in condizioni esistenziali che non li aiutano, o persino li distolgono dal riflettere sul senso di questo pianto: problemi assillanti, povertà umilianti, malattie devastanti, religiosità inesistente, vita morale depravata…
In questi casi è compito nostro – di quelli che abbiamola grazia della fede – attenzionarli, accostarli, coinvolgerli in questa vicenda di amore e di dolore. Forse proprio il loro pianto, la loro disperazione e la loro miseria possono offrire chiavi di lettura delle lacrime di Maria.
In ogni caso non è pensabile una celebrazione seria di questo 50° senza che ognuno si chieda il perché di quelle lacrime. Ci troviamo davanti al pianto della Madre, e questo interpella personalmente ciascuno dei figli. Se, tornando a casa, trovassi mia madre in lacrime, penserei che ciò riguarda mio fratello o mi
verrebbe spontaneo chiederle: “Mamma, perché piangi? Che cosa è successo? Che cosa ti fa soffrire?” Come può un figlio restare indifferente davanti al pianto di
sua madre? Può forse far finta di niente? Non sarebbe costui un figlio degenere? E questa sua insensibilità e durezza di cuore non accrescerebbe il dolore della
madre?
Ecco, allora, ciò che io metterei tra i compiti primari e ineludibili della nostra comunità ecclesiale in quest’anno mariano: cercare di capire il senso di quel pianto, ognuno col suo dono, con la sua sensibilità spirituale, ognuno con la sua esperienza di vita e tutti con la luce e la grazia dello Spirito Santo.
Sarebbe il caso di porsi anche un’altra domanda. Perché proprio a Siracusa? E’ irrilevante o c’è anche qui un messaggio? Ci sentiamo gratificati o colpevolizzati? Non credo che sia il caso di cercare risposte univoche e apodittiche, ma certo non possiamo non ma certo non possiamo non avvertire la grazia e la responsabilità di un intervento cosi singolare e soprannaturale, così diretto e immediato. Come Lourdes e Fatima, come Loreto e Pompei, anche Siracusa ha davanti al mondo un messaggio da proclamare e una testimonianza da dare.
Siracusa è nel cuore del Mediterraneo: guarda al Medio Oriente, che è crogiolo di popoli e di guerre, ed ha un messaggio di pace da comunicare a nome della a nome della Regina della pace.
Siracusa è ponte e incontro storico di civiltà e di culture: ispirata da Colei che custodiva nel cuore gli eventi di grazia e li “metteva insieme” (cfr Le 2,19),
Siracusa ha un messaggio di dialogo da portare in un mondo lacerato da profonde divisioni e dove spesso predomina l’intolleranza e il fanatismo.
Siracusa è vicinissima geograficamente all’Africa ed è chiamata ad essere vicinissima con il cuore al Sud del |mondo, comunicando il messaggio del Magnificat e mettendo al centro dell’attenzione dei popoli dell’opulenza il grave problema dell’ingiustizia subita dai popoli poveri.
Possiamo, come singoli e come comunità diocesana, eludere la domanda: che cosa la Madre vuol dirci? Che cosa si attende?
In questa nostra ricerca orante è bene tenere presente l’indicazione che il Santo Padre Giovanni Paolo Il ci ha dato nella sua Omelia per la Dedicazione del
Santuario, quando ha detto che le lacrime di Maria “sono lacrime di dolore per quanti rifiutano l’amore di Dio… Sono lacrime di preghiera: preghiera della
Madre che dà forza a ogni altra preghiera… Sono lacrime di speranza, che sciolgono la durezza dei cuori e li aprono all’incontro con Cristo Redentore” (n. 11).
Conoscere la Madonna, modello e pienezza di umanità
Un altro sogno mi porto nel cuore, ed è come un fuoco ardente che non riesco a contenere: vorrei che la Madonna fosse meglio conosciuta e perciò più teneramente amata. Non è possibile amare ciò che non si conosce: “ignoti nulla cupido!” La conoscenza genera l’amore e lo alimenta e lo fa divampare, come l’amore facilita la conoscenza. Non dovremmo perciò studiare di più i testi del Nuovo Testamento che la riguardano? Non dovremmo scrutare con amore quelle figure dell’Antica economia che alludono alla sua persona e al suo servizio? Non dovremmo porci in amoroso ascolto della ricca tradizione patristica sulla Madonna? Non dovremmo far tesoro delle esperienze e degli insegnamenti dei mistici e dei santi? Non dovremmo guardare con attenzione alla devozione mariana del nostro popolo, valorizzandola o – se occorre – purificandola?
Non dovremmo immergerci più sovente nella meditazione della “Marialis cultus” di Paolo VI e della “Redemptoris Mater” di Giovanni Paolo II, documenti
di altissimo valore dottrinale, spirituale e pastorale?
Ma attenzione! Quando vi scrivo queste cose non penso a una conoscenza puramente teorica, asettica, arida. Penso a quella conoscenza saporosa che plasma la fede dei cristiani che sono nel mondo ma non sono del mondo, che vivono nella storia e in essa devono rendere ragione della loro speranza (cfr 1Pt 3,15).
lo credo che il nostro compito, oggi, sia quello di aiutare i nostri contemporanei a comprendere che Maria non è una figura lontana, inaccessibile, estranea C’è da mostrare che cosa può dire l’Immacolata, la “Tutta Bella”, “splendore della Chiesa”, all’uomo d’oggi, cittadino di un mondo in cui imperversano il sesso, il piacere, l’egoismo.
All’uomo contemporaneo, dominato dalla paura della morte, che vaga smarrito senza mete in questo mondo, spinto a idolatrare il suo corpo o a disprezzarlo, che cosa può dire il mistero dell’Assunta?
Al giovane d’oggi, “non di rado tormentato tra l’angoscia e la speranza”, prostrato dal senso dei suoi limiti è assalito da aspirazioni senza confini, facile preda di cattivi maestri, la Vergine di Nazaret ha un messaggio da dare? E potremmo continuare con tante inquietanti domande.
Ci è chiesto di “avvicinare” la figura della Vergine agli uomini del nostro tempo, mettendo in luce la sua “immagine storica” di umile donna ebrea; ci è chiesto di mostrare i valori umani di Maria: la sua autenticità e libertà, la sua lealtà e obbedienza, la sua fortezza e fedeltà, la sua padronanza di sé e il senso di
responsabilità, il suo spirito di servizio e il totale abbandono a Dio; allora il discorso su Maria illuminerebbe il discorso sull’uomo e faremmo vedere come la
Vergine è ad un tempo “la più alta realizzazione storica del Vangelo” e la donna che “si è compiutamente realizzata sul piano umano”.
La mariologia illuminerebbe l’antropologia.
Un Vangelo credibile e vivibile
L’uomo contemporaneo è interessato a capire se il Vangelo, oltre che credibile, sia anche vivibile.
A partire dalla vita e dall’esempio della Madonna c’è tutta una vasta gamma di temi da proporre. C’è da parlare, anzitutto, della donna, in un tempo in cui le giuste rivendicazioni sono talora esasperate e la comprensibile reazione perde facilmente il senso della misura.
C’è da proporre ai giovani il significato e il valore della verginità, in una temperie culturale che spesso l’aggredisce e la irride.
C’è da fare, con pazienza e sapienza, una chiara catechesi sulla vocazione come chiamata di Dio ad un preciso stato di vita, in un mondo che adotta para-
metri estranei ad una visione di fede.
C’è da proporre la vocazione al sacerdozio o alla vita religiosa ai giovani che hanno paura del sì radicale e definitivo e spesso rimandano “sine die” la scelta.
C’è da incoraggiare la maternità in una società dove essa è penalizzata o almeno non adeguatamente sostenuta.
C’è da lavorare sodo per la famiglia: perché sia palestra di virtù umane e cristiane; autentica chiesa domestica, dove si impara ad amare e a pregare, a perdonare e a servire; dove i genitori testimoniano ai figli l’amore e la
fedeltà del Signore; dove si respirano i grandi valori dell’esistenza e gli ideali che la rendono nobile.
C’è da evangelizzare la vita, in un mondo in cui spesso non si vive, ma si sopravvive; si vegeta, si arranca, riempiendo l’esistenza di cose inutili, cercando non la gioia, ma il divertimento, l’evasione, il godimento egoistico; accumulando delusioni e frustrazioni e facendo scelte che, anziché migliorare la vita, ne
peggiorano decisamente la qualità.
C’è da annunciare la speranza, in un tempo di chiusura al trascendente, di mancanza di radici e di prospettive, di ripiegamento dell’uomo su di sé.
C’è da spiegare che significato hanno la Risurrezione di Cristo e l’Assunzione della Vergine, eventi accaduti venti secoli fa, in un mondo in cui continuano a dominare la morte, l’ingiustizia e l’oppressione.
C’è da proporre – con la parola e con l’esempio – il valore e la forza della fede come chiave ermeneutica della vita e della storia, in un tempo in cui l’uomo è
diventato incapace di alzare gli occhi al cielo e vive come se Dio non esistesse.
C’è da dire una parola chiara sulla vita del cristiano come sequela di Cristo, fatta di ascolto docile della Parola e di impegno coerente a viverla ogni giorno.
L’insidia più grossa per il cristiano del nostro tempo mi sembra la paura del radicalismo evangelico, che fa indulgere al soggettivismo, al relativismo, al minimalismo.
C’è da riflettere sul modo in cui noi imitiamo la carità di Maria, premurosa e preveniente, concreta e discreta, sempre attenta a non ferire la sensibilità dei poveri e sempre pronta a compatire e a servire.
Pur restando sempre “l’adoratrice del dono di Dio“, non cessava mai di prodigarsi per il prossimo, unendo in modo mirabile contemplazione e azione.
Oggi non mancano esperienze, anche consistenti e significative, di volontariato, ma domando: dinanzi al fiume di sofferenze che continuamente inonda il mondo, basta l’opera di alcuni più generosi, o non è dovere di tutti incarnare la carità del Cuore di Cristo accanto a coloro che, duramente provati dalla vita, pagano, con la loro solitudine – e talora anche con la vita – il prezzo di una società che emargina i piccoli, i poveri, i malati, gli anziani?
In tutte queste situazioni esistenziali, che si presentano complesse e talora anche ambigue, Maria, la donna ebrea pienamente inserita nel suo tempo e nella
sua storia, ci è maestra di vita e affidabile compagna di viaggio.
Nel nostro pellegrinaggio è luce di speranza. Come ha detto il Santo Padre a Siracusa nell’introdurre la recita del S. Rosario, “Maria è «segno di sicura
speranza» per l’uomo che cammina pellegrino sulla terra. E’ invito a varcare la soglia della speranza, a guardare con fiducia oltre le oscurità del presente”.
Maria nel mistero di Cristo
All’origine di questi miei sogni c’è una certezza di fede che è importante ribadire e far maturare nella nostra coscienza di credenti e di figli devoti della
Madonna. Maria non è un astro che brilla di luce propria, ma di luce riflessa. Tutto in Maria è relativo.
“E’ relativa al Padre, di cui ella è umile serva, nonché figlia prediletta; a Cristo di cui è vera madre, generosa socia, docile discepola; allo Spirito Santo, che le ha donato un “cuore nuovo”, e uno “spirito nuovo”; che l’ha adombrata perché dal suo grembo verginale germogliasse il Salvatore e inabita in lei come in purissimo tempio e sacrario; tutto nella Figlia di Sion è relativo all’antico Israele, suo popolo, di cui essa è personificazione, culmine e la voce più pura;alla Chiesa, di cui è primizia e compimento escatologico; in Maria tutto è riferibile all’Uomo, di tutti i luoghi e di tutti i tempi. Essa ha un valore universale e permanente; tutto, infine, nella Madre di Dio è riferibile al Cosmo, di cui essa è vertice ed eccelso ornamento” (Pontificia Accademia Internazionale, “La Madre del Signore. Memoria- presenza- speranza”, p.26).
Non è qui il caso di sviluppare tutte queste dimensioni del discorso mariologico; è sufficiente averle ricordate e non perderle mai di vista.
Vorrei, in questa lettera, richiamare la vostra attenzione sul rapporto
con Gesù, che Maria ci ha donato e a cui vuole condurci e del cui mistero è l’eccezionale testimone. Nessuno, più di lei può aiutarci a incontrarLo, ad
accoglierLo e a consegnarGli la vita. Gesù, infatti, è nato da lei, è carne della sua carne: ella lo ha concepito, lo ha dato alla luce, lo ha allattato al suo seno verginale, lo ha educato insieme con Giuseppe, suo sposo, lo ha aiutato a sviluppare le sue qualità umane; di Gesù è vera madre e quindi tra lei e il Figlio esiste un indissolubile vincolo materno – filiale. Nessuno più di lei conosce Gesù. Nessuno più di lei ne ha scandagliato il mistero nella sua profondità.
Nessuno più di lei lo ha ascoltato con mente pura e con cuore ardente.
Nessuno meglio di lei ha custodito e meditato la sua parola, facendone il nutrimento della sua anima e la norma della sua vita.
Nessuno lo ha amato così teneramente e fedelmente, per lui ha trepidato, con lui ha sofferto, coi palpiti del suo Cuore ha sintonizzato i suoi.
Ella è colei che più gli somiglia, pienamente docile all’azione dello Spirito,
che ne orientava la libertà e ne plasmava il cuore, rendendola sempre più conforme – secondo il disegno del Padre – all’immagine del Figlio (cfr Rm 8,29).
Beata perché ha creduto e benedetta più di tutte le donne.
Nostra sorella e madre, avvocata di grazia e modello di santità. Aveva ragione Elisabetta della Trinità quando diceva di lei: “Piango di gioia pensando che questa creatura così serena e luminosa è mia Madre”.
Una madre da amare e da imitare
A questo punto è di dovere la domanda: Come tutto questo incide nella mia vita di tutti i giorni? Come imparo da Maria a credere, a sperare, a pregare, ad
amare e a servire? Non basta ammirarla, occorre imitarla.
Non serve la commozione, occorre la ferma decisione di seguire il suo esempio. Soltanto così si può attuare l’auspicio espresso dal Santo Padre nel suo Discorso ai Sacerdoti, Religiosi e Religiose di Siracusa:
“La vostra diocesi,
amata dalla Madonna, sia sempre più una diocesi mariana” (n.7). Lei vuol prenderci per mano e condurci a Gesù: “Ad lesum per Mariam!” Noi daremo gloria
a Dio e gioia al cuore di Maria mettendoci seriamente in cammino verso Gesù.
Fratelli e sorelle, a che punto è il nostro rapporto con Gesù?
E’ Lui il centro e il senso della nostra esistenza? E’ Lui l’ispiratore delle nostre scelte di vita? E’ Lui al primo posto nella nostra scala di valori?
Abbiamo la viva consapevolezza di essere da sempre “amati da Dio” (Rm 1,7)?
E’ Lui la persona che gerarchizza tutti i beni di questo mondo?
È il “tesoro” che fa impallidire le altre realtà e gli altri affetti, fino a farci
considerare una “perdita”, anzi “spazzatura” qualunque ricchezza, qualunque motivo di prestigio e di vanto? (cfr Fil 3,7ss).
Per seguire Lui e restare fedeli al suo amore, siamo capaci di decisioni radicali, di scelte impopolari, che il mondo non capisce o che persino schernisce? Siamo disposti ad andare contro corrente, a restare isolati o emarginati per vivere il Vangelo nella sua radicalità e nella sua forza rivoluzionaria? Possiamo affermare anche noi, come Paolo, di essere stati “conquistati” da Gesù Cristo e che adesso andiamo strutturando la nostra vita sulle certezze, sui valori, sugli insegnamenti, sulle promesse che Egli ci ha fatto?
Possiamo dichiarare anche noi, come l’Apostolo, di “correre verso la meta”, protesi all’immedesimazione con Cristo, alla conformazione con Lui, per realizzare l’universale e personale vocazione alla santità?
O questa ci sembra una meta troppo alta, riservata ad alcuni eletti,
non raggiungibile dai più? Ve ne ho parlato più a lungo nella Messa del Crisma
del Giovedi Santo di quest’anno. Aggiungo soltanto una cosa: l’alternativa alla santità è la mediocrità! Il contrario della santità è il fallimento. Perché non diventare santi è non raggiungere la meta che il Padre ci ha indicato (cfr Ef 1,4).
Nel Messaggio inviatoci in occasione dell’apertura dell’Anno Mariano, il Sommo Pontefice riproponeva con forza l’ideale della santità:
“Auspico che l’Anno Mariano costituisca un tempo propizio per riproporre
a bambini, giovani, adulti, anziani e famiglie l’ideale della santità che – come scrivevo nella Lettera apostolica «Novo millennio incunte» – rappresenta la
«misura alta della vita cristiana ordinaria».
Tutta la vita cristiana deve infatti andare in questa direzione” (n. 3).
Maria, la “Tutta Santa”, ci prenda per mano, fratelli e sorelle, e ci faccia tenere i passi attaccati alle orme di Cristo (cfr Gb 23,11).
Il santo Rosario
Ma non posso chiudere questa lettera senza confidarvi un altro sogno. Finora ho posto interrogativi che attendono risposta dal cuore credente e orante di ciascuno di noi e che stimolano la riflessione e la propositività degli Uffici
Diocesani e dei Consigli pastorali, in quest’ultima parte della mia lettera desidero
farvi una proposta concreta.
Vorrei che a partire da quest’anno mariano, la preghiera del Rosario fosse meglio conosciuta, più amata e praticata, e diventasse scuola di contemplazione
Stupefatta e adorante. Non dimentichiamo l’affermazione di Paolo VI nella
“Marialis Cultus”: “Se il rosario non è preghiera contemplativa, è un corpo senz’anima, un cadavere” (n°47).
Il Rosario unisce in modo stupendo la venerazione a Maria e la contemplazione degli eventi salvifici. La preghiera è rivolta a Maria, ma il mistero è quello dl Figlio fatto uomo nel suo grembo verginale. In questo mistero ella è presente in modo singolare, perché alma Madre del Figlio e sua fedele collaboratrice.
La sapienza e la bellezza del Rosario sta proprio qui: nell’unire la lode alla madre al mistero del Figlio, che è un mistero di gaudio, di dolore, e di gloria.
Il Rosario comprende, oltre alla meditazione dei misteri che fa da sottofondo, la preghiera del “Padre nostro”, delle “Ave Maria” e del “Gloria”.
La preghiera del “Pater” èuno stimolo a verificare la nostra fede nella paternità diDio e la nostra consapevolezza di essere suoi figli nel Figlio.
L’ “Ave Maria” contiene due movimenti: L’uno “magnifica” il Signore per le “grandi cose” che ha fatto per la sua umile serva e mediante lei, per tutti gli uomini; l’altro affida alla madre di Gesù le suppliche e le lodi dei figli di Dio” (CCC n°2675).
Nel movimento di lode sono messi insieme il saluto dell’Angelo (“Ave, piena digrazia, il Signore è con te”) e il saluto di Elisabetta (“Tu sei benedetta tra le donne e benedetto è il frutto del tuo seno”).
Nel movimento di supplica riconosciamo la nostra condizione di peccatori
E ci rivolgiamo alla “Madre della misericordia”, alla Tutta Santa. Ci affidiamo a lei “adesso”, nell’oggi delle nostre esistenze, e a lei consegniamo fin da adesso, “l’ora della nostra morte”, chiedendole diessere accanto a noi come lo fu accanto al Figlio morente sulla croce, e di accoglierci come nostra Madre nel momento del nostro esodo da questo mondo e presentarci al Figlio (cfr CCC n°2676-2677).
Mentre rivolgiamo a Maria la lode con le parole dell’Angelo e di Elisabetta e l’invocazione con la formula “Santa Maria“, insieme con lei siamo rivolti a Gesù,
motivo della lode e fondamento dell’invocazione, insieme con lei riviviamo i misteri salvifici del suo Figlio, insieme con lei li meditiamo nel nostro cuore (cfr CEI, Catechismo degli Adulti, “La verità vi farà liberi”, n° 993).
Per favorire la meditazione e per accendere la contemplazione, è bene premettere ad ogni mistero la lettura di un breve brano biblico, ed è assai opportuno aggiungere alla prima parte dell’Ave Maria la clausola cristologica, che ci aiuta a tenere desta l’attenzione della mente e del cuore su quell’aspetto del mistero.
Nello stesso tempo possiamo insieme con la Madonna chiedere l’intervento del Signore per una necessità particolare della Chiesa e dell’intera umanità. Così questa preghiera vive di una triplice attenzione: a Maria, a Cristo, alle attuali necessità degli uomini.
E poi c’ è quella meravigliosa dossologia trinitaria (“Gloria al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo”) che ci aiuta a diventare contemplativi del Cielo, del Padre che ci ha creati, del Figlio che ci ha redenti, dello Spirito che ci fa santi.
E a mano a mano che il Rosario va, sentiamo accendersi il fuoco nel
cuore sentiamo accrescersi l’intensità della nostra vibrazione interiore; sentiamo sempre più vicina e più tenera la presenza di Maria, sorella, madre e maestra.
In cammino con Maria, nostra madre
È una stupenda esperienza, che ci deve essere cara e alla quale dobbiamo aggrappare tanti momenti difficili della nostra vita: quando le nostre sicurezze vacillano, quando la fedeltà è messa a dura prova, quando la nostra esistenza diventa un labirinto dove solo il Signore sa entrare.
Allora il Rosario è l’antidoto più efficace, la preghiera più pacificante. Si placano le tempeste, ritorna la fiducia, rinasce la speranza e si ritrova il coraggio di rimettersi in cammino.
E ci accompagna Maria, modello di fedeltà e di fortezza, di adorazione e di contemplazione. Ci accompagna Maria che segue Gesù, e ci accompagna Gesù, che è seguito dai suoi discepoli.
Su voi tutti e su di me invoco con gioia la benedizione di Maria e del
Suo Figlio Gesù.
† Giuseppe Costanzo
