Memoriale salvifico, Presenza dolcissima, Profezia di speranza
Lettera Pastorale
in occasione del Congresso Eucaristico Diocesano
“Pro Mundi Vita”
Abbiamo professato la nostra fede e cantato la nostra gioia: è la gioia di un popolo che ha il suo Signore con sé; è la gioia di una comunità che riconosce quale grande dono sia disporre per tutte le sue stanchezze del “Pane vivo disceso dal cielo” (Gv 6,51), capace di rinvigorirci; è la gioia dei salvati che sanno di non dover temere nulla, neppure la morte, perché “chi mangia questo pane vivrà in eterno” (Ib). “L’’Eucaristia — dice S. Tommaso — è il memoriale della Passione, il compimento delle figure dell’Antica Alleanza, la più grande di tutte le meraviglie operate dal Cristo, il mirabile documento del suo amore immenso per gli uomini”.
Vorrei sottolineare tre aspetti del mistero eucaristico: memoriale, presenza, profezia.
L’EUCARISTIA COME “MEMORIALE”
L’ Eucaristia è il memoriale della morte e risurrezione di Cristo che disse: “Fate questo in memoria di me” (Lc 22,19). Tutta la vita di Gesù è racchiusa tra due SI. II primo quando dice al Padre: “Ecco, io vengo per fare, o Dio, la tua volontà (Eb 10,9). Il secondo quando, prima di chinare il capo e spirare, dice: “Tutto è compiuto” (Gv 19,30). Tra questi due “si” si snoda tutta l’esistenza di Gesù. La quale, come dice I’Imitazione di Cristo, fu tutta “croce e martirio”, e tutta ha valore di espiazione, di merito, di redenzione.
E mentre nell’Antico Testamento — come nelle altre religioni – il sacerdote è sempre distinto dalla vittima, Cristo invece insieme sacerdote e vittima: “Sacerdos suae hostiae et hostia sui sacerdotii” (S. Paolino da Nola). Col suo sacrificio Cristo ha immesso nel mondo una quantità d’amore che supera la somma della rivolta e del peccato, ci ha riconciliati col Padre, ha consacrato la nuova ed eterna Alleanza, la nascita dell’Israele secondo lo Spirito, della gente santa, della stirpe eletta, del sacerdozio regale (cfr. 1 Pt 2,9).
La Messa è un vero sacrificio, che rappresenta, ripresenta, attualizza e applica il sacrificio della Croce. In una parola, la Messa perpetua il sacrificio della Croce. Sulla Croce, però, Cristo era solo a soffrire (fatta eccezione per sua Madre). Oggi è Lui più tutti i redenti; è il Cristo totale che si offre. Sulla Croce l’immolazione fu cruenta, nella Messa è sacramentale e mistica.
Ricordando quanto Cristo ha operato per la salvezza del mondo, la Messa è anche “ Eucaristia”, cioè “rendimento di grazie” al Padre per il suo amore preveniente e gratuito e per il dono del Figlio Redentore.
Questo mistero grande e tremendo, santo e vivificante, come viene da noi celebrato? C’è in noi il dovuto timore e tremore? C’è ‘partecipazione consapevole? C’è fervore di spirito? Come ci prepariamo alla S. Messa? Evitiamo la fretta, la superficialità, l’abitudine? Andiamo a Messa per soddisfare al precetto della Chiesa o perché senza di essa la giornata ci sembra vuota, la fatica insopportabile, l’esistenza senza senso? Abbiamo la santa abitudine di fermarci qualche minuto, alla fine della Messa, per ringraziare, o passiamo immediatamente alle chiacchiere, al caffè, alle occupazioni giornaliere, trascurando l’Ospite divinò che è in noi? È vero che già nella Messa è prevista la pausa di silenzio per il ringraziamento, ma spesso si tratta di qualche attimo, che non consente un vero dialogo interiore con Gesù, e non è sufficiente ad avviare quel colloquio d’amore che riscalda il cuore, dinamizza la volontà e lentamente trasforma la vita. Se la Messa è il segno dell’immenso amore di Dio per noi, non possiamo restare freddi e indifferenti, né tenere atteggiamenti di “routine”, Sarebbe il segno che non abbiamo capito!
L’EUCARISTIA COME PRESENZA.
L’amore reclama la presenza, anzi la convivenza. L’amore esige l’incontro, anzi l’unione. L’Eucaristia — segno supremo di ineffabile amore — opera l’unione sponsale, realizza la comunione nuziale. Di questa presenza vorrei sottolineare tre “aspetti”: la comunione, l’adorazione, la missione.
LA COMUNIONE.
Mentre gli altri sacramenti realizzano un “incontro” tra Cristo e la Chiesa, l’Eucaristia realizza l’unione, la reciproca inabitazione: “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui” (Gv 6,56). L’Eucaristia non è solo sacrificio, ma è anche banchetto. Barchetto sacrificale e sacrificio conviviale. Questa è l’intenzione esplicita del Signore: Mangiatene tutti! Bevetene tutti!
L’Eucaristia è il nutrimento della vita nuova. “In verità, in verità vi dico, se non mangerete la carne del Figlio dell’uomo e non berrete il suo sangue, non avrete in voi la vita” (Gv 6,53). Per vivere bisogna mangiare, Come per l’uomo c’è l’esigenza biologica del cibo, così v’è per l’anima una vera necessità vitale della Comunione. La Comunione è sorgente di forza contro la debolezza. È sorgente di vita divina: “Chi
mangia di me vivrà per me” (Gv 6,57); è cibo più forte di noi: non siamo noi ad assimilarlo; è Lui che ci assimila a sé; è mezzo per un’unione profondissima, per una perfetta fusione d’amore, che anche a noi — come a Paolo — consente di dire: “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me” (Gal 2,20).
Questo significa che non ci sono più vuoti incolmabili, solitudini insuperabili. Gesù ci ripete: Io sono con te sempre. Non ti lascerò; non ti abbandonerò. Non temere e non spaventarti. Davvero, “pietà e tenerezza è il Signore” (Sal 110 [111],4).
Ma la comunione sacramentale col Corpo eucaristico di Cristo non è completa senza la comunione fraterna: Chi infatti, “non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede”. Questo è il comandamento che abbiamo da Dio: “chi ama Dio, ami anche il suo fratello” (1Gv-4,20ss).
Paolo rimprovera i fratelli di Corinto per la cattiva celebrazione dell’Eucaristia (cfr 1Cor 11,17-34). Lì, infatti, si verificavano divisioni e discriminazioni che compromettevano gravemente il significato genuino del Sacramento, perché i benestanti si facevano “la propria cena” a parte (v. 21), mentre i poveri ne erano esclusi (V. 22). La cena dei ricchi era diventato un fatto privato, non immune da eccessi disdicevoli, mentre chi non aveva nulla e aveva lavorato tutto il giorno restava a stomaco vuoto (v, 21b).
La cena che doveva unire, discriminava. Quindi anche il sacramento che seguiva ne veniva snaturato. Anziché segno di comunione, diventava occasione di egoismo; anziché segno di fraternità ecclesiale, degenerava in emarginazione dei deboli; anziché momento di solidarietà coi più poveri, conventicola dei benestanti, Escluso il rapporto coi fratelli, la celebrazione eucaristica non è più “Cena del Signore” e diventa, perciò, illusoria, perché, escludendo dalla propria convivialità i poveri, resta esclusa anche la convivialità con Cristo.
Annullato il rapporto di convivialità e di fraternità coi fratelli bisognosi sotto il segno della cena comune, è annullato anche il rapporto di comunione e partecipazione col Signore. E c’è anche una situazione di scandalo: la spaccatura, cioè, tra chi è sazio e chi soffre la fame. Non ci può essere accoglienza di Cristo e chiusura ai fratelli. Sarebbe – dicono i Padri – abbracciare e baciare Cristo pestandogli i piedi con scarpe chiodate!
L’ADORAZIONE,
L’adorazione prolunga il pasto eucaristico e ne consente l’assimilazione. Quando sostiamo in adorazione, l’Eucaristia si offre all’anima per una fusione che, però, non si compie in un batter d’occhio. C’è bisogno di tempo, di quiete, di attesa paziente.
Adorare significa amare da cascare in ginocchio: “Venite, prostrati adoriamo, in ginocchio davanti al Signore che ci ha creati” (Sal 94,5).
Adorare vuol dire restare come travolti dalla piena dei sentimenti che ti invadono l’anima;
Sorpresa nell’accorgerti che un Essere adorabile guardi a te e si prenda cura di te: “che cos’è l’uomo perché te ne ricordi?” (Sal 8,5).
Stupore davanti al prodigi che Dio opera per offrirsi all’abbraccio amoroso della sua creatura: “Grande Tu sei e compi meraviglie; tu solo sei Dio”.
Gratitudine, perché da Lui così grande a noi così piccoli l’abisso sprofonda e Lui continuamente lo colma, rimanendo il sempre Altro e il sempre oltre.
Tenerezza che diventa contemplazione radiosa: “Il tuo volto, Signore, io cerco” (Sal 26,8). “Guardate a Lui e sarete raggianti!” (Sal 33[34], 6). Stando alla presenza di Dio l’anima avverte intenso desiderio e profondo rispetto. Dio, anche nel Tabernacolo, rimane il Trascendente, l’Inaccessibile, il Dio Misterioso. Tu avverti che ti sfugge nel momento stesso in cui ti è vicinissimo e ti viene incontro quando lo senti lontano. Ma non si lascia catturare dalla sua creatura. Così più gli sei intimo e più ne avverti la distanza, più gli sei unito e più senti che Egli è al di là e resta Altro da te. L’unione e la distinzione, l’intimità e la differenza crescono di pari passo. È un mirabile gioco d’amore. Ne sanno qualche cosa ì contemplativi e i mistici.
Perciò trascurando l’adorazione si finisce col banalizzare la celebrazione e disincantare la comunione,
Nell’attuale cultura s’impone il recupero dell’adorazione. O l’uomo torna a privilegiare l’interiorità, a desiderare il “monastero invisibile”, o il mistero eucaristico rischia incomprensione e profanazione.
L’adorazione ci unisce a Cristo, il Perfetto Adoratore del Padre; a Gesù Sommo Sacerdote, che è il grande Intercessore, l’avvocato che perora appassionatamente la causa dell’uomo.
Che sarebbe il mondo senza questo grande Avvocato? Non sprofonderebbe nell’abisso sotto il carico dei suoi peccati, più e peggio di Sodoma e Gomorra?
E noi stando in adorazione, facciamo pressione sul suo Cuore, come Abramo, come Mosè, come gli amici del Signore. L’adorazione ci fa godere l’intimità del Maestro, ci fa gustare la gioia di stare con l’Amico, ci sottopone alle cure del Medico che sana ogni ferita, guarisce ogni malattia, risolve ogni problema. Non è Egli stesso a dirci: “Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò” (Mt 11,28).
Come il ferro, immerso a lungo nel fuoco, diventa incandescente, cosi l’anima, abbracciata a lungo al suo Signore, viene trasformata dallo Spirito nell’immagine del Figlio, a cui il Padre l’ha predestinata ad essere conforme (cfr. 2Cor 3,18; Rm 8,29). Lo Spirito di Gesù – durante l’adorazione – agisce misteriosamente nei fedeli illuminando, riscaldando, purificando: è luce all’intelletto, è fiamma ardente nel cuore e risana le nostre ferite col balsamo del suo amore. Durante quelle ore benedette di cuore a cuore avvengono i prodigi interiori più grandi: le tempeste si placano, il cuore si pacifica, si rischiara l’orizzonte; si riaccende il fervore, torna a risplendere la meta, riscopriamo con gioia di essere “amati da Dio e chiamati ad essere santi” (Rm 1,7).
Nell’intimità adorante si accende il desiderio del cielo, si gusta la gioia della presenza (“gioia piena”, “dolcezza senza fine” Sal 15[16],11), si ha come un assaggio e un anticipo del Paradiso, ci si unisce agli angeli e ai vegliardi che “s’inchinano profondamente con la faccia davanti al trono e adorarono Dio” (Ap. 7,11).
Ho un sogno nel cuore e lo traduco in invito. Torniamo a pregare intensamente, ad adorare prolungatamente. Doniamo al Signore un po’ del tempo che Egli stesso ci dona. Ritroviamo il gusto di stare rannicchiati ai suoi piedi e rifugiati nel suo Cuore. Tra tanto tempo spesso sciupato nell’evasione diamo a Gesù — Signore del tempo — qualche ora che voglia essere ricca di senso e colma di grazia: l’adorazione, almeno l’adorazione settimanale! Lasciamoci accogliere da Lui, riposiamo in Lui, Lasciamoci amare e perdonare. Guardiamolo con occhi di fanciulli. Contempliamolo con cuore incantato.
Quello dell’adorazione non è tempo sottratto al servizio. Piuttosto, un riqualificare il servizio, rimotivandolo e purificandolo da secondi fini, assumendolo con senso di responsabilità e compiendolo con generosa dedizione; Mosè, il grande condottiero, non trascurava il popolo, tutte le volte che si ritirava a pregare; anzi, in quella sosta orante, ritemprava il suo spirito per un servizio generoso e per una straordinaria solidarietà col popolo. Era solidale col popolo perché sapeva stare solo in preghiera…
Solidale con la sua gente perché solitario con Dio! A voi, ministri dell’altare, rivolgo anzitutto il mio invito: state a lungo davanti al Tabernacolo. Il compito fondamentale di un prete è adorare e predicare. L anima dell’apostolato è l’intimità con Gesù, L’edificazione più grande dei fedeli è avere sacerdoti che siano veri adoratori.
A voi, religiosi e religiose, la mia calda esortazione: non vi disperdete in occupazioni secondarie, non preoccupatevi e non agitatevi per molte cose, perché “una sola è la cosa di cui c’è bisogno”. Siate saggi: scegliete “la parte migliore” (Cfr Lc 10,41ss).
A voi, fratelli e sorelle che vi occupate delle cose del mondo cercando di ordinarle secondo Dio, il mio invito si fa appello accorato; non vi lasciate ingannare. Il vostro servizio all’uomo sarà tanto più illuminato e fecondo, quanto più radicato nell’adorante amicizia con Gesù. La vostra presenza nelle strutture temporali sarà tanto più corretta e coraggiosa quanto più generata e sorretta dalla preghiera.
“Guardate i Santi: quelli che più si sono consumati per i fratelli sono coloro che più attingevano dall’adorazione eucaristica amore, fervore e spirito di servizio.
Pensate a Pier Giorgio Frassati, a Giuseppe Moscati, a Giuseppe Toniolo…
LA MISSIONE
L’Eucaristia è l’azione missionaria per eccellenza. Paolo, ‘scrivendo ai Corinzi dice: “Ogni volta che mangiate di questo pane e bevete di questo calice, voi annunziate la morte del signore fino a che Egli venga” (1Cor 11,26).
Parole semplici, ma eloquenti. Esse ci dicono che l’essere Chiesa comporta la celebrazione dell’Eucaristia, ma la celebrazione implica la missione di “annunciatori”.
“Annunciate”
Una Chiesa che non annuncia, priva del suo naturale riverbero il Sacramento del Corpo e del Sangue del Signore, mortifica cioé l’Eucaristia, la depotenzia. Tra Eucaristia e missione c’è dunque, un nesso essenziale. Ma anche permanente: l’annuncio non è occasionale o episodico, ma quotidiano e di ogni celebrazione: “Ogni volta… annunciate”.
“Annunciate” significa proclamate solennemente, fate conoscere agli altri l’evento salvifico. Non potete tenerlo per voi. Non vi è lecito godervelo in maniera egoistica ed intimistica. La sua luce deve illuminare ogni uomo, la sua grazia deve raggiungere tutti i cuori, la sua forza salvifica deve penetrare ogni esistenza.
Mandati dunque ad evangelizzare, ad annunziare. Annunziare che cosa? Qual è la notizia che l’Eucaristia ci spinge a proclamare?
“Annunciate la morte”! Dobbiamo dire che “uno è morto per tutti” (2Cor 5,14), che ci ha amato e ha dato se stesso per noi “ed Egli è morto per tutti, perché quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per Colui che è morto ed è risuscitato per loro” (2Cor 5,15).
Non è un annuncio che gli uomini gradiscono, ma il Vangelo non è una ninna-nanna, bensì uno squillo di tromba che, partendo dall’Eucaristia, risveglia e scuote tutti spingendoli a decidere da che parte intendano stare e quale destino vogliano costruirsi.
“Annunciate la morte del Signore”
Non annunciate una morte qualunque, ma la morte del Signore, del Kyrios, cioè di Gesù Risorto, di colui che è ormai “il Vivente per sempre e ha potere sopra la morte e sopra gli inferi” (Ap 1,18), Per questo il nostro annuncio è straordinario, unico e salvifico: perché annunciamo la morte di uno che è oggi veramente vivo e glorioso.
L’Eucaristia non è un banchetto funebre: è un banchetto di vita, è principio di vita e dà una prospettiva nuova alla vita umana in tutti i suoi aspetti, proprio perché è comunione con Colui che è il Signore (il Kyrios), cioè con colui che ha spezzato la tirannia di Satana e ha vinto la morte.
“Fino a che Egli venga”
Il cristiano è uno che vive “nell’attesa della sua venuta”; è uno che custodisce nel cuore la tensione verso l’incontro aperto con Cristo e fa piena manifestazione del suo Regno : “finché Egli venga”. È come una molla che il Corpo del Signore mette dentro di noi e ci sospinge sempre in avanti impedendoci di acquietarci e di adagiarci nella situazione presente. Non c’è realizzazione storica, non c’è modello di società che corrisponda pienamente al progetto di Dio, che rimane sempre oltre, ma che è capace di suscitare in ogni epoca nuovi tentativi e nuove proposte, il modello adeguato, perfettamente riuscito, è il Regno di Dio, che il Signore ci porterà alla sua venuta.
Chi si ciba di Gesù Eucaristia vive nell’attesa dei cieli nuovi e della nuova terra , dove finalmente abiterà la giustizia (2Pt 3,13), persuaso che questa meta non potrà essere raggiunta prima che il Signore venga, ma anche certo che essa può e deve essere affrettata con l’impegno operoso e generoso dei cristiani del mondo.
L’EUCARISTIA COME PROFEZIA
L’Eucaristia è l sacramento della speranza: la fonda, la sostiene e la nutre. Essa è l’anticipazione della gloria del cielo. In essa – dice S. Tommaso – “ci è donato il pegno della gloria futura”. Col mistero pasquale di Cristo Dio ha già cambiato la storia, ma restano ancora nel mondo i rigurgiti della storia del peccato, come pure il dolore dell’uomo e il dramma delle sua morte. L’Eucaristia è come quel pugno di lievito che fermenta la massa e la trasforma. Quel pane soprasostanziale che la Chiesa porta nella sua bisaccia di pellegrina, è il principio del compimento supremo, l’inizio della vita nuova pienamente realizzata, quando sparirà il male, cesserà la minaccia del peccato, scomparirà il dolore, sarà asciugata ogni lacrima e risplenderà la Gloria divina, la supremazia assoluta dell’amore contro l’odio, della gioia contro il dolore, della vita contro la morte. La Chiesa parteciperà in maniera incontrastata al trionfo escatologico di Cristo sulle potenze nemiche di Dio (cfr. 1 Cor 15, 24 – 28).
La Parusia del Cristo sarà anche, come afferma l’apostolo, la parusia della Chiesa: “quando si manifesterà Cristo, la vostra vita, allora anche voi sarete manifestati con lui nella gloria” (Col 3, 4).
Si compie così la promessa di Gesù: “chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno” (Gv 6, 54). Si compie anche l’anelito dell’umana creatura ad essere sempre col suo Signore (1 Ts 4,17), a contemplare il suo volto e ad assomigliargli: “Quando Egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come Egli è” (1 Gv 3, 2).
Emerge da qui una nuova visione della storia, mentre per il pensiero pagano la storia è un perpetuo ricominciare, per la Bibbia è crescita inarrestabile e maturazione “ irreversibile dell’umanità e del cosmo verso l’ultimo traguardo, verso la salvezza totale”.
Alla nozione “ciclica” del tempo, la Bibbia contrappone una concezione lineare; all’immagine del cerchio sostituisce quello della freccia. Dalla Bibbia sappiamo non solo come è cominciata la storia, ma sappiamo pure come finirà.. Creando l’universo, Dio lo ha chiamato alla sua glorificazione finale in Cristo, e dal di dentro sta fermentando e orientando uomini e cose in tal senso. Cristo sta conducendo la storia verso il suo compimento, verso la manifestazione piena del Regno di Dio.
Certo, noi siamo quaggiù come “attendati”, non abbiamo una permanente dimora (Eb 13, 14), “siamo in esilio lontano dal Signore” (2 Cor 5, 6), ma viviamo nella certezza che “Colui che ha cominciato in noi questa opera buona, la porterà a compimento nel giorno del Signore” (Fil 1, 6), quando Egli che ha vinto il mondo e la morte, ritornerà. Proprio quel giorno, che segnerà il ritorno glorioso del Signore come giudice, ma soprattutto come sposo e come re, sarà per eccellenza “l’ultimo giorno”. Allora non solo l’anima sarà “conforme all’immagine del Figlio suo” (Rm 8, 29), ma lo stesso corpo, “il nostro misero corpo”, sarà trasfigurato per essere conformato al corpo glorioso di Cristo (Fil 3, 21). Nel corpo trasfigurato risplenderà, così, la pienezza dell’amore redentore.
Con la Chiesa, che deve essere come il lievito, tutta la creazione geme e soffre nelle doglie del parto, anelando al rinnovamento finale (Rom 8, 18 — 23), alla gloria futura. Essa non sarà frutto di una semplice evoluzione naturale, ma di un’evoluzione ascendente, guidata da Dio stesso, che con l’incarnazione si è inserito nella nostra storia, col mistero pasquale l’ha redenta, resta con noi col suo corpo glorioso dovunque si trovi un pezzo di pane validamente consacrato ed è così il seme ed il pegno della nuova creazione.
Come il pane ed il vino, mediante la consacrazione, sono stati trasformati nel Corpo e nel Sangue di Cristo, così mediante l’Eucarestia, tutta la creazione, attraversata dalla forza salvifica del Cristo, diventerà gloriosa. E così il mistero eucaristico si dilata all’infinito in una sorte di transustanziazione universale di cui quaggiù è il segno, il pegno e l’inizio.
Ecco il cammino della speranza che parte dalla Presenza in noi di Cristo nell’Eucaristia e arriva alla Presenza di Cristo nella gloria. Dalla presenza qui in terra alla presenza in cielo. Qui “come in uno specchio, in maniera confusa”, lì “a faccia a faccia” (1 Cor 13, 12).
Qui lo vediamo “velato”, là lo vedremo “svelato”: “così com’è” (1 Gv 3, 2).
Dalla comunione alla mensa eucaristica, alla comunione nell’eterno convito.
MARIA ASSUNTA PROFEZIA REALIZZATA
Maria, Assunta in cielo in anima e corpo, è la caparra di questo evento grandioso, per cui ogni uomo vive e muore, e continua a sperare e a sognare.
Maria, tra “quelli che sono di Cristo”, è la prima, perché intimamente associata al mistero dell’Incarnazione redentiva. Quel cuore accanto al quale si formò il cuore del Verbo fatto uomo, non poteva disfarsi nel dissolvimento della morte: anche come organo fisico doveva rimanere intatto, a significare un amore — quello della madre — che non conosce pause né declini.
Se l’Immacolata rappresenta il punto luminoso nella storia dell’umanità che cammina tra la foschia del peccato, il mistero dell’Assunzione rappresenta il trionfo della grazia che tutto riscatta dalla sua malizia e dalla sua precarietà e tutto santifica e salva per l’eternità. La Madonna assunta in cielo in anima e corpo è il disegno di Dio restaurato e portato al suo integrale compimento. E’ l’apoteosi della creazione e della redenzione in una creatura. È la meta del nostro cammino e il termine della nostra speranza. E’ l’indicazione persuasiva di ciò che saremo:
“In lei, primizia e immagine della Chiesa, hai rivelato il compimento del mistero di salvezza” (Pref. dell’ Assunta). Maria Assunta in cielo, è l’icona escatologica della Chiesa dei Santi. Contemplando Maria, luogo delle meraviglie messianiche, il popolo di Dio si rincuora nel suo faticoso cammino verso la patria. Sa di non essere solo. Sa di averla con sé, anche se invisibile, nell’immacolato splendore della sua anima, nella verginale integrità del suo corpo, nella materna tenerezza del suo cuore: “Assunta alla gloria del cielo, accompagna con materno amore la Chiesa e la protegge nel cammino verso la patria fino al giorno glorioso del Signore” (Pref III della Madonna).
Siracusa, 5 novembre 2000
Giuseppe Costanzo
Arcivescovo
