La fede e il dramma della morte

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Siracusa 10 – 04 – 2013

Nella Bibbia leggiamo che Dio non ha creato la morte e non gode della rovina dei viventi … Dio ha creato l’uomo per l’immortalità, ma la morte è entrata nel mondo per invidia del diavolo ( cfr Sapienza cap.1).

         Queste parole ci aiutano a capire perché la morte è una realtà inquietante e ripugnante. Il motivo è che essa non ci è naturale. La sentiamo come qualcosa  di estraneo alla nostra natura, frutto dell’invidia del diavolo che non vuol bene agli uomini. Per questo lottiamo contro la morte con tutte le nostre forze. Questo nostro insopprimibile rifiuto della morte è la prova migliore che noi non siamo fatti per essa e che essa non può avere l’ultima parola. Proprio di questo ci assicura Dio stesso con la sua Parola: “ Le anime dei giusti sono nelle mani di Dio. Agli occhi degli stolti parve che morissero, la loro fine fu ritenuta una sciagura, ma essi sono nella pace. Anche se agli occhi degli uomini subiscono castighi, la loro speranza è piena di immortalità … Quanti confidano in Lui comprenderanno la verità; coloro che gli sono fedeli vivranno presso di Lui nell’amore” (Sap. 3,9 e ss).

         Dinanzi alla morte l’uomo adotta facilmente quello che in psicologia si chiama il meccanismo della rimozione: fa finta che non esista o che esista solo per gli altri. Ne allontana il pensiero. Lo rimuove. Corre, si affanna per cose da nulla, tende ad accumulare beni come se non dovesse lasciare tutto e partire.

         Anche chi ostenta sicurezza davanti alla morte, chi dice di pensare alla vita e non alla morte, in realtà con questo atteggiamento, cerca solo di esorcizzare la paura. Ma la morte rimane. Non è rimuovendone il pensiero che la morte scompare. Essa, invece, rimane ed arriva cogliendoci impreparati. Facendo della morte un tabù, noi facciamo due cose stolte: viviamo alienati e moriamo espropriati.

         I filosofi hanno tentato di spiegare in vari modi il mistero della morte che tanto ci sgomenta. Epicuro affermava che la morte è un falso problema, perché diceva: “ Quando ci sono io non c’è la morte e quando c’è la morte non ci sono io”. Anche il marxismo ha tentato di eliminare il problema della morte. La morte è un fatto personale. Ciò che conta per il marxismo, non è la persona umana, dicono loro, ma la società degli uomini, la specie umana che non muore. L’uomo sopravvive nella società che ha contribuito a costruire. L’ideologia marxista nella sua incarnazione concreta, storica, è stata superata, ma la morte rimane. Un padre della filosofia moderna Heidegger diceva che la morte è la sostanza stessa della vita, in quanto ogni minuto che passa è un frammento di vita che viene bruciato. Quindi, secondo questo filosofo, noi viviamo morendo. L’uomo – dice – è “ un essere – per – la – morte”.

         Gli uomini non hanno mai cessato di cercare rimedi contro la morte. Uno di questi, tipico dell’A.T., era la prole, la discendenza, il sopravvivere nei figli. Un altro rimedio era la fama per chi compiva gesti particolari: Diceva il poeta pagano Orazio: “ Non morirò del tutto, ho innalzato un monumento più duraturo del bronzo”.

Oggi va di moda la dottrina della reincarnazione, presa in prestito da filosofie pagane o da religioni orientali (l’Induismo). Tanti cristiani hanno una predilezione per la reincarnazione. Questa dottrina, è incompatibile con la Rivelazione cristiana che professa la Risurrezione dalla morte ed il valore unico ed irripetibile di ogni vita, di ogni storia personale dell’uomo ( Eb. 9:  “E’ stato stabilito che gli uomini muoiano una volta sola”). Questa dottrina inoltre, poggia su un equivoco madornale: la reincarnazione non è supplemento di vita, ma un supplemento di sofferenza! Non è una proroga concessa al godimento, ma alla purificazione; l’uomo non ha finito di purificarsi secondo la teoria dell’incarnazione e  l’anima si reincarna perché ha ancora qualcosa da espiare. E’ dunque esattamente il contrario: è espiazione, è ulteriore sofferenza, è bisogno di altra purificazione.

Padre Cantalamessa ha scritto: “ Chi, stando al capezzale di una persona che sta soffrendo un calvario da anni, avrebbe il coraggio (se crede nella reincarnazione) di venire a dire a questa persona che tutto quello che ha fatto finora, tutto quello che ha sofferto e tutta la fatica del morire, dovrà un giorno ricominciare da capo e ripetersi chissà per quante volte? Chi avrà questo coraggio “? Purtroppo ci si innamora facilmente di quello che non si conosce. Aveva ragione Tertulliano che a proposito del cristianesimo diceva:  “Il cristianesimo teme una sola cosa: di essere condannato senza essere conosciuto”.Ci domandiamo allora, che cosa ci dice la Parola di Dio? Quali comportamenti ci suggerisce? Quali certezze ci offre?

         I due Testamenti ci offrono visioni diverse e complementari. L’A.T. ci dà una visione essenzialmente sapienziale della morte. Il N.T. ci offre una visione misterica, cristologica, pasquale della morte.

Nel primo modo si ha una morte pedagoga, nel secondo una morte mistagoga, nel senso che introduce nel mistero ed è parte essa stessa del mistero cristiano.

a) Visione sapienziale della morte

Tale visione ci viene offerta dai libri sapienziali della Bibbia: Giobbe, i Salmi, il Qohelet, il Siracide, la Sapienza. Tutti questi libri dedicano una notevole attenzione al tema della morte. Dice il Salmo 89 (90): “Insegnaci a contare i nostri giorni e acquisteremo un cuore saggio “(Qohelet vers.12). Il Qohelet apre il suo capitolo sulla morte con le parole: “ C’è un tempo per nascere e un tempo per morire” e lo chiude con la sentenza: “Tutto è venuto dalla polvere e nella polvere tutto ritorna” ( 3, 2. 20). L’ultima parola del Qohelet dice: “ Vanità delle vanità, tutto è vanità” ( 12, 8).

La vecchiaia è evocata attraverso i suoi effetti: l’attutirsi dei rumori, l’affievolirsi delle luci, la paura delle alture, l’insicurezza nella strada … l’uomo che muore è paragonato ad una lucerna che si spegne, ad un’anfora che si rompe, ad una carrucola che si spezza, lasciando cadere il secchio nel pozzo

( cfr 12, 1-8). Perché si nasce? Perché si muore? Dove si va dopo morti? Sono tutte domande che per il saggio dell’A.T. restano senza altra risposta che questa: Dio vuole così; su tutto ci sarà un giudizio.

Il Siracide inizia la sua trattazione sulla morte con queste parole: “ O morte, come è amaro il tuo ricordo! “ (41, 1). Si cerca di consolarsi della morte dicendo che è un destino comune, che è il decreto del Signore, che vivere dieci o cento o mille anni non fa differenza, dal momento che alla fine bisogna morire (41, 1 e ss).

Il Libro della Sapienza ci riferisce le opinioni ancora più inquietanti degli increduli del tempo: “La nostra vita è breve e triste; non c’è rimedio quando l’uomo muore e non si conosce nessuno che liberi dal regno dei morti. Siamo nati per caso e  dopo saremo come se non fossimo stati” (Sap. 2, 1-2). Soltanto in questo libro della Sapienza che è il più recente dei libri sapienziali, la morte comincia ad essere rischiarata dall’idea di una retribuzione ultraterrena:

“ le anime dei giusti sono nelle mani di Dio”, si afferma, ma non si sa che cosa questo precisamente voglia dire (3,1).

La caratteristica di tutta questa sapienza umana circa la morte è che non consola, non dissolve la paura. E’ come il sole invernale che illumina, ma non riscalda e non scioglie il gelo. Essa serve, al massimo, a fare intenerire intorno alla propria sorte e a suscitare sentimenti di solidarietà nel dolore.

Dobbiamo, allora, concludere che tutto questo insegnamento dell’A.T. è inutile? No, affatto! Anche nel N.T. troviamo il grido di Dio all’uomo ricco che viveva murato nel suo egoismo: “ Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato di chi sarà?” (Lc 12, 20).

L’insegnamento sapienziale è molto utile. La morte vi appare come la grande pedagoga. Essa, infatti:

  1. Fa cadere le illusioni, le ubriacature, le esaltazioni vane e ci mette nella più assoluta verità. Ci fa concentrare sull’essenziale, su ciò che vale e su ciò che resta.
  2. Ci impedisce di attaccarci alle cose, di fissare quaggiù la dimora del cuore, dato che “ dove è il nostro tesoro, là è pure il nostro cuore” .
  3. Ci ricorda che “ non abbiamo quaggiù una stabile dimora” (Eb 13, 14) e che siamo “ospiti e pellegrini”. “La nostra cittadinanza è nei cieli”, ammonisce S. Paolo (Fil.3,20): lì siamo titolari, qui siamo in trasferta. Qui la nostra presenza è provvisoria, lì sarà permanente.
  4. La morte ci toglie tutte quelle cose a cui stavamo aggrappati, ci spoglia di tutto ciò che non è eterno: “ L’uomo, quando muore, con sé non porta nulla, né scende con lui la sua gloria” (Sal 49,18).
  5. La morte, quindi, è l’inevitabile strettoia, il necessario pedaggio da pagare per passare all’altra sponda; è la condizione che fa esplodere la vita: come il seme che, morendo sottoterra, germoglia e diventa una spiga.

     Non c’è punto migliore in cui collocarsi per vedere il mondo, se stessi e gli avvenimenti nella loro verità che quello della morte. Allora tutto si vede nella giusta luce, tutto prende il giusto posto. A un salmista, sconcertato dalla prosperità degli empi, fino ad essere sul punto di abbandonare la via di Dio, bastò entrare nel tempio e mettersi a riflettere sulla loro fine perché di colpo tutto gli apparisse chiaro ed esclamasse: “Quando si agitava il mio cuore e nell’intimo mi tormentavo, io ero stolto e non capivo, davanti a Te stavo come una bestia” (Sal. 73,21).

Il mondo appare spesso un inestricabile groviglio di ingiustizie e disordine, al punto che tutto sembra accadere a caso senza che ci sia alcuna coerenza o alcun disegno. E tuttavia c’è un punto da cui osservare questa sconcertante situazione e decifrarne il significato. E’ la fine, cioè la morte, a cui segue immediatamente il giudizio di Dio: “ E’ stabilito per gli uomini che muoiano una sola volta, dopo di che viene il giudizio” (Eb 9, 27).

Visto da qui, tutto assume il suo giusto valore. La morte è la fine di tutti i privilegi, di tutte le differenze, le prepotenze, le ingiustizie che esistono tra gli uomini. Non è la morte che è assurda, ma la vita senza la morte. Una vita di questo genere, fatta di prepotenze, di ingiustizie, di soprusi, sarebbe l’inferno per tutta la vita.

Guardare la vita dal punto di osservazione della morte dà un aiuto straordinario a vivere bene. Siamo angustiati da problemi e difficoltà? Collochiamoci al punto giusto,  portiamoci col pensiero sul letto di morte.

Domandiamoci: come vorrei, allora, avere agito? Quale importanza daremmo a queste cose? Abbiamo un contrasto con qualcuno? Guardiamo la cosa dal letto di morte. Cosa vorremmo aver fatto allora? Aver vinto o esserci umiliati? Aver prevalso o aver perdonato? La morte è una grande pedagoga. E’ una maestra severa, ma veritiera.

b)    La visione cristologica e pasquale

    La novità, la grande novità, si verifica con Gesù Cristo: con la sua Incarnazione, Passione e Morte. “Egli – dice S. Gregorio Nisseno – è nato per poter morire “ Egli, Dio, ha preso una carne mortale per potere con essa lottare e vincere contro la morte”. “ La morte – dicevano i Padri – si è attaccata a Cristo, lo ha divorato, come era abituata a fare con tutti gli uomini, ma non ha potuto “ digerirlo” perché in Lui c’era Dio e così ne è rimasta uccisa”. La liturgia sintetizza tutto questo in un solo versetto: “morendo ha distrutto la morte e risorgendo ha ridato a noi la vita.”

La morte umana non è più la stessa di prima. Essa ha perso il suo pungiglione, come un serpente il cui veleno ormai è capace solo di addormentare la vittima per qualche ora, ma non più ucciderla: “La morte è stata ingoiata per la vittoria. Dov’è, o morte, la tua vittoria? Dov’è, o morte, il tuo pungiglione?” (1Cor.15, 55). Davvero Cristo ha “ ingoiato” la morte “ per la vittoria”, cioè per distruggerla. E’ stato così abbattuto l’ultimo muro. Tra noi e Dio si ergevano tre muri di separazione: il muro della natura, il muro del peccato, il muro della morte. Il muro della natura è stato abbattuto nell’Incarnazione, quando natura umana e natura divina si sono unite nell’unica persona del Figlio di Dio; il muro del peccato è stato abbattuto sulla croce, e il muro della morte, nella risurrezione. Di tutto questo S. Paolo ci dà una formidabile sintesi in Rm 4, 25: “Gesù è stato consegnato alla morte a causa delle nostre colpe ed è stato risuscitato per la nostra giustificazione”. Notate: in questa affermazione teologica densa, ci sono due livelli: il livello storico: “ è stato messo a morte”, “è stato risuscitato”; e il livello teologico: “è stato messo a morte per le nostre colpe”, e “ è stato risuscitato per la nostra giustificazione”.

La morte non è più un muro davanti al quale tutto si infrange, ma è diventata una porta, un passaggio, cioè alla lettera, una pasqua che in ebraico vuol dire “passaggio”; un “ mar rosso” grazie al quale si entra nella Terra Promessa.

Sant’Ambrogio scrisse un’operetta intitolata “De bono mortis” (“Sul bene che è la morte”). In essa scrive tra l’altro: “La morte è il passaggio universale. E’ necessario che tu passi coraggiosamente. Il passaggio, poi, è dalla corruzione all’incorruzione, dalla mortalità all’immortalità, dalla perturbazione alla tranquillità. Non ti spaventi dunque il nome di morte, ma ti rallegrino i benefici di questo bel passaggio”. Applica alla morte la stessa definizione che altrove dà alla pasqua. Come per dire: si chiama morte, ma è una pasqua! Cioè un passaggio.

Ecco allora la grande novità: la morte non è più solo una terribile pedagoga che insegna a vivere, una minaccia e un deterrente; è diventata una morte mistagoga, cioè una via per penetrare nel cuore del mistero cristiano. Di questo siamo debitori a Gesù Cristo che “ è morto per tutti”. La morte allora non è più quell’incognita terribile di cui tanto si parla. Spesso si dice: si è soli davanti alla morte; ognuno deve attraversare da solo questo terribile “ponte dei sospiri”, sono io a morire, e nessuno con me o al mio posto. Ma questo non è più vero del tutto, perché c’è uno che è morto al posto mio. Questa è la novità neotestamentaria. Qui ci si deve aggrappare alla fede, attestarci nella fede, senza indietreggiare di fronte a nessun assalto dell’incredulità sia da dentro che da fuori di noi: “ Se moriamo con Lui, vivremo anche con Lui” (S. Paolo 2 Tim 2,11). Egli è la risurrezione e la vita (Gv 11) Chi crede in Lui, anche se muore, vivrà. Chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. “Credi tu questo?”, chiese Gesù a Marta. Questo è il problema: credi tu, sì o no?

Quello che rende così singolare e temibile il fatto della morte è che non si conosce se non lo si sperimenta e chi lo sperimenta non ne può più parlare.

E’ impossibile anticipare, addomesticare, dosare la morte, farne una prova … c’è da prepararsi, “siate vigilanti”, pregate, tenetevi pronti, essa è fuori della nostra presa. Gesù non ha mai voluto rispondere al “quando”; non la si può neutralizzare, assumendola a piccole dosi. Bisogna affrontarla tutta in una volta, semel, come dice la lettera agli Ebrei (9,27). Si muore una volta sola.

Terribile serietà della morte! Eppure in Cristo anche questo aspetto è diverso. Egli ha gustato la morte per me, la mia morte. Mi è passato avanti. Nella misura in cui io mi immedesimo con Lui e cresco in Lui, mi approprio della mia morte, ne faccio, in certo senso la prova. Io posso dire con S. Paolo:  “Muoio un poco ogni giorno” (“Quotidie morior”, 1 Cor.15,31).

Lo stesso Apostolo ha scritto queste parole illuminanti: “ Nessuno di noi vive per se stesso e nessuno muore per se stesso, perché se noi viviamo, viviamo per il Signore; se noi moriamo, moriamo per il Signore. Sia che viviamo sia che moriamo, siamo dunque del Signore” (Rm 14, 7-8).

Cosa vuol dire? Vuol dire che la contraddizione massima dopo Cristo, non è più quella tra il vivere  e il morire, ma quella tra il vivere per se stesso e il vivere per il Signore. Se uno vive per il Signore, morte e vita appaiono solo due modi diversi di essere con Lui: prima nel pericolo, poi nella sicurezza, prima nella penombra, poi nella piena luce; prima vedendolo “come in uno specchio”, poi “faccia a faccia” come dice S. Giovanni.

I cristiani dunque, se tutto questo lo crediamo e lo accogliamo, non sono “come gli altri che non hanno speranza” (1Ts. 4,14) come i pagani che non hanno speranza. Il cristiano per definizione è colui che ha speranza, ed è questa: “ Noi crediamo che Gesù è morto e risuscitato”, noi sappiamo che “ né morte né vita potranno separarci dall’amore di Dio che è in Cristo Gesù nostro Signore” (Rm 8, 38). In certi Santi, addirittura, l’amore per Cristo diventa “più forte della morte”, fino a farli esclamare: “ Muoio perché non muoio” (S. Giovanni della Croce).

Una fede matura però ci tiene sempre in un atteggiamento di vigilanza, giacchè la morte è, nello stesso tempo, la cosa più certa e la cosa più incerta. La più certa è “ che” ci sarà; la più incerta “quando” sarà. “Vegliate, dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora” (Mt 25,13). Questa si chiama: “sapienza del cuore”.

Nella liturgia c’è un inno in cui diciamo: “Trasformati a sua immagine, noi vedremo il suo volto, e sarà gioia piena”. E la liturgia della Messa ci fa dire: “ Ammettili (i nostri fratelli defunti) a godere la luce del tuo volto” (Prece Euc.IIa). Importante è “addormentarsi nella speranza della risurrezione” (Prece Euc. IIa). Molto bello quel canto: “Io credo, risorgerò, questo mio corpo vedrà il Salvatore” E’ l’atto di fede che il Signore chiede anche a noi, come già a Marta (Gv 11).

Alla vigilanza, poi, la fede matura aggiunge la speranza : vedremo il Signore “faccia a faccia”, lo vedremo “ così com’è” (1Gv 3,2). Passeremo dalla comunione, alla mensa eucaristica, alla comunione nell’eterno convito; da una conoscenza crepuscolare, confusa, allo splendore della sua luce. “Non muoio, diceva S. Teresa di G.B., entro nella luce”.

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Non possiamo chiudere questa meditazione senza il pensiero a Maria. Ci domandiamo: è morta la Madonna o è passata direttamente dalla terra al cielo senza l’esperienza della morte? Il problema dell’Assunta in cielo, come lo interpretiamo? E’ una questione teologica non ancora risolta. Il Papa Pio XII, quando definì il dogma dell’Assunzione nel 1950, non prese posizione, né in un senso, né nell’altro perché non volle porre fine alla riflessione dei teologi.      

Infatti nella sua Enciclica “Munificentissimus Deus” il Papa non dice “dopo la morte fu assunta in cielo”, ma  “expleto cursu”, cioè “finito il corso” della sua vita terrena. Non dice se sia morta o non sia morta: aveva finito il suo corso. Può averlo finito morendo oppure essendo traslata direttamente dalla terra al cielo.

I Padri della Chiesa parlano di “dormitio”. Maria si sarebbe addormentata in una morte dolce, senza lo strazio del dolore, lei che era l’Immacolata, concepita senza macchia di peccato.

         Questo è il dato teologico. A me personalmente piace di più pensare che la Madonna sia morta. Io voglio tanto bene alla Madonna e proprio per questo non mi piace farla vedere così diversa da noi da farci esclamare: “Beata Lei!” No! Beati noi con Lei!

         Io penso che la Madonna è morta, perché Gesù è morto e Gesù era Figlio di Dio e Lei era soltanto una creatura umana in tutto somigliantissima al Figlio anche in questa esperienza tremenda della morte. C’è un altro motivo che mi è più caro: anche noi dobbiamo morire.

Questa esperienza non sarà risparmiata a nessuno, come non è stata risparmiata al Figlio di Dio.

Non vi pare che sia tanto più consolante pensare che Maria è morta anche Lei, e che perciò è più capace di comprendere la nostra paura, la nostra angoscia davanti alla certezza della morte?

Non vi pare che ci aiuti a pregare meglio la seconda parte dell’Ave Maria, quando le diciamo: “prega per noi peccatori adesso e nell’ora della nostra morte”? Sentircela vicina, sentire che ci prende per mano, ci incoraggia immensamente, ci dà serenità. Frattanto è dolce pregarla con la liturgia delle ore che ci fa dire: “ In te vinta è la morte, la schiavitù è redenta, ridonata la pace, aperto il paradiso”. Questa è la visione che mi piace tenere della Madonna.

La Reincarnazione = rimedio alla morte?

Coloro che sanno veramente che cosa è la reincarnazione, sanno anche che essa non è un rimedio e una consolazione, ma una punizione. Non è una proroga concessa al godimento, ma alla purificazione. L’anima si reincarna perché ha ancora qualcosa da espiare, dovrà soffrire. Del resto, quale crudeltà! Tutti abbiamo esperienza di morti durissime, precedute da un vero calvario, durato forse mesi ed anni.

Esiste un solo, vero rimedio alla morte: Gesù Cristo che “morendo, ha distrutto la nostra morte e risorgendo ha ridato a noi la vita”.

L’Eutanasia

Il cristiano che muore può dire con tutta verità: “ Compio ciò che manca nella mia carne alla passione di Cristo”. E ancora: “ Non sono più io che muoio, Cristo muore in me”. Qui si scopre che cosa vi è di veramente terribile nell’eutanasia. Essa toglie alla morte dell’uomo il suo legame con la morte di Cristo; la spoglia del suo carattere pasquale; la riporta indietro, a ciò che era prima di Cristo e fuori di Cristo. La scioglie dalla soprannaturale gravitazione intorno al suo sole, facendola così ripiombare nella notte e nel gelo.

La morte è privata della sua austera maestà ed è banalizzata, diventando opera dell’uomo, decisione di una libertà finita. La discussione intorno all’eutanasia si concentra, il più delle volte, quasi esclusivamente, sul problema della sua liceità o illiceità morale. Un credente non può non rimanere atterrito da quello che essa significa sul piano della rivelazione e della grazia. (P. Cantalamessa)

† Giuseppe Costanzo

Domanda:

Volevo chiedere una precisazione sul pericolo di sincrenismo che si corre oggi pensando che: reincarnazione e risurrezione siano la stessa cosa. Anche la comunità educante non ha chiarezza su questo.

Risposta:

Non cadiamo nella trappola dell’ideologia. Questa è una confusione tra reincarnazione e risurrezione. La reincarnazione riproporrebbe la vita così come è con questa corporeità carica di un mare di problemi, che è incline al male, soggetta alle passioni, alle malattie. La risurrezione è invece un’altra cosa. La risurrezione non è risuscitare un cadavere, ma è conferire una vita nuova. Al cap. 15 della 1 lett. ai Corinzi, nella seconda parte, Paolo affronta il tema di come saranno i corpi gloriosi, è un corpo diverso che non riusciamo neanche ad immaginare. Paolo dice: risorge immortale. Questo per noi è importante, cioè capire che non c’è più questo corpo fatto di materia pesante, ma è un corpo glorificato, glorioso, essenzialmente diverso anche se noi non riusciamo a descriverlo. Il discorso torna sempre ad una maggiore conoscenza della Rivelazione. Paolo lo ha affrontato questo tema nel cap. 15 della 1 ai Corinzi. Se noi studiassimo di più la Parola di Dio, se ci lasciassimo aiutare dagli esegeti, per non smarrirsi, anche se è fatica, allora ci chiariremmo le idee, capiremmo l’abisso che c’è tra risurrezione e reincarnazione. La risurrezione è entrare nella gloria, è contemplare il suo volto, è essere sottratti al rischio del male, del peccato, non c’è più la morte, è un’altra cosa.