(Acireale, 13 Aprile 2026)
Con viva gioia ho accettato la richiesta del rettore del nostro seminario Mons. Giovanni Mammino di presentare a questa qualificata assemblea, la figura di Mons. Giuseppe Costanzo. In questo momento mi sovviene l’esortazione della lettera agli Ebrei: “Ricordatevi dei vostri capi, i quali vi hanno annunziato la parola di Dio; considerando attentamente l’esito del loro tenore di vita, imitatene la fede”.
Mi soffermerò al periodo della sua presenza nella nostra diocesi e quanto esporrò, interpretando (mi auguro) fedelmente anche la voce di coloro che con me hanno sperimentato la sua presenza nella nostra formazione presbiterale. Sono consapevole che non posso fermarmi ad una enunciazione di dati, di fatti e di discorsi sarebbe un discorso sterile che non coglierebbe affatto la sua intensa vita sacerdotale. Non si può negare che egli abbia svegliato, in chi lo accostava, la gioia di vivere in pienezza la sequela di Cristo, senza compromessi nella vita quotidiana.
Noi presbiteri, ora in età piuttosto avanzata, che abbiamo vissuto gli anni del seminario essendo lui il rettore, abbiamo un debito di riconoscenza per aver curato la nostra formazione: le sue riflessioni e il suo esempio rimangono scolpite nei cuori. Fu grande la sua gioia e anche la mia: Egli divenuto vescovo, fui io il primo presbitero essere da lui ordinato.
1. Percorriamo brevemente il tempo della sua formazione
È di estrema importanza rilevare il suo inizio per comprendere il suo tenore di vita e il suo servizio di educatore di presbiteri in un tempo particolarmente problematico. Mons. Costanzo nasce a Carruba di Riposto da Giuseppe e Maria Cantarella Il 18 dicembre 1932 (al civile il 2 gennaio 1933). Dentro il contesto familiare e nella comunità parrocchiale di S. Martino di Carruba è maturata la sua vocazione al sacerdozio. Egli ricordò frequentemente quel suo inizio, la sua narrazione divenne per noi luce per rafforzare la nostra chiamata allora studenti di teologia.
Rivolto alla chiesa di Siracusa nella Lettera Pastorale Benedetti, benediciamo (Ef 1, 3-14) del 2007-2008, con queste parole ricordava questi momenti iniziali: «Avevo diciassette anni e avevo già detto il mio sì al Signore. Un giorno mentre ero in preghiera, ebbi come una luce improvvisa, una folgorazione: Dio ha sul mondo e su di me un precisodisegno d’amore. A me il compito di comprenderlo, accoglierlo e realizzarlo.
Questa intuizione mi ha accompagnato per tutta la vita. Non sono al mondo per caso. La mia esistenza entra in un progetto scaturito dal Cuore del Padre. Dunque non devo temere. Devo fidarmi. Dall’eternità io sono oggetto di un amore divino. Questa certezza ha guidato il mio cammino, ha fatto da leitmotiv di tutta la mia esistenza, illuminando i momenti bui e moltiplicando le energie nei momenti di sofferenza».
Egli prima di comunicare la sua scelta ai suoi genitori, volle fare un pellegrinaggio al santuario della Madonna di Valverde e qui, davanti all’effigie della Santa Vergine, prese la sua ferma decisione di entrare in seminario. Egli aveva già frequentato il primo liceo al Gulli e Pennisi di Acireale e ora si apprestava a continuare nel nostro Seminario: era il 3 novembre 1949 quando venne accolto dal rettore mons. Giosuè Russo e in questa nuova condizione di vita iniziava nel seminario il secondo liceo. Comprese ben presto, con l’aiuto dell’allora P. spirituale, mons. Michele Cosentino, che il seminario è il luogo in cui si vive per Dio in maniera somma (Locus in quo vivitur summe Deo). Gli anni della sua formazione non si limitarono ad una osservanza esteriore, ma costituirono anni in cui la grazia di Dio plasmò il suo cuore secondo quello di Cristo.
Dal temperamento forte e deciso non concesse spazio a superficialità e approssimazione. Non appartenevano al suo carattere le mezze misure e l’accomodamento, egli avendo appreso che “Le battaglie più grandi – così come amavaa noi ripetere da rettore – si vincono davanti al tabernacolo” curava la vita interiore, attingendo luce e sapienza dalla S. Scrittura studiata nel corso di Teologia e pregata poi davanti all’Eucaristia. Inoltre la sua devozione mariana era alimenta dalla lettura e meditazione del “Trattato della vera devozione a Maria” di S. Luigi Maria Grignon de Monfort. A questo clima di intensa spiritualità si aggiunse nel 1954 il primo Anno Mariano nella storia della Chiesa indetto papa Pio XII. Nel Seminario vi furono solenne celebrazioni dal 29 aprile al 16 maggio che culminarono in un solenne triduo fatto di preghiera e di studio con la presenza del vescovo di Acireale mons. Salvatore Russo e di mons. Clemente Gaddi allora vescovo di Nicosia (Somana, 23 dicembre 1901– Bergamo, 1993) e con la partecipazione del clero della nostra diocesi. Queste celebrazioni ebbero la loro conclusione con il pellegrinaggio del Seminario insieme ai superiori e professori al Santuario di Pompei dal 30 agosto al 5 settembre dello stesso anno.
Per il diacono Costanzo, intanto era giunto il tempo dell’ordinazione presbiterale che avvenne nella parrocchia di Carruba il 15 agosto per l’imposizione delle mani di mons. Angelo Calabretta, vescovo di Noto. Tanti erano i sentimenti del novello sacerdote che provava nel suo cuore e non tutti, Egli non riusciva ad esprimere a parole ma certamente risuonavano dentro come una dolce armonia dello Spirito. Egli ebbe a dire in occasione di una ricorrenza di questo anniversario: «Se ripenso agli anni della mia formazione, vedo emergere dalla memoria le tante persone a cui sono debitore. […] Ricordo con cuore grato il mio parroco della mia adolescenza, che tanto mi aiutò col suo esempio di prete zelante e di padre spirituale esigente. […] Ricordo i superiori, i professori, il direttore spirituale del Seminario, che mi hanno contagiato il loro spirito di fede e di preghiera e mi hanno educato all’obbedienza e al servizio. Ricordo la mia famiglia semplice e contadina, ma sana ed unita, con la mitezza di mio padre e la fermezza di mia madre. Senza questi volti, senza questi punti luce, la mia storia poteva essere diametralmente opposta».
Con il nuovo anno accademico P. Costanzo, iniziò il tempo di studio più intenso. Infatti dal 1955 al 1960 si recò a Roma per studiare presso la Pontificia Università Gregoriana conseguendo la laurea in Sacra Teologia e poi presso il Pontificio Istituto Biblico ottenendo la licenza in Scienze bibliche. Questi sono gli anni in cui approfondisce la centralità della Sacra Scrittura e con entusiasmo in questi anni di permanenza a Roma non solo studia e approfondisce ma si lascia coinvolgere da non poter fare a meno nel suo ministero della Sacra Pagina. In questo contribuirono, come egli stesso ricordava, delle grandi figure di studiosi di Sacra Scrittura come Albert Vanhoye, Alonso Schokel, Stanislas Lyonnet, Carlo Maria Martini, poi arcivescovo di Milano. Troviamo piacevolmente nell’archivio del Seminario le notifiche che comunicavano al Vescovo mons. Salvatore Russo i risultati con la seguente annotazione:
«Oltre che per il buon risultato conseguito nello studio, debbo anche compiacermi per l’ottimo comportamento del suddetto sacerdote nella pietà e nella disciplina».
In questi anni romani è interessante anche la bella corrispondenza che P. Costanzo intrattiene con il Vescovo Mons. Salvatore Russo, accenno solo qualche espressione: Dalla lettera del 10/06/1957. Scrive al vescovo Mos. Salvatore Russo: «[…] Ho già finito gli esami con esito soddisfacente, ho completato i corsi del quinto anno di Teologia e ho anticipato l’esame di Geografia biblica per il corso di S. Scrittura. […] Ieri mi sono incontrato con p. Achàval (professore della Gregoriana), con cui sono in buone relazioni, il quale mi ha offerto – e con una certa benevola insistenza – la possibilità di andare a passare ventisei giorni all’Istituto Cattolico di Parigi. Anche a prescindere dall’importanza e dall’utilità che i corsi potranno avere per me, la cosa mi starebbe molto a cuore per la possibilità di un perfezionamento nella lingua di cui, ad ottobre, dovrò sostenere l’esame previo all’Istituto Biblico. […] pertanto rimetto tutto al Suo giudizio sempre pronto all’ubbidienza».
La risposta del Vescovo fu pronta e generosa (inviò 20 mila lire), approvando sia la pausa di riposo a Fiuggi che aveva chiesto e i 26 giorni a Parigi. Don Giuseppe Costanzo grato al Vescovo con un’altra sua missiva manifestò al Vescovo Russo il suo grazie concludendo: «Voglia gradire, insieme con i sensi di profonda riconoscenza, i miei filiali e devoti ossequi».
Questa lettera come anche le altre mostrano il bel rapporto che teneva con il suo vescovo: leale e franco ma anche affettuoso e obbediente. Egli stesso, in altro momento affermerà: “ero fiero del mio vescovo”.
2. Il ritorno da Roma e i vari ministeri svolti in diocesi
Avendo superato cum laude gli esami di licenza in re biblica e con la dichiarazione del 1° giugno 1960 degli esami finali aptus ad lauream consequedam egli concluse la sua permanenza a Roma e fece ritorno in Diocesi. Rientrato da Roma, sono molteplici incarichi a lui affidati, ne ricordo alcuni: nomina ad Assistente dell’AC femminile; quindi nel 1965 venne incaricato di insegnare Teologia in seminario, professore alla Scuola Superiore di Servizio Sociale.
In quegli anni incominciava a soffiare nella Chiesa e nella società un venticello di cambiamento che man mano divenne un vortice. Si avvertiva nell’aria un risveglio e si manifestava a vari livelli: nelle relazioni tra adulti e nuove generazioni, nel modo di gestire la vita, nel mondo della scuola e anche nella religiosità del popolo. Erano ancora le prime avvisaglie che in seguito sarebbero diventate un tempestoso vento di cambiamento. Gli venne chiesto di insegnare (dal 1960 al 1969) Sacra Scrittura e lingue bibliche. Con la sua presenza discreta, coinvolgente e anche innovativa, egli insegnò nella scuola di Teologia del nostro seminario invitando gli studenti ad accostarsi con nuovi criteri alla sacra Scrittura: introdusse un nuovo metodo di studio e soprattutto invitò gli studenti di teologia non solo a studiarla ma anche a meditarla e lasciarsi guidare dalla Parola nella vita personale. Erano gli anni in cui si sentiva il bisogno di una presenza che potesse fronteggiare la situazione tutta ancora in evoluzione nella vita del seminario come d’altra parte, avveniva pure nella chiesa e nella società. Così dal 1964 al 1968 venne chiamato a svolgere il suo servizio nel nostro seminario come vicerettore. Egli pose in atto dei gesti ben precisi di rapporto con i seminaristi: chiese agli alunni del seminario di gestire la propria vita quotidiana con responsabilità, li invitò ad ascoltare con equilibrio e intelligenza la voce che si levava nella società di allora e soprattutto mise in guardia a non sciupare il tempo e a dedicarlo alla preghiera e allo studio.
Sembrò in un primo momento un buon approccio infatti ciascuno si sentì valorizzato nella sua persona e nelle sue qualità. Anche l’apertura alle vicende di attualità venne curata con l’ascolto durante il pranzo del giornale radio o con l’ascolto della buona musica inoltre venne data la possibilità di accesso ad alcuni ben individuati programmi televisivi soprattutto quelli culturali. Era allora molto difficile l’accesso se non in casi rarissimi. Erano davvero tentativi di emergenza per correre ai ripari, ma la bufera non si arrestò, d’altra parte gestire il cambiamento non dipendeva solo dal vice rettore.
Nel 1968 la crisi giunse nella sua fase acuta e in giro ad un mese il seminario si svuotò di oltre settanta alunni, ne rimasero una trentina. Il rettore mons. Giosuè Russo, persona attenta ai cambiamenti, comprese che era finita un’era della storia e si dimise dal suo servizio in seminario. Al suo posto venne chiamato a svolgere il compito di rettore P. Giuseppe Costanzo.
Nonostante il cambio di guida nel seminario, le fibrillazioni continuarono ancora al punto che ai primi giorni di marzo del 1969 la mia classe, il secondo liceo, dovette chiudere perché i miei compagni in blocco avevano deciso di lasciare il seminario. In quella circostanza ebbi la netta sensazione con lo smantellamento di tutta una struttura, era segnata la fine di un’epoca.
Passata l’ultima furia di crisi ecco che il rettore, don Giuseppe Costanzo con pazienza inizia l’opera per far emergere il nuovo volto del seminario.
Egli si mosse in due direzioni: ad intra e ad extra.
– operò all’interno del Seminario con lungimiranza infondendo la consapevolezza di essere dei chiamati, verificando di volta in volta la maturazione di ciascuno e chiedendo obbedienza alla Parola. Quindi mise in atto una precisa azione educativa.
– coinvolse la comunità diocesana nella cura delle vocazioni e si prodigò perché fossero vicino alla vita del seminario. Si adoperò perché i cristiani della comunità diocesana fossero nutriti dalla Parola di Dio.
Esplicito meglio questi due momenti dell’azione educativa del nuovo rettore.
Ad intra
- L’azione riformatrice venne realizzata a piccoli passi, ma nella sua mente aveva ben chiaro un progetto: con gradualità far emergere il volto nuovo della comunità del seminario. Concretamente nel suo primo anno, la giornata aveva pochi appuntamenti comunitari. Infatti in quel primo anno vi era soltanto l’appuntamento mattutino della messa e della riflessione quotidiana sulla parola di Dio. Il pomeriggio era dedicato allo studio e alla preghiera personale e al rosario. Aveva un progetto, egli ripeteva: “Quod primum cogitatur, ultimum fit.” Cioè: “Ciò che è pensato per primo, viene eseguito per ultimo” Ma davanti al presbiterio, ciò appariva insufficiente e molti di loro lo fecero presente. Diverse sedute del Consiglio presbiterale furono dedicate alla nuova impostazione del Seminario, molte furono le osservazioni di dissenso addirittura sembrava un continuo assalto alla nuova impostazione che stava venendo fuori. In realtà il tempo che altri consideravano vuoto era invece riempito dai colloqui personali del rettore con ciascuno. E sono stati questi momenti a dare la svolta al nostro seminario.
Egli che era stato chiamato a insegnare Esegesi del Nuovo Testamento e lingue bibliche nello Studio Teologico “S. Paolo” di Catania, da recente costituito, ci ricordava che studiare non vuol dire solo conoscere, ma trasformare quanto studiato in nutrimento per la propria vita spirituale. Debbo dire che i colloqui frequenti con lui erano di grande aiuto nella formazione personale. I suoi insegnamenti rimanevano fissi in ciascuno di chi lo avvicinava perché era capace di sintetizzarli con delle frasi brevi che tuttora mi sovvengono. Alcune sue frasi: “ti raccomando due cose: la preghiera e lo studio”. Oppure: “le strade pianeggianti non conducono in alto”. E ancora un’altra utilizzando l’artefizio dell’assonanza del termine per indicare il cammino interiore del chiamato diceva: “La vita di ogni chiamato è formata da tre momenti: incanto, disincanto e super incanto”. E tante altre ancora.
Dal secondo anno del suo rettorato egli, sempre nello stile della gradualità dell’azione educativa, oltre la Messa e la riflessione, introdusse le celebrazioni delle lodi mattutine e nel pomeriggio la preghiera dei vespri e a sera, al termine della giornata la Compieta, il giovedì poi un’ora di adorazione eucaristica silenziosa.
In tal modo sorse un nuovo modello di seminario. Si possono individuare alcuni punti fermi:
-Ascolto della Parola di Dio;
-Vita di comunione fraterna
-Studio della teologia
-Esperienze pastorali
Ascolto della Parola di Dio
Il rettore, P. Costanzo ci ha insegnato che ascoltare Dio è conoscerlo e iniziare un processo personale in cui accogliendo la sua Parola, si conosce ciò che lui vuole che io conosca di Lui. Affidarsi alla Parola, ancora egli ci diceva costituisce la vera fisionomia del Presbitero al punto da poterlo definire “l’uomo affidato alla Parola”. La riflessione quotidiana sulla Parola che il rettore offriva nella celebrazione eucaristica, divenne in quegli anni l’elemento unificante di tutte le attività del giorno e costituì l’avvio per la meditazione personale. Resta impresso le sue celebri espressioni: «bisogna fidarci e affidarci alla Parola». Con il passare del tempo egli ci invitava ad integrare intervenendo con la nostra riflessione. Questo era anche un fatto pedagogico perché ci aiutava a migliorare nell’esposizione e nell’esprimere al meglio ciò che si voleva comunicare. È stato un grande aiuto per il nostro ministero della predicazione.
Debbo dire che quegli anni sono stati un grande esercizio a piegare la propria intelligenza e il proprio cuore verso la Parola del Signore e ad educarci a percepire i passi dell’Invisibile Dio. Riconosco come questa formazione all’ascolto e interiorizzazione della Parola durante il mio ministero è stato il vero sostegno e il fondamento sicuro: mi ha permesso di arrendermi all’insondabile disegno di Dio. Solo dopo questa resa incondizionata ho potuto ripetere anzitutto a me stesso e alla comunità la stessa convinzione dell’Apostolo: «Noi abbiamo il pensiero di Cristo» (1Cor 2,16). Fuori di questa adesione si è soltanto agitatori, organizzatori. Questo, quindi mi ha dato la forza di non fuggire, mi ha donato robustezza interiore che io stesso non immaginavo di avere, mi ha custodito dagli assalti del male.
Vita di comunione fraterna
C’erano anche dei momenti in cui il rettore si intratteneva con noi ed erano occasione per esprimere vera fraternità e amicizia. Eravamo allora pochi in questo cammino di formazione, appena nove della diocesi di Acireale e altri sei della diocesi di Nicosia. Tra noi si viveva un forte legame che ci spingeva ad avere stima reciproca. P. Costanzo ci parlava del suo ministero e delle varie problematiche ad esso connesse. Questo ci permetteva di elaborare tra noi progetti di vita comune, di collaborazione fraterna per rinnovare il nostro futuro ministero. Ci raccomandava di tenere vive le relazioni con quelli che condividono lo stesso ideale cosi da essere preservati dall’individualismo e dal disfattismo.
Studio entusiasta della teologia
Da qualche anno era sorto lo Studio Teologico S. Paolo di Catania e vi era in noi studenti tanto interesse per lo studio della teologia. Questa esperienza ci ha portato ad essere essenziale e a non indugiare su ciò che è marginale, a cogliere invece nella liturgia, rinnovata dalla riforma del Concilio, la salvezza che in essa viene proposta ad ogni uomo. Il rettore, P. Giuseppe Costanzo, periodicamente in incontri pomeridiani o serali, ci radunava per l’approfondire alcuni aspetti della formazione alla vita presbiterale. Ricordo con piacere le sue riflessione sui documenti conciliari partire dalla Optatam totius (decreto del Concilio Vaticano II sulla formazione sacerdotale), alla Dei Verbum (costituzione dogmatica emanata dal Concilio Vaticano II riguardante la «Divina Rivelazione» e la Sacra Scrittura), alla Lumen Gentium (Costituzione dommatica del Concilio Vaticano II che riguarda l’autocomprensione che la Chiesa ha di sé stessa, la sua funzione spirituale e la sua organizzazione.Questi documenti per noi erano diventati familiari e hanno permeato la nostra vita. Grazie alla sua opera educativa p. Costanzo ha infuso in noi la sete di ricerca e di ascolto del Dio nascosto eppur vicino che esige quindi una vera e propria attenzione del cuore, una disponibilità non solo intellettuale, ma la disponibilità di tutta la persona.
Esperienze pastorali
Lo stile della gradualità che il rettore teneva nel suo progetto educativo per alcuni anni si continuò a restare permanente in seminario tranne alcune eccezioni. Ma ben presto si presentò anche questa dimensione nel nuovo assetto del Seminario. Fu in quel momento che diede la possibilità, il sabato pomeriggio e la domenica con rientro in serata in seminario, di andare nella propria parrocchia. L’inserimento in una comunità concreta fu di grande importanza nel tempo della formazione, però da saper gestire al meglio. Infatti la comunità è il luogo in cui si offre maggiormente la possibilità di crescere nella comprensione del dono di Dio e poter anche constatare quanto Egli (Dio) opera per i suoi fedeli. Il ritorno, anche se limitato nel tempo, tuttavia ci ha posto nella condizione di ascoltare e comprendere il linguaggio del popolo e le sue vere esigenze, le particolari condizioni di vita e ci sentimmo di dover tradurre il nostro studio e quanto ci diceva il rettore in gesti e parole che fossero di aiuto.
La condivisione di vita con il parroco e gli altri sacerdoti che vivevano in parrocchia hanno avuto una sua importanza nel formare in noi un vero stile sacerdotale. Mi piace citare alcune affermazioni da un suo discorso sul seminario che ci permette di comprendere quale era la sua concezione su questa istituzione: «Il Seminario è la scuola per il silenzio interiore in cui si impara, come il giovane Samuele; ad ascoltare e riconoscere la voce misteriosa e suadente di Dio. Esso è palestra per l’allenamento alle virtù difficili, dove si foggia il carattere e matura il cristiano santo. È la casa dove abita Cristo, il Maestro affidabile, l’amico sincero, il modello di fedeltà e di servizio. Nel Seminario egli convoca i prescelti perché stiano con Lui per mandarli a predicare (cfr Mc 3,14). Ecco le due dimensioni fondamentali della vocazione al sacerdozio: stare con Gesù ed essere mandati a predicare. Vivere in intimità col Maestro e mettersi sulle strade del mondo. Soli con Gesù e in cammino verso la gente. Non c’è vocazione autentica se non ha questi due aspetti: la concentrazione Cristologica e la dilatazione missionaria. Due aspetti che vanno tenuti sempre insieme, perché costituiscono l’essenza della vocazione. Egli insegna al giovane che la vita è un dono e un compito, che la vera grandezza di un uomo è il servizio e che la vera riuscita è la santità».
Ad extra
b) Coinvolse la comunità diocesana nella cura delle vocazioni e si prodigò perché fossero vicino alla vita del seminario. Si adoperò perché i cristiani della comunità diocesana fossero nutriti dalla Parola di Dio.
Il lavoro di formazione all’interno del Seminario sarebbe stato in gran parte inefficace se non ci fosse stato l’opera del rettore P. Costanzo di coinvolgere il presbiterio e l’intera comunità diocesana. Un lavoro immane!
-Con tutta la sua forza e genialità il rettore iniziò incontrando i sacerdoti nelle riunioni di vicariato, affrontando con loro il tema della formazione dei nuovi presbiteri e concordando con tutti loro una sintonia di intenti per evitare posizioni discordanti. Pensò di coinvolgere gli stessi parroci dei giovani del seminario per affrontare temi specifici che potessero di aiuto a ciascuno loro. Sicuramente questi gesti compiuti dal rettore contribuirono ad avviare, anche se con fatica, una collaborazione e una maggiore comprensione per il lavoro formativo in seminario.
Il suo impegno per rinnovare il volto del Seminario non si limitò nelle relazioni con il clero bensì si adoperò a coinvolgere l’intera comunità ecclesiale.
Egli annualmente il 15 di maggio, (in seguito celebrata il 27 dicembre) radunava la comunità diocesana per riflettere insieme sulla problematica delle vocazioni e sulla vita del Seminario.
Rileggo alcuni passi solo per accenni lo schema della relazione manoscritta tenuta a S. Maria Ammalati nel primo convegno vocazionale. Il tema era: “La nostra chiesa locale per le vocazioni”.
Cito alcuni passaggi per comprendere con quale afflato P. Costanzo poneva il tema vocazionale.
“Dissipare l’equivoco: la giornata diocesana per le vocazioni non è la ricerca immediata dei candidati al sacerdozio. È piuttosto la giornata della comunità diocesana che responsabilmente si interroga su questo aspetto vitale del suo essere “cristiana”
Subito passa a presentare il problema ponendo la domanda fondamentale: “la comunità diocesana avverte ancora il bisogno e il valore del sacerdozio ministeriale o crede di poterne fare a meno? Questa incapacità ad esprimere delle vocazioni da che cosa dipende?”.
Passa ad esaminare le cause sia a livello generale e sia a livello ecclesiale. Per questo ultimo aspetto (a livello ecclesiale) egli con lucidità e coraggio denunzia “la scarsa collaborazione del Clero: gli anziani per una certa sfiducia negli odierni metodi educativi. I giovani per varie ragioni; o perché ritengono il Seminario li abbia defraudati di qualcosa che s’attendevano; o perché le riforme fatte in Seminario non sembrano ancora rispondere abbastanza alle nuove esigenze dei tempi”.
Egli riconosce la difficoltà di trovare una soluzione e li individua: “Mancanza di incoraggiamenti da parte del Clero e dei laici; carenza di autentiche comunità ecclesiali; il Seminario spesso fatto oggetto di critica anziché di collaborazione.
Indica pure i limiti di preparazione pedagogica, culturale, spirituale… nell’equipe del Seminario come pure limiti nelle comunità diocesane, che stenta a inventare forme di incarnazione del messaggio cristiano diverse da quelle del passato”. Ogni relazione delle giornate vocazionali erano verifica della situazione, progetto e impegno.
Interessante pure il raduno, nella chiesa di S. Benedetto ad Acireale, del seminario con un gruppo di fedeli più vicini al seminario, tutti i primi giovedì del mese. Si meditava insieme sulla figura di un chiamato da parte di Dio sia dell’Antico Testamento e sia del Nuovo e poi la celebrazione dell’eucaristia. Erano tutti momenti per destare nel popolo cristiano il valore della chiamata e invertire la situazione descritta sopra.
Volle porre nuove basi: i corsi biblici che si tenevano nel salone del Seminario. Ricordo solo alcuni corsi: Corso sulla lettera agli Ebrei 1974 e 1975; La passione di Cristo 1977; Lo Spirito Santo nelle Scritture 1978. Egli insegnava come accedere, interpretare, studiare, pregare e amare il testo, una vera e propria scuola di spiritualità. Molte erano le richieste di poter partecipare da parte di altre comunità della diocesi da offrire questa stessa possibilità anche a Giarre.
Da questi corsi nacque l’idea di offrire qualcosa ben organizzato e cioè ad un insegnamento più completo da qui sorse dapprima la scuola diocesana di teologia e che poi divenne l’Istituto religioso di teologia “S. Agostino”.
La sua azione di rinnovamento del seminario e della comunità ecclesiale non si è limitata alle giornate di studio e conferenze, ma egli dedicava molto tempo a momenti formativi e alla cura di tanti che si accostavano a lui per la confessione e la direzione spirituale. Un lavoro di profondità, necessario per nutrire e dare slancio a una vera ripresa ecclesiale.
In questo contesto va annoverato quel lavoro silenzioso che ha profuso in vario modo a beneficio della comunità diocesana: ha insegnato Teologia presso la Scuola Superiore di Servizio Sociale di Acireale. Era impegnato in ritiri o conferenze a sacerdoti, religiose e a istituti secolari in Diocesi, la sua attività formativa si estendeva pure fuori della diocesi. Questa attività pastorale ha favorito il sorgere di una presenza ecclesiale più consapevole, una realtà vivace.
3. Attività pastorale da vescovo ausiliare
Il 21 febbraio 1976 giunse la notizia della nomina di P. Giuseppe Costanzo di vescovo ausiliare di Acireale assegnandogli la sede titolare di Mazaca. Egli scelse come suo motto episcopale “Enarrare mirabilia Dei”, cioè “Narrare le meraviglie di Dio”. Un programma di vita che con tutto se stesso volle adempiere. Certo quel giorno fu un momento di gioia per la comunità diocesana, ma nello stesso tempo si poneva il problema del rettore del seminario. Ci furono momenti di trepidazione e di attesa di una soluzione idonea a continuare la sua opera formativa intrapresa con lungimiranza in quegli anni. Intanto continuò la sua presenza in seminario svolgendo il suo servizio e nello stesso tempo maturò qualche intima decisione. Ricevette la consacrazione episcopale il 4 aprile seguente per imposizione delle mani del cardinale Salvatore Pappalardo. Passati questi giorni pieni di emozioni per il nuovo ministero, giunse la sua determinazione a continuare ad essere il rettore del seminario affermando: «un vescovo che cura il suo seminario assicura alla diocesi cinquant’anni di vita». Egli era consapevole che sarebbe stata una fatica maggiore e chiese ai collaboratori del seminario di integrare le sue assenze con maggiore attenzione e lungimiranza. In tal modo si tentò di andare avanti per alcuni anni. Ebbe la gioia di ordinare presbiteri quelli che in quegli anni aveva egli stesso seguiti.
Il desiderio di continuare a guidare la vita del seminario man mano che passavano i mesi divenne difficoltoso perché la realtà diocesana impegnava la sua giornata ed erano diversi i problemi che si prospettavano e chiedevano una risposta. Egli saggiamente chiese a don Attilio Gangemi, che già risiedeva nel Seminario, di prendersi cura in modo particolare del gruppo degli studenti di teologia. Così solo in alcuni momenti in cui era più libero si intratteneva ad ascoltarli o a pregare con loro la sera con la recita del rosario.
Per Mons. Costanzo furono due anni di impegno pastorale in tutta la Diocesi, fatta di ascolto, di visite alle comunità parrocchiali, non ricusò di sollecitare ad una vita interiore illuminata dalla Parola e ad eliminare alcune storture che si verificavano nella vita ecclesiale. Inaspettatamente venne interrotto il suo servizio pastorale in diocesi il 22 gennaio 1979 per la nomina di papa Giovanni Paolo II come assistente ecclesiastico generale dell’Azione Cattolica Italiana. Conosciamo bene lo svolgimento del suo ministero episcopale: Lo stesso papa il 6 agosto 1982 lo nominò vescovo di Nola e quindi con nomina del 7 dicembre 1989 venne chiamato nella diocesi di Siracusa come arcivescovo metropolita.
4. La conclusione della sua vita
La sua parola divenne ancora più incisiva con la partecipazione alla croce della sofferenza. L’ultimo tratto della sua vita ha incontrato il dolore, la sofferenza fisica e morale, la debolezza della tarda età, le limitazioni, la salute malferma: le condizioni di salute divennero sempre più complesse. In condizione così precarie li ha vissuti conspirito di fede, con la consapevolezza dicondividere la Passione di Gesù Cristo. “il Signore non ci salva dalla Croce, ma per mezzo della Croce” così ci ripeteva negli anni del Seminario e in quest’ultimo scorcio della vita ce lo ha ricordato sperimentandola nella sua vita.
L’ho incontrato il 18 agosto 2025 nella cappella di Villa Serena a Sant’Alfio per fare memoria grata al Signore per i 70 anni di ministero sacerdotale. Eravamo una ventina di sacerdoti, per maggior parte formati nel tempo in cui era stato rettore del seminario. Erano presenti il cardinale Paolo Romeo, il vescovo emerito di Ragusa mons. Paolo Urso, il vescovo di Patti mons. Guglielmo Giombanco, familiari, amici e una ventina di sacerdoti, per la maggior parte formati nel tempo in cui era stato rettore del seminario. Egli stesso presiedette la concelebrazione e, anche se con fatica, una breve omelia sottolineando l’importanza della Parola di Dio perché ciascuno sappia riconoscere e compiere la volontà di Dio. Poi ricordò alcuni momenti del suo cammino sacerdotale mostrando la gratitudine al Signore per la vocazione ricevuta e alla Madonna Assunta, che lo ha accompagnato con amore materno, sin dall’alba della sua vocazione. Fu questa l’ultima volta che l’ho incontrato. Dopo alcuni giorni seppi che era stato ricoverato in ospedale per una brutta caduta. Infine la triste notizia del decesso avvenuto il 2 Settembre 2025.
Desidero concludere la mia rievocazione della vita e dell’opera di Mons. Giuseppe Costanzo, figura di grande spessore umano e spirituale, ricordando tra i diversi aspetti che lo hanno contraddistinto, indicarne tre, che maggiormente caratterizzano la sua figura.
–L’amore alla parola di Dio
Egli ha dispensato ampiamente la Parola di Dio, credendo dal profondo di sè che nella Parola di Dio: “è insita tanta efficacia e potenza, da essere sostegno e vigore della Chiesa, e per i figli della Chiesa la forza della loro fede, il nutrimento dell’anima, la sorgente pura e perenne della vita spirituale”. (DV n. 21)
Egli amava ripetere di sé di non essere un esegeta che ha lavorato su un testo, ma un orante che si è lasciato lavorare dal testo.
-Una devozione tenera e filiale, ma allo stesso tempo priva di ogni forma di devozionismo, verso la Madonna.
Cosi egli descrive la devozione mariana: “Il mio legame con Lei risale agli anni della mia fanciullezza, alla formazione religiosa in parrocchia, all’esempio del mio vecchio parroco che si scioglieva in lacrime tutte le volte che parlava di Lei. L’ho sentita sempre come sorella affettuosa e come madre tenera.
Ho visto in Lei la maestra dell’ascolto e il modello della sequela. A Lei – più per un bisogno istintivo che per consapevolezza teologica – affidai il cammino dell’adolescenza. Alla sua intercessione e all’azione interiore dello Spirito Santo affidai pure il lavorio di discernimento sulla mia vocazione. E fu proprio nella festa della sua Assunzione al cielo (15 agosto 1949) che compresi che il Signore mi voleva sacerdote e ottenni da mio padre il permesso di andare in Seminario. […] Negli anni del ministero sacerdotale quella fiamma è rimasta sempre accesa, alimentata dalla preghiera del Rosario (a me tanto cara!), dalle giaculatorie frequentemente scoccate dal mio cuore e dai pellegrinaggi a piedi verso i santuari mariani della diocesi.
Ho maturato il convincimento che è stata proprio Lei, la Madonna – che, “molte fiate liberamente al dimandar precorre” – a custodirmi in tanti momenti della vita, a “preservare i miei piedi dalla caduta” (Sal. 56,14), a tenermi sotto il suo manto, vicino al suo cuore. Ha educato i miei sentimenti, ha guidato i miei passi, mi ha ficcato in testa – ahimè con quanta fatica! – che la vera sapienza è quella del cuore docile, che la vera riuscita è la santità e che “saggio è colui che gli è fedele” (Sal. 110). (Giuseppe Costanzo, Lettera Pastorale Ef 1, 3-14, 2007 – 2008 – Siracusa).
- L’attenzione di monsignor Costanzo nel coltivare le relazioni e l’amicizia
Tanti di noi sacerdoti e laici, siamo cresciuti accanto a lui e, per ognuno, ha riservato sempre particolare cura, accompagnandoci nel percorso di vita, sostenendoci e stando accanto a ciascuno di noi con delicatezza affettuosa, soprattutto nei momenti di difficoltà.
Egli non è solo una figura da ricordare, è piuttosto una voce da ascoltare ancora. Una voce che ci chiede di credere con una fede senza compromessi da diventare premessa di una nuova stagione ecclesiale.
Don Salvatore Coco
